Le muse, inizialmente tre secondo Pausania, ma probabilmente anche una sola (nell’Odissea è una sola, ma nel canto XXIV diventano nove), nella mitologia greca rappresentano, come sappiamo, le divinità protettrici delle arti e di ogni opera del pensiero e della scienza. Il greco moũsa ‘musa’ è giustamente ricondotto alla radice men di lat. mente(m) ‘mente’, ad esempio, radice di cui abbiamo messo in evidenza, nei post precedenti, i vari significati promananti dalla sua idea di base di ‘movimento, agitazione, emanazione, espansione, ecc.’ che poteva concretizzarsi anche nell’idea di ‘monte’; e in effetti un’altra proposta etimologica per il greco moũsa vuole ricollegare la parola all’idea di ‘monte’, probabilmente perchè esse vivevano sull’Elicona, monte della Beozia. Solo che queste proposte che i linguisti presentano, contrapponendole di solito nettamente le une alle altre, sono in realtà, secondo il mio modo di vedere le cose, ugualmente valide perchè la radice appare in epifanie sì diverse, ma tutte tenute insieme dal loro significato generico di fondo. La voce moũsa quindi si inserisce bene nell’ambito della radice di messa che io ho riportato, nell’aticolo precedente, al valore di ‘luce, alba’, e poteva altrettanto bene esprimere proprio il concetto di ‘ispirazione, spirito, divinità (ispiratrice)’. La musa Calli-ope era invocata dai poeti epici. Il suo significato di superficie è quello di ‘(musa) dalla bella (calli-) voce(-ope)’ ma quello un po’ più profondo deve ricondursi nel primo membro al gr. kalé-o ‘chiamare’, ted. Hall ‘suono’, sicchè l’intero epiteto si scioglie nel solito composto tautologico che all’origine indicava il canto dell’aedo o della stessa musa che parlava attraverso di lui.
Questa più che legittima interpretazione non può che rafforzarsi quando si viene a sapere che l’epiteto era riservato anche alla ninfa Eco, la quale veniva chiamata anche gēru-gónē ‘figlia (gonē-) del suono (gēru-)’. Il secondo membro -gónē è variante del diffusissimo –genés, incontrato nel post precedente con valore di ‘luce’, che rispunta nel dan. gen-lyd ‘eco’ in cui -lyd significa appunto ‘suono’ (cfr. ted. Laut ‘suono’) e gen- è un prefisso corrispondente all'it. re- esplicante varie funzioni tra cui quella della ripetizione di un'azione (qui: ri-mbombo, ri-echeggiamento) . La radice deve essere la stessa dell'ingl. to be-gin (be-gan,be-gun) 'cominciare' e deve aver contenuto anche l'idea di 'movimento, avvio'. Sicchè a me pare che da questi esempi si possa ricavare una concatenazione semantica molto semplice come: movimento> produzione>generazione> emanazione> irraggiamento>propagazione sonora. Anche l’idea di bellezza dell’elemento kalli- credo debba essere inclusa nel concetto di ‘irraggiamento, luce, luminosità’.
Ritornando al concetto di ‘ispirazione’ vediamo che il greco ci presenta l’aggettivo én-theos ‘ispirato’ che viene solitamente inteso, e gli stessi Greci intendevano, come ‘che ha dentro di sè un dio (-theos)’. Oggi l’etimo più in auge per the-ós ‘dio’ rimanda al significato di ‘spirito’ e allora sarebbe bene intendere il significato originario dell’aggettivo suddetto semplicemente come ‘ispirato’ senza tirare in ballo il concetto di ‘dio’. D’altronde questo nome sarebbe potuto anche scomparire ed essere sostituito da altri nella lingua greca, non facendo in questo caso pesare la sua presenza sul significato dell’aggettivo in questione. Io credo che l’ ispirazione stessa si configuri come qualcosa di spirituale e di divino di per sè: essa è una forza che è sentita dentro di sè dall’uomo delle origini, che costituisce la sua anima la cui natura invisibile è la stessa di quella o di quelle che animano la realtà circostante e successivamente le sue divinità: questa coincidenza tra le due entità, quella umana e quella della natura (con i suoi dei) fa sì che, una volta attuata la separazione nella mente dell’uomo primitivo tra il proprio mondo umano e quello sovannaturale degli dei, gli fa credere che dentro di noi, o alcuni di noi (poeti, profeti, indovini, sacerdoti), scenda talora come dono celeste la parola divina, che era per così dire già sua prima che egli creasse l’Olimpo e i suoi dei.
Nel vocabolario abruzzese di Domenico Bielli si incontra una strana parola: ‘ntusїasme ‘enfiato prodotto da colpo di frusta’. Ognuno può notare la perfetta corrispondenza del termine con l’italiano entusiasmo, ma può esistere un rapporto di somiglianza tra di loro e tra i loro significati? Sappiamo che l’italiano entusiasmo è pari pari il greco enthousiasmós ‘entusiasmo, ispirazione, divino trasporto, frenesia, furore’ costituito dallo stesso aggettivo éntheos di cui sopra (o meglio enthousí-a ‘ispirazione divina’) e dal suffisso -asmós . Ora, secondo me le possibilità sono due. Il significato di ‘gonfiore’ del termine abruzzese citato può avere come etimo o il furore, la forza, l’energia insita in una frustata oppure nella spinta, la forza, la tensione che fa sollevare la pelle a formare un rigonfiamento, cioè in altri termini nell’idea stessa di ‘gonfiore’, il quale è sempre il prodotto di una forza, sia quella del fiato che gonfia un palloncino o quella endogena che produce un tumore, un bernoccolo, un’escrescenza. A quest’ultima mi pare più naturale avvicinare la voce abruzzese, la quale, dunque, trasforma in qualcosa di concreto (il gonfiore della pelle) tutta la forza insita nell’aggettivo greco én-the-os ‘pieno di spirito’ che non si era allontanato, per il significato, dall’ambito spirituale. Ma la voce abruzzese sta lì a testimoniare che nei trascorsi preistorici di én-the-os c'era stato anche un significato fisico del termine. Esso fu portato tra di noi da qualche popolazione preistorica greca o di lingua greca (non si potrebbe spiegare altrimenti il radicamento di alcuni chiari termini greci nei toponimi come la voce anatolia per 'sorgente' nella Marsica) la cui presenza è largamente attestata nell'Italia centro-meridionale e anche in quella settentrionale da indizi e prove diverse, non ultima quella biologica di Cavalli-Sforza basata sull'esame di campioni di sangue.
Il Bielli mette a lemma anche l’aggettivo ‘ntusecùse ‘iroso, modace’ (diverso dalla radice di ‘ntussecà ‘attossicare’, da tossico) la quale mi sembra sfruttare, attraverso un originario *enthous-ikós, la stessa radice di enthousí-a ‘ispirazione divina’ mettendone però in mostra solo l’aspetto del furore e dell’impeto che l’accompagnava.
La radice di –the-os di cui andiamo discutendo mi pare variante di quella della grande famiglia di gr. thú-ō ‘ infurio, mi agito, imperverso’ da cui thum-ós ‘spirito, animo’.
Alla luce del meccanismo dei composti tautologici i termini greci come mouso-manés 'fanatico per la musica o le muse', mouso-mantis 'che vaticina col canto' indicavano all'origine solo lo stato di ispirazione o eccitazione o la persona in quella condizione: solo col tempo questi composti hanno assunto le specificazioni che mostrano. Del resto i due membri sono costituiti da varianti della stessa radice o, meglio, da ampliamenti diversi della base originaria me-, ma- . Il termine gallurese missa-manu ' rimprovero, rabbuffo, ramanzina', composto delle stesse radici o varianti, potrebbe contenere dentro di sè il risentimento o il ribollire proprio del termine italiano fervorino di identico significato. Cfr. nel post precedente il sardo mis-one, miss-one 'fermento, lievito'.
A proposito di gen-lyd 'eco' sopra citato, mi pare di poter individuarne una variante nell'espressione idiomatica inglese to blow great guns 'fare burrasca, soffiare un vento tempestoso', letter. 'soffiare grandi cannoni' che trova a mio parere un lampante riscontro nell'espressione greca usata da Eschilo (Coefore, 1065) gonias kheimon ' vento (kheimon) violento, favorevole, ecc.', tradotta in vari modi a seconda delle interpretazioni della radice di gonias incrociatasi con quella di genos 'genere, generazione', ma che all'origine, quasi certamente sconosciuta già ad Eschilo, doveva avere un significato essenzialmente tautologico rispetto a kheimon 'vento, tempesta'.
giovedì 13 maggio 2010
lunedì 10 maggio 2010
Ite, missa est
La formula latina di congedo, pronunciata un tempo dal sacerdote al termine del rito della Messa, ha dato e dà tuttora filo da torcere ai filologi e storici del cristianesimo che hanno spuntato le loro penne facendo scorrere fiumi d’inchiostro nel tentativo di venirne a capo; ad alcuni dei quali, come ad Antonino Pagliaro, non sarei forse degno, usando un'espressione forte, nemmeno di legare i lacci delle scarpe per quanto attiene alla conoscenza della materia; egli nell’opera Altri saggi di critica semantica, ediz. G. D’Anna, Messina-Firenze, 1961, pp. 129-182, scioglie l’espressione, districandosi egregiamente tra la vasta bibliografia, in ‘Andate, (l’eucarestia) è stata inviata (agli assenti e alle chiese vicine)’: al tempo delle persecuzioni si usava così. Io, non potendo sciorinare tutte le risorse di un bagaglio culturale da maestro, posso solo sperare che le mie poche frecce a disposizione colpiscano, come quelle di Artemide, con tale forza e precisione da lasciare la preda riversa sul terreno a scalciare con i piedi in aria e chi guarda col fiato sospeso.
Ripartendo dal post precedente cerchiamo di analizzare accuratamente con lo specillo il lat. galli-cin-iu(m) ‘canto del gallo, alba’. Riflettendo sui possibili rapporti tra il membro –cin- e i diversi termini luminosi con la stessa radice citati nell’articolo precedente, comincia a balenarmi nella mente la possibilità che il significato di ‘alba’ del vocabolo in questione possa essere scaturito non per semplice metonimia, con l’estensione del significato dal ‘canto del gallo’ al periodo del giorno in cui esso canta per la prima volta dopo la notte, ma per il fatto che la radice poteva avere dietro di sè un significato diverso da quello canoro con cui si presenta a noi nella lingua latina (cfr. i composti di can-ere ‘cantare’ come con-cin-ere ‘cantare insieme, essere d’accordo’, celebrare’) che giustificava anche il significato luminoso di 'alba'. Ed abbiamo visto, sempre nel post precedente, come due idee diverse di ‘luce’ e di ‘vibrazione, movimento’ si riannodino in quella sovraordinata di ‘emanazione’. In altre parole, è solo l’abitudine, per il parlante latino, ad annettere costantemente al termine quel significato specifico composto di due concetti diversi, quello di ‘gallo’ e quello di ‘canto’, a far credere a lui e a noi che il termine fosse nato proprio e solo per questo scopo. Ma noi che seguiamo il principio saussuriano che non mi stancherò mai di ricordare (si vedano i post precedenti) vigiliamo con le orecchie tese e gli occhi ben aperti perchè diamo ormai per scontato che nelle parole si sia attuata nel corso del tempo una sorta di eterogenesi dei fini, per la quale bisogna andare molto spesso a cercare dietro i significati specifici di arrivo quelli molto più generici di partenza. Così a mio avviso si deve riconoscere che, nel caso del nostro vocabolo, ci sia stata una fase temporale in cui esso non ancora significava nè ‘canto del gallo’ nè ‘alba’ ma qualcosa come ‘ vibrazione, forza, spirito, essere vivente’ in ambo i membri (cfr. la radice kyn per ‘cane’ in greco e quella di ted. Huhn ‘pollo, gallina’, ted. Henne ‘gallina’). Pertanto non posso vedere di buon occhio la radice che i linguisti scorgono nel ted. Hahn ‘gallo’, cioè quella di lat. can-ere ‘cantare’ a meno che non se ne estenda il significato sino a comprendervi anche quello di lat. can-(um) ‘bianco, argenteo, biondeggiante’, il quale, quindi, non ha alcun bisogno di essere riportato alla voce casnar ‘vecchio’ dei dialetti sabellici. Di conseguenza anche il gr. ēї-kan-ós ‘gallo’, letter. ‘che canta all’alba (ēї-)’ va inteso come composto tautologico che all’origine poteva indicare anche solo l’alba insieme con il parallelo termine dell’a. ind. usa-kala ‘gallo’, letter. ‘che chiama(cfr. sscr. kal-as ‘sonoro’) all’alba (usa-)’, il cui secondo membro si è incrociato con gr. kalé-o ‘chiamare’, a. a. ted. hal-on ‘chiamare’, ted. Hall 'suono'. L’ingl. to call ‘chiamare’ evidentemente rimanda ad una variante della radice precedente che si incontra, ad esempio, nel ted. gell ‘sonoro’, variante a sua volta di ted. hell ‘chiaro, luminoso, sonoro, acuto’, nell’a. slavo gla-gol-iti ‘parlare’ che presenta il raddoppiamento –gol-. Queste voci per ‘gallo’ riconfermano il sacrosanto principio che la nominazione, all’origine, non obbediva alla volontà di indicare le funzioni o le caratteristiche, più o meno ornamentali, del referente da esprimere, ma unicamente alla indicazione del referente in sè. Poi, strada facendo, si direbbe che siano spuntati come funghi i significati più vari, a causa degli incroci con altri termini che del resto provenivano in genere dalla stessa radice col suo significato generico d’origine. Date queste corrispondenze come poteva, di grazia, il ‘gallo’ non diventare in Grecia sacro al sole? (cfr. R. Graves, I miti greci, Ediz. CDE spa, Milano, 1985, p.138). Per di più il suo nome usuale alek-trýōn, alék-trōn, alék-tōr non è molto diverso da gr. ēlék-tōr ‘raggiante, splendente’ e anche, come sostantivo,‘sole’.
Ora, si dà il caso che nella lingua spagnola si incontri l’espressione misa de gallo ‘messa di mezzanotte di Natale’ che nelle Filippine, le quali hanno conosciuta la dominazione spagnola, può durare fino all’alba. La missa de puddu (logud.) in Sardegna ha lo stesso significato dell’espressione spagnola, per cui si pensa che quella sarda ne sia un semplice calco, data la presenza storica degli spagnoli in Sardegna (cfr. Cortellazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, sub voce). Ma la questione non è così semplice, perchè in sardo esistono vocaboli come im-pudd-ile (logudorese), im-podd-ile (nuorese) che significano ‘alba’ e che contengono al loro interno la voce puddu ‘pollo, gallo’ la quale però, come ho estesamente spiegato nel post Parole sarde del Duls (giugno 2009) a cui rimando, doveva aver avuto in tempi remotissimi il significato di ‘alba’, non potendo quest’ultimo d’altronde derivare, come ho in quel luogo mostrato, dal significato di ‘pollo, gallo’ a cui essa fa riferimento in superficie. Si incontra anche la forma puddile(s) (logudorese) che, oltre al significato di ‘alba’, ritiene anfibologicamente anche quello di ‘pollaio’. Allora si deve rigorosamente dedurre che la missa de puddu (l'espressione ricorre più o meno in tutta l'isola: cfr. messa di puddu in sassarese, miss'e caboni in campidanese), designando la messa di Natale che poteva arrivare in alcuni casi anche all’alba, non può mettersi in rapporto con l’espressione spagnola, anche perchè esiste nella tradizione liturgica una messa dell’alba di Natale diversa da quella di mezzanotte. Seguendo sempre la stessa linea di rigoroso ragionamento si deve dedurre che se la voce puddu va sistemata in qualche lingua del lontanissimo passato, allora anche la voce missa, ad essa legata a filo doppio, può avere un significato credibile solo se la si riconduce ugualmente ad una civiltà sfumante nella preistoria, soprattutto perchè nel periodo di tempo intorno al solstizio d'inverno non mancavano, presso tutti i popoli preistorici, feste religiose con relative cerimonie e usanze rituali che avrebbero potuto facilmente trasferire alla sopravveniente religione cristiana tratti della loro mitologia, non esclusa qualche parola sacra o qualche formula. E' un fatto, poi, che la voce puddu da sola non conserva in nessuna parlata sarda il significato di 'alba' bensì solo quello di 'pollo, gallo' che dovette oscurare l'altro significato probabilmente con l'arrivo del latino nell'isola, ben in anticipo rispetto alla diffusione in essa del cristianesimo e della parola messa della relativa funzione religiosa. A mio avviso anche qui, come per il caso simile di lat. galli-cin-iu(m), ci troviamo di fronte a venerandi reperti di parole preistoriche che avevano lo stesso significato di ‘alba, aurora, sorgere del sole’ e che nella lunga marcia per arrivare fino ai nostri giorni hanno dovuto far salire sul loro carro qualche altra parola con altri significati . Il ‘gallo’ della spagnola misa de gallo deve essere pertanto comparato con le radici luminose più sopra citate.
Illustri studiosi affermano che la festa cristiana del Natale andò a sovrapporsi ad antichissime e spettacolari celebrazioni pagane legate al ciclo del sole e al solstizio d’inverno. La gente durava fatica a staccarsi completamente da esse e pertanto la Chiesa, nella sua saggezza, attuò una politica di compromissione mirante al sincretismo e sembra certo che spostò a quella data la grande ricorrenza della nascita di Cristo, “preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mitraismo che, con la sua morale e spiritualità non dissimili dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del Vangelo” (cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Ediz. Mondolibri spa, Milano, 2003, p.70). Sembra, secondo alcuni, che la forma a raggiera dell’ostensorio, sia un chiaro simbolo del sole. D’altronde non si trattava di un accostamento innaturale perchè a partire dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole e nei primi secoli del cristianesimo il fatto era abituale come ci attesta l'apologeta Tertulliano: “Altri [...] ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perchè è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dire il vero per una ragione del tutto diversa da quella dell’adorazione del sole” (cfr. Cattabiani, cit. pp. 70-71). Il giorno del Sole è quello che poi sarà chiamato dominica 'domenica' in onore del Signore anche se esso è rimasto consacrato al Sole nelle lingue germaniche (cfr, ted. Sonn-tag, ingl. sun-day, letter. ‘giorno del sole’) , giorno in cui si rinnovava il servizio divino della Santa Messa collegata in qualche modo a riti in onore dell’astro della luce diurna. Così stando le cose era inevitabile che, anche al livello del rito, avvenissero contaminazioni sincretistiche tra le vecchie formule e le nuove. Pertanto la mia idea è che la formula di congedo Ite, missa est ne continuasse una precedente al cristianesimo (probabilmente già fraintesa e abbastanza oscura per gli stessi pagani dediti al culto del Sole, i quali potevano averne elaborato comunque il senso erroneo di messa come ‘cerimonia religiosa’, o qualcosa di simile), con il valore originario di “Andate, è l’alba’, espressione pronunciata dall’officiante nel contesto dell’uso diffuso, non solo nell’ambito del cristianesimo, di attendere in veglia lo spuntare del nuovo e risorto Sole, dopo l’apparente sua morte protrattasi nei giorni 22, 23, 24 dicembre quando esso sembra arrestare la sua corsa nel cielo senza andare nè avanti nè indietro, subito dopo il giorno del solstizio (21 dic.). Anche presso i romani la vigilia 'veglia religiosa' era molto diffusa almeno per le festività maggiori. La formula così segnava la fine del rito e nel contempo infondeva un un senso di conforto ed ottimismo nell'animo di coloro che agli albori dell’umanità potevano veramente credere che la divinità potesse abbandonare gli uomini nel freddo, nel gelo e nella disperazione. Potè verificarsi che questa formula fosse mantenuta intatta per dare la sensazione, agli adepti della nuova religione e sopratutto a quelli che esitavano ad abbracciarla, che in fondo si trattava del vecchio rito se esso si concludeva con le stesse parole di prima. E’ certamente una singolare coincidenza quella della Santa Anastasia, che la Chiesa venera il 25 dicembre, e che, sin dai primi secoli (III-IV sec.) del cristianesimo, aveva una basilica sul Palatino, dove si celebravano tre messe e la seconda (alba) era dedicata alla Santa. Gli è che il termine aná-stasis, da cui deriva il suo nome, in greco significa 'il sorgere, il risveglio', e può così riferirsi direttamente alla resurrezione del Sole del 25 dicembre.
Il significato di ‘alba, luce’ della parola misa, missa (non può essere accettata la spiegazione che si basa sul tardo latino missa ‘il lasciare andare’ per la sua banalità: il tutto significherebbe infatti ‘Andate, questo è il congedo’) ci è garantito, oltre che dal ragionamento sopra seguito, anche dal nome di un gioco che in passato era comune nel paese di Cerchio-Aq e che era chiamato mesa-luna, letter. ‘mezza luna’, il classico gioco di testa e/o croce (cfr. Fiorenzo Amiconi, La zurla, Museo civico di Cerchio-Aq, Anno VIII 2005, Quaderno 61, pp. 30-31). Senza stare a descrivere i dettagli del gioco, esso consisteva essenzialmente nel lanciare in aria una moneta imprimendole un moto rotatorio e nello scommettere quale faccia della moneta stesse rivolta verso l’alto una volta ricaduta a terra. Ora, il significato apparente di mesa-luna ‘mezzaluna’ non ha senso alcuno nel contesto, ma se si pon mente al fatto che la moneta è legata alla dea della luna Giunone che d’altronde aveva l’appellativo di Moneta come abbiamo visto nel post precedente , allora si potrà capire che il valore originario dell’espressione poteva riguardare in ambo i suoi membri la moneta stessa, e il suo roteare nell’aria alludeva probabilmente al corso della luna in cielo e al variare della sua faccia nel giro del mese, da sempre metafora del mutare incessante della Fortuna e dell’umore negli esseri umani a tal punto che essi, sotto questi influssi celesti, potevano diventare anche folli: cfr. ingl. lunatic ‘pazzo, squilibrato’. Il nominativo dorico mēs, ionico meís ‘mese, luna’, gen. mēn-ós non è detto che provenga dal supposto *mēns ma può essere un autonomo ampliamento della radice mē- come anche il sscr. mās, mās-as ‘luna, mese’. Si incontra in sardo la voce mis-one (logud.) ‘fermento, lievito’, variante di miss-one (nuor.) ’fermento, lievito’ la cui idea di 'fervore' è molto simile a quella dello ‘scintillio’ . A queste voci collegherei anche il serbo-croato misao 'pensiero' (concetto che nel post precedente abbiamo visto espresso dalla radice men usata per 'luna' e 'mente') e i termini piemontesi misun-éra, meisunì-ara ‘lucciola’, letter. ‘mietitrice’, che ci riporta più direttamente alla luce. Notizia molto interessante, nell'ambito del gioco della mesa-luna, è quella che l'Amiconi ci fornisce con l'espressione testa o vacca, la quale sostituiva la universalmente nota testa o croce. E' facile notare, per chi ha frequentato il liceo classico, che la vacca era l'animale sacro a Era-Giunone e che uno degli epiteti di questa divinità suonava in greco bo-opis 'dagli occhi bovini'. Sarebbe in verità meglio intendere l'aggettivo come 'dalle fattezze di vacca' perchè nella forma di questo animale veniva probabilmente rappresentata la dea in una remota fase teriomorfa del culto. Nelle monete coniate, già dal VII sec. a. C., nell'isola di Samo, dove esisteva un famoso tempio di Era, compariva l'immagine di una vacca. Non è pertanto fuori luogo supporre che la moneta che avrà dato il nome al gioco della mesa-luna a Cerchio, in epoca da definirsi (ho l'impressione che l'inizio della monetazione nel Mediterraneo debba essere di molto retrodatato), portasse impressa in una faccia la figura della vacca e nell'altra la sua testa o quella antropomorfa della divinità. E' certamente curiosa la corrispondenza tra il nome del monte Kerk-is, il più alto della catena del Kerk-eteus che attraversa per il lungo tutta l'isola di Samo, e la base del toponimo Cerchio da Circ-ulu(m), per il quale rimando al post Il nome del paese di Cerchio (luglio 2009).
Il Pagliaro ha forse compiuto il tentativo più serio, consapevole e articolato per aprire il senso nascosto della formula suddetta con gli strumenti della linguistica tradizionale, ma naturalmente non poteva sfruttare i mezzi, semplici eppure profondi, che mi sono con dovizia offerti dalla mia certamente non canonica visione dei fenomeni linguistici. Sta ad altri, naturalmente, confermarne la validità, che a me sembra, senza falsa modestia, scontata. E’ essenzialmente l’enorme elasticità del significato di fondo della parola, a mio avviso incontrovertibile, che va a scompigliare, con l’effetto di un improvviso turbine tempestoso, quasi tutte le carte e le regole del gioco fissate da alcuni secoli di linguistica cosiddetta scientifica, la quale peraltro annovera studiosi il cui solo nome suscita in me, nonostante tutto, una sorta di timore reverenziale.
Ripartendo dal post precedente cerchiamo di analizzare accuratamente con lo specillo il lat. galli-cin-iu(m) ‘canto del gallo, alba’. Riflettendo sui possibili rapporti tra il membro –cin- e i diversi termini luminosi con la stessa radice citati nell’articolo precedente, comincia a balenarmi nella mente la possibilità che il significato di ‘alba’ del vocabolo in questione possa essere scaturito non per semplice metonimia, con l’estensione del significato dal ‘canto del gallo’ al periodo del giorno in cui esso canta per la prima volta dopo la notte, ma per il fatto che la radice poteva avere dietro di sè un significato diverso da quello canoro con cui si presenta a noi nella lingua latina (cfr. i composti di can-ere ‘cantare’ come con-cin-ere ‘cantare insieme, essere d’accordo’, celebrare’) che giustificava anche il significato luminoso di 'alba'. Ed abbiamo visto, sempre nel post precedente, come due idee diverse di ‘luce’ e di ‘vibrazione, movimento’ si riannodino in quella sovraordinata di ‘emanazione’. In altre parole, è solo l’abitudine, per il parlante latino, ad annettere costantemente al termine quel significato specifico composto di due concetti diversi, quello di ‘gallo’ e quello di ‘canto’, a far credere a lui e a noi che il termine fosse nato proprio e solo per questo scopo. Ma noi che seguiamo il principio saussuriano che non mi stancherò mai di ricordare (si vedano i post precedenti) vigiliamo con le orecchie tese e gli occhi ben aperti perchè diamo ormai per scontato che nelle parole si sia attuata nel corso del tempo una sorta di eterogenesi dei fini, per la quale bisogna andare molto spesso a cercare dietro i significati specifici di arrivo quelli molto più generici di partenza. Così a mio avviso si deve riconoscere che, nel caso del nostro vocabolo, ci sia stata una fase temporale in cui esso non ancora significava nè ‘canto del gallo’ nè ‘alba’ ma qualcosa come ‘ vibrazione, forza, spirito, essere vivente’ in ambo i membri (cfr. la radice kyn per ‘cane’ in greco e quella di ted. Huhn ‘pollo, gallina’, ted. Henne ‘gallina’). Pertanto non posso vedere di buon occhio la radice che i linguisti scorgono nel ted. Hahn ‘gallo’, cioè quella di lat. can-ere ‘cantare’ a meno che non se ne estenda il significato sino a comprendervi anche quello di lat. can-(um) ‘bianco, argenteo, biondeggiante’, il quale, quindi, non ha alcun bisogno di essere riportato alla voce casnar ‘vecchio’ dei dialetti sabellici. Di conseguenza anche il gr. ēї-kan-ós ‘gallo’, letter. ‘che canta all’alba (ēї-)’ va inteso come composto tautologico che all’origine poteva indicare anche solo l’alba insieme con il parallelo termine dell’a. ind. usa-kala ‘gallo’, letter. ‘che chiama(cfr. sscr. kal-as ‘sonoro’) all’alba (usa-)’, il cui secondo membro si è incrociato con gr. kalé-o ‘chiamare’, a. a. ted. hal-on ‘chiamare’, ted. Hall 'suono'. L’ingl. to call ‘chiamare’ evidentemente rimanda ad una variante della radice precedente che si incontra, ad esempio, nel ted. gell ‘sonoro’, variante a sua volta di ted. hell ‘chiaro, luminoso, sonoro, acuto’, nell’a. slavo gla-gol-iti ‘parlare’ che presenta il raddoppiamento –gol-. Queste voci per ‘gallo’ riconfermano il sacrosanto principio che la nominazione, all’origine, non obbediva alla volontà di indicare le funzioni o le caratteristiche, più o meno ornamentali, del referente da esprimere, ma unicamente alla indicazione del referente in sè. Poi, strada facendo, si direbbe che siano spuntati come funghi i significati più vari, a causa degli incroci con altri termini che del resto provenivano in genere dalla stessa radice col suo significato generico d’origine. Date queste corrispondenze come poteva, di grazia, il ‘gallo’ non diventare in Grecia sacro al sole? (cfr. R. Graves, I miti greci, Ediz. CDE spa, Milano, 1985, p.138). Per di più il suo nome usuale alek-trýōn, alék-trōn, alék-tōr non è molto diverso da gr. ēlék-tōr ‘raggiante, splendente’ e anche, come sostantivo,‘sole’.
Ora, si dà il caso che nella lingua spagnola si incontri l’espressione misa de gallo ‘messa di mezzanotte di Natale’ che nelle Filippine, le quali hanno conosciuta la dominazione spagnola, può durare fino all’alba. La missa de puddu (logud.) in Sardegna ha lo stesso significato dell’espressione spagnola, per cui si pensa che quella sarda ne sia un semplice calco, data la presenza storica degli spagnoli in Sardegna (cfr. Cortellazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998, sub voce). Ma la questione non è così semplice, perchè in sardo esistono vocaboli come im-pudd-ile (logudorese), im-podd-ile (nuorese) che significano ‘alba’ e che contengono al loro interno la voce puddu ‘pollo, gallo’ la quale però, come ho estesamente spiegato nel post Parole sarde del Duls (giugno 2009) a cui rimando, doveva aver avuto in tempi remotissimi il significato di ‘alba’, non potendo quest’ultimo d’altronde derivare, come ho in quel luogo mostrato, dal significato di ‘pollo, gallo’ a cui essa fa riferimento in superficie. Si incontra anche la forma puddile(s) (logudorese) che, oltre al significato di ‘alba’, ritiene anfibologicamente anche quello di ‘pollaio’. Allora si deve rigorosamente dedurre che la missa de puddu (l'espressione ricorre più o meno in tutta l'isola: cfr. messa di puddu in sassarese, miss'e caboni in campidanese), designando la messa di Natale che poteva arrivare in alcuni casi anche all’alba, non può mettersi in rapporto con l’espressione spagnola, anche perchè esiste nella tradizione liturgica una messa dell’alba di Natale diversa da quella di mezzanotte. Seguendo sempre la stessa linea di rigoroso ragionamento si deve dedurre che se la voce puddu va sistemata in qualche lingua del lontanissimo passato, allora anche la voce missa, ad essa legata a filo doppio, può avere un significato credibile solo se la si riconduce ugualmente ad una civiltà sfumante nella preistoria, soprattutto perchè nel periodo di tempo intorno al solstizio d'inverno non mancavano, presso tutti i popoli preistorici, feste religiose con relative cerimonie e usanze rituali che avrebbero potuto facilmente trasferire alla sopravveniente religione cristiana tratti della loro mitologia, non esclusa qualche parola sacra o qualche formula. E' un fatto, poi, che la voce puddu da sola non conserva in nessuna parlata sarda il significato di 'alba' bensì solo quello di 'pollo, gallo' che dovette oscurare l'altro significato probabilmente con l'arrivo del latino nell'isola, ben in anticipo rispetto alla diffusione in essa del cristianesimo e della parola messa della relativa funzione religiosa. A mio avviso anche qui, come per il caso simile di lat. galli-cin-iu(m), ci troviamo di fronte a venerandi reperti di parole preistoriche che avevano lo stesso significato di ‘alba, aurora, sorgere del sole’ e che nella lunga marcia per arrivare fino ai nostri giorni hanno dovuto far salire sul loro carro qualche altra parola con altri significati . Il ‘gallo’ della spagnola misa de gallo deve essere pertanto comparato con le radici luminose più sopra citate.
Illustri studiosi affermano che la festa cristiana del Natale andò a sovrapporsi ad antichissime e spettacolari celebrazioni pagane legate al ciclo del sole e al solstizio d’inverno. La gente durava fatica a staccarsi completamente da esse e pertanto la Chiesa, nella sua saggezza, attuò una politica di compromissione mirante al sincretismo e sembra certo che spostò a quella data la grande ricorrenza della nascita di Cristo, “preoccupata dalla straordinaria diffusione dei culti solari e soprattutto dal mitraismo che, con la sua morale e spiritualità non dissimili dal cristianesimo, poteva frenare se non arrestare la diffusione del Vangelo” (cfr. Alfredo Cattabiani, Calendario, Ediz. Mondolibri spa, Milano, 2003, p.70). Sembra, secondo alcuni, che la forma a raggiera dell’ostensorio, sia un chiaro simbolo del sole. D’altronde non si trattava di un accostamento innaturale perchè a partire dall’Antico Testamento Gesù veniva preannunciato dai profeti come Luce e Sole e nei primi secoli del cristianesimo il fatto era abituale come ci attesta l'apologeta Tertulliano: “Altri [...] ritengono che il Dio cristiano sia il Sole perchè è un fatto notorio che noi preghiamo orientati verso il sole che sorge e che nel giorno del Sole ci diamo alla gioia, a dire il vero per una ragione del tutto diversa da quella dell’adorazione del sole” (cfr. Cattabiani, cit. pp. 70-71). Il giorno del Sole è quello che poi sarà chiamato dominica 'domenica' in onore del Signore anche se esso è rimasto consacrato al Sole nelle lingue germaniche (cfr, ted. Sonn-tag, ingl. sun-day, letter. ‘giorno del sole’) , giorno in cui si rinnovava il servizio divino della Santa Messa collegata in qualche modo a riti in onore dell’astro della luce diurna. Così stando le cose era inevitabile che, anche al livello del rito, avvenissero contaminazioni sincretistiche tra le vecchie formule e le nuove. Pertanto la mia idea è che la formula di congedo Ite, missa est ne continuasse una precedente al cristianesimo (probabilmente già fraintesa e abbastanza oscura per gli stessi pagani dediti al culto del Sole, i quali potevano averne elaborato comunque il senso erroneo di messa come ‘cerimonia religiosa’, o qualcosa di simile), con il valore originario di “Andate, è l’alba’, espressione pronunciata dall’officiante nel contesto dell’uso diffuso, non solo nell’ambito del cristianesimo, di attendere in veglia lo spuntare del nuovo e risorto Sole, dopo l’apparente sua morte protrattasi nei giorni 22, 23, 24 dicembre quando esso sembra arrestare la sua corsa nel cielo senza andare nè avanti nè indietro, subito dopo il giorno del solstizio (21 dic.). Anche presso i romani la vigilia 'veglia religiosa' era molto diffusa almeno per le festività maggiori. La formula così segnava la fine del rito e nel contempo infondeva un un senso di conforto ed ottimismo nell'animo di coloro che agli albori dell’umanità potevano veramente credere che la divinità potesse abbandonare gli uomini nel freddo, nel gelo e nella disperazione. Potè verificarsi che questa formula fosse mantenuta intatta per dare la sensazione, agli adepti della nuova religione e sopratutto a quelli che esitavano ad abbracciarla, che in fondo si trattava del vecchio rito se esso si concludeva con le stesse parole di prima. E’ certamente una singolare coincidenza quella della Santa Anastasia, che la Chiesa venera il 25 dicembre, e che, sin dai primi secoli (III-IV sec.) del cristianesimo, aveva una basilica sul Palatino, dove si celebravano tre messe e la seconda (alba) era dedicata alla Santa. Gli è che il termine aná-stasis, da cui deriva il suo nome, in greco significa 'il sorgere, il risveglio', e può così riferirsi direttamente alla resurrezione del Sole del 25 dicembre.
Il significato di ‘alba, luce’ della parola misa, missa (non può essere accettata la spiegazione che si basa sul tardo latino missa ‘il lasciare andare’ per la sua banalità: il tutto significherebbe infatti ‘Andate, questo è il congedo’) ci è garantito, oltre che dal ragionamento sopra seguito, anche dal nome di un gioco che in passato era comune nel paese di Cerchio-Aq e che era chiamato mesa-luna, letter. ‘mezza luna’, il classico gioco di testa e/o croce (cfr. Fiorenzo Amiconi, La zurla, Museo civico di Cerchio-Aq, Anno VIII 2005, Quaderno 61, pp. 30-31). Senza stare a descrivere i dettagli del gioco, esso consisteva essenzialmente nel lanciare in aria una moneta imprimendole un moto rotatorio e nello scommettere quale faccia della moneta stesse rivolta verso l’alto una volta ricaduta a terra. Ora, il significato apparente di mesa-luna ‘mezzaluna’ non ha senso alcuno nel contesto, ma se si pon mente al fatto che la moneta è legata alla dea della luna Giunone che d’altronde aveva l’appellativo di Moneta come abbiamo visto nel post precedente , allora si potrà capire che il valore originario dell’espressione poteva riguardare in ambo i suoi membri la moneta stessa, e il suo roteare nell’aria alludeva probabilmente al corso della luna in cielo e al variare della sua faccia nel giro del mese, da sempre metafora del mutare incessante della Fortuna e dell’umore negli esseri umani a tal punto che essi, sotto questi influssi celesti, potevano diventare anche folli: cfr. ingl. lunatic ‘pazzo, squilibrato’. Il nominativo dorico mēs, ionico meís ‘mese, luna’, gen. mēn-ós non è detto che provenga dal supposto *mēns ma può essere un autonomo ampliamento della radice mē- come anche il sscr. mās, mās-as ‘luna, mese’. Si incontra in sardo la voce mis-one (logud.) ‘fermento, lievito’, variante di miss-one (nuor.) ’fermento, lievito’ la cui idea di 'fervore' è molto simile a quella dello ‘scintillio’ . A queste voci collegherei anche il serbo-croato misao 'pensiero' (concetto che nel post precedente abbiamo visto espresso dalla radice men usata per 'luna' e 'mente') e i termini piemontesi misun-éra, meisunì-ara ‘lucciola’, letter. ‘mietitrice’, che ci riporta più direttamente alla luce. Notizia molto interessante, nell'ambito del gioco della mesa-luna, è quella che l'Amiconi ci fornisce con l'espressione testa o vacca, la quale sostituiva la universalmente nota testa o croce. E' facile notare, per chi ha frequentato il liceo classico, che la vacca era l'animale sacro a Era-Giunone e che uno degli epiteti di questa divinità suonava in greco bo-opis 'dagli occhi bovini'. Sarebbe in verità meglio intendere l'aggettivo come 'dalle fattezze di vacca' perchè nella forma di questo animale veniva probabilmente rappresentata la dea in una remota fase teriomorfa del culto. Nelle monete coniate, già dal VII sec. a. C., nell'isola di Samo, dove esisteva un famoso tempio di Era, compariva l'immagine di una vacca. Non è pertanto fuori luogo supporre che la moneta che avrà dato il nome al gioco della mesa-luna a Cerchio, in epoca da definirsi (ho l'impressione che l'inizio della monetazione nel Mediterraneo debba essere di molto retrodatato), portasse impressa in una faccia la figura della vacca e nell'altra la sua testa o quella antropomorfa della divinità. E' certamente curiosa la corrispondenza tra il nome del monte Kerk-is, il più alto della catena del Kerk-eteus che attraversa per il lungo tutta l'isola di Samo, e la base del toponimo Cerchio da Circ-ulu(m), per il quale rimando al post Il nome del paese di Cerchio (luglio 2009).
Il Pagliaro ha forse compiuto il tentativo più serio, consapevole e articolato per aprire il senso nascosto della formula suddetta con gli strumenti della linguistica tradizionale, ma naturalmente non poteva sfruttare i mezzi, semplici eppure profondi, che mi sono con dovizia offerti dalla mia certamente non canonica visione dei fenomeni linguistici. Sta ad altri, naturalmente, confermarne la validità, che a me sembra, senza falsa modestia, scontata. E’ essenzialmente l’enorme elasticità del significato di fondo della parola, a mio avviso incontrovertibile, che va a scompigliare, con l’effetto di un improvviso turbine tempestoso, quasi tutte le carte e le regole del gioco fissate da alcuni secoli di linguistica cosiddetta scientifica, la quale peraltro annovera studiosi il cui solo nome suscita in me, nonostante tutto, una sorta di timore reverenziale.
martedì 4 maggio 2010
La luna e la luce
Placida notte, e verecondo raggio
della cadente luna; e tu che spunti
tra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei;
(G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo,1822)
E’ dolce ricordare questi tersi teneri delicati versi con cui il Leopardi descrive, per bocca della furente disperata ardente Saffo e con tocchi da finissimo maestro, lo svanire della notte con la luna che lieve tramonta e cede pudibonda il passo, nel silenzio attonito della selva, allo spuntar della stella del mattino, Venere, mentre mi accingo a indagare con rinnovato slancio i significati di vari vocaboli per ‘luna’. Speriamo sia di buon auspicio.
Mi ha sempre lasciato dubbioso il fatto che tutti i linguisti attribuiscono ad una radice mē-, ‘misurare’, ampliata in modi diversi, l’origine dei molti termini germanici, e non solo, per ‘luna’ come ingl. moon, ted. Mond, a. a. ted. mano, got. mena, gr. mene, pers. maneg ‘luna’. Il loro ragionamento probabilmente parte dalla considerazione che in queste lingue non esiste una radice simile alla precedente per ‘brillare’ e che quindi la ‘luna’, già dall’origine, sia stata considerata, in questo caso, come ‘colei che misura il tempo delle stagioni’ col suo ciclo mensile. Infatti la stessa radice serve ad indicare spesso anche la nozione di ‘mese’ come in lat. mens-is, gr. men, ingl. month, ted. Monat. Questa considerazione, però, mi sembra abbastanza innaturale. Anche a voler ammettere che la misurazione del tempo sia iniziata quando l’uomo cominciava ad elaborare lo strumento del linguaggio, non si può da questo inferire che egli l’abbia vista, la luna, per la prima volta come una misuratrice trascurando la registrazione della sua natura che è quella di essere la più luminosa tra le tante facelle della notte! E in effetti tutti i termini che io conosco per ‘luna’ fanno capo alla nozione di ‘luce, luminosità’ e simili: cfr. lat. luna da* luc-na, *louk-s-na (cfr. lat. lucem ‘luce’), gr. seléne ‘luna’ da sélas ‘splendore, raggio, scintilla’, sscr candrama ‘luna’ (letter. ‘la lucente’, cfr lat. cand-idu(m) ‘candido, lucente, splendente’), a. slavo luča ‘raggio, luna’, gr. mod. phéggari ‘luna’ da phéggos ‘splendore’, alban. ghego hane ‘luna’ da gr. gános ‘splendore’, alban. hënë ‘luna’. Con questo quadro di riferimento, per quanto limitato, mi sento più che sicuro nel supporre che tutti gli altri innumerevoli appellativi per ‘luna’ nelle varie lingue e dialetti sparsi su tutta la terra debbono rimandare all’idea primordiale e costitutiva dell’astro, visto senz’altro con disinteressato stupore dai primi uomini parlanti, anche quando il significato apparente dovesse essere diverso a causa dei sempre facili incroci della radice originariamente luminosa con quella di parole con altri significati. In questo modo si confermerebbe anche l’assunto, più volte ricordato, secondo cui la lingua nomina i referenti chiamandoli per quello che sono e non per le funzioni che potrebbero svolgere, anche se importanti.
Una spina nel fianco alla tesi comune è rappresentata, a mio avviso, dal pers. mahnak ‘splendere della luna’, termine che ci spinge pertanto a trovare una soluzione diversa al problema etimologico della radice la quale doveva inquadrarsi così nell’ambito delle tante altre indicanti la ‘luce’ e lo ‘splendore’. Mi viene in mente l’epiteto esiodeo (cfr. Esiodo, Teogonia, 426) muno-genés ‘uni-genita (-genés)’ riferito ad Ecate, divinità della luna, chiamata talora anche Munikhía, simile a pers. maneg ‘luna’ e alle scintille chiamate in italiano monach-ine. Ma perchè mai questa divinità lunare, con poteri in cielo, in terra e in mare, doveva essere una ‘figlia unica’, come ribadisce più volte Esiodo, anche se, nata da Perse ed Asteria, doveva avere fratelli e/o sorelle, dato che secondo altre tradizioni i suoi genitori avevano avuto altri figli? Quale ne possa essere la motivazione profonda è inutile sperare di saperlo andando a scrutare tra le pieghe del mito che in questo caso, come nella maggior parte degli altri, è pronto a contraddirsi e a disperdersi in tanti rivoli. L’unica via che ci possa aprire un pertugio ed illuminarci è costituita dall’analisi dei nomi stessi. Ecate è figlia di Asteria la cui radice allude chiaramente alla luce dei corpi celesti. Asteria era a sua volta figlia di Febe (Phoíbe ‘splendente’), fondatrice dell’oracolo di Apollo a Delfi, che poi donò al nipote Apollo, divinità nota a tutti con l’appellativo di Phoíbos (Febo)‘splendente’. Tutto ruota intorno al concetto di ‘luce’ e allo stesso modo della falena che ne è attratta irresistibilmente noi dobbiamo insistere su questa linea interpretativa a costo di perderci anche nelle mere supposizioni. Ma ho fiducia che questo non accadrà, perchè è possibile trovare il bandolo di tutta la matassa.
Ritornando all’epiteto mouno-genés, mono-genés mi balza agli occhi la somiglianza del secondo costituente con le voci albanesi sopra citate hane, hënë ‘luna’ dal gr. gános ‘splendore’ (cfr. O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, presente in rete) e allora non resta che prendere atto, secondo me, del fatto che anche qui ci troviamo di fronte ad uno dei tanti composti tautologici col medesimo significato di ‘luce, luna’ in ambo i membri. Per il significato nascosto sotto a –genés si confronti il turco gűnes ‘sole’, l’arabo ganni ‘rosso’, l’espressione greca (Alessi, IV sec. a.C.) kýnes Hephaístu ‘scintille’, letter. ‘cani di Efesto’ cioè della divinità del fuoco che secondo Eliano (II-III sec. d.C.) aveva un tempio nella città di Etna dove si conservava il fuoco inestinguibile guardato da cani sacri, le espressioni inglesi di queen’s weather ‘sole, bel tempo’ letter. ‘tempo della regina (queen’s)’ e di queen’s ware ‘terraglie color crema’, letter. ‘ terraglie (ware) della regina’, nonchè i seguenti nomi di pesci dalla coloritura argentea come queen-fish, chen-fish, king-fish di cui non so la traduzione in italiano. Si badi bene, probabilmente il significato originario dei primi costituenti di questi nomi dovette essere quello di ‘pesce’ nel senso di ‘animale’, incrociatosi poi con l’altro significato di ‘sole, argento, luce’ della radice e adattatosi ad aggiustamenti vari per via della sempre attiva etimologia popolare. Anche Giunone, divinità lunare moglie di Giove, aveva il suo bravo epiteto di Mon-eta ‘avvertitrice (verbo mon-ere)’ che, vedi caso, sembra però la copia del ted. Mon-at ‘mese’. L’idea di ‘mese’ a questo punto credo sia meglio considerarla come derivata da un uso estensivo della radice che indicò dapprima la ‘luna’ in quanto ‘luce’ e non ‘misuratrice’, per poi diventare, incrociandosi con la radice m e- (misura), utile strumento di suddivisione dell’anno in diversi cicli mensili corrispondenti al tempo di rotazione e rivoluzione della luna intorno alla terra. La dea aveva una figlia, Min-erva, divinità della saggezza, che col primo elemento del nome sembra richiamare la radice men di lat. mente(m). Quale potrebbe essere allora il legame fra la luce e la mente? La ‘luce’ a mio parere si profila, nella mente dell’uomo delle origini, come una ‘forza, emanazione, movimento’, segno di una vitalità insita in tutti gli esseri viventi ma specialmente in alcuni. Abbiamo visto nel post precedente come la radice in questione potesse assumere anche il significato di ‘furoreggiare, agitarsi’ nel greco main-o e nel gr. ménos ‘furia, impeto, forza vitale’; il legame tra il concetto di ‘agitazione’ e quello di ‘luce’, per quanto ora a noi sembri quasi impensabile, è dimostrato invece da alcuni termini come il lat. vibr-are ‘vibrare, brandire, scuotere, lanciare, tremare, oscillare, scintillare, splendere’, lat. corusc-are ‘vibrare, brandire, cozzare, muoversi, brillare, balenare’, gr. aíth-o ‘ardere, accendere, splendere’ confrontato con gr. aith-ýss-o ‘scuoto, suscito, mi agito, tremolo, risplendo’, gr. di-aith-ýss-o ‘scuoto, sconvolgo, soffio’, gr. par-aith-ýss-o ‘porre in movimento, eccitare, passare volando’, gr. kat-aith-ýss-o ‘faccio splendere, illumino, ondeggio, balzo su’. Ci saranno anche altri termini simili che ci fanno capire come si possa passare, con assoluta naturalezza, dal concetto di ‘movimento’ a quello di ‘vibrazione’ in tutti i sensi, compreso quello della fiamma, che rispecchia la sua natura profonda, la quale vuole essere in perenne movimento, e , per questa strada, porge all’uomo onomaturgo idee e parole per farsi nominare. Questo stretto rapporto, poi, tra il concetto di luce e quello di mente ci permette di supporre che esso sussista anche dentro il concetto di uomo più sopra abbinato a quello di mente a proposito di ted. Mann ‘uomo’( per maggiore chiarezza cfr. il post Parole sarde del Duls). Esso riceve una valida conferma dall’ant. ted. mond ‘uomo’, variante di ted. Mann, che, vedi caso, è l’esatta copia di ted. Mond ‘luna’. Ancora oggi in questa lingua si incontra l’espressione so ein trauriger Mond! ‘pover’uomo!’, letter. ‘povera luna!’(cfr. il sscr. pra-mantha ‘fiaccola, svastica’) nella coscienza del parlante medio. Quanto facilmente un significato può inavvertitamente trascolorare in un altro in apparenza del tutto diverso! A proposito delle note espressioni omeriche come ménos Alkínoio ‘la possa di Alcinoo, la persona di Alcinoo, Alcinoo’, che secondo me sono una dimostrazione del passaggio in fieri del termine ménos dal significato generico di ‘spirito vitale’ a quello di ‘uomo’ tout court si rimanda al post Fonte della Vita e fonte Vipera... Anche l’Aurora secondo Euripide (cfr. Oreste, 1004: monó-pōlon...Aō) aveva, poveretta, un cocchio trainato da un solo cavallo (põlos ‘puledro, cavallo’), anche se Omero ne indica due, Lampo e Fetonte (Splendente), i cui nomi sono già tutto un programma, ma per un’analisi più accurata delle due componenti di monó-pōlon si veda il post Parole sarde del Duls.
Nessuno, che io sappia, ha mai notato la presenza di stupefacenti coincidenze tra il nome della dea Ecate ed altri a lei connessi. Le feste in suo onore venivano celebrate in Grecia il trigesimo di ogni mese, in greco tri-ekás, tri-ekád-os ‘trenta del mese’, il cui secondo membro, combaciando col nome della dea, evidentemente determinò la fissazione della solennità in quella data. Ma l’intero nome, così inteso, andava a corrispondere anche ad un altro raro epiteto di Ecate, ossia tri-sélenos, inteso come ‘nata nella terza notte’ da G. Gemoll nel suo famoso dizionario per i licei, ediz. Sandron, Firenze, 1922. Per la verità l’epiteto si accompagnava anche ad Eracle, divinità complessa ma molto probabilmente di origine solare. Egli sarebbe nato come frutto dei teneri amplessi che avvinghiarono, in una notte artificialmente prolungata fino a raggiungere la lunghezza di tre, l’infedele Zeus e la mortale bellissima Alc-mena. Il sentore della presenza di Ecate si avverte anche in qualche festività dell’antica India come l’ Ekadasi ‘Undicesimo’, un particolare giorno di digiuno della tradizione vedica durante il quale più intenso si faceva il ricordo di Krishna, divinità suprema ! La ricorrenza cadeva appunto l’undicesimo giorno della luna crescente e della luna calante e il nome mi sembra un clone delle Ecatesie, feste celebrate in molte città greche in onore di Ecate.
A questo punto è importantissimo, a mio avviso, notare che tutto il bagaglio tradizionale di feste, ricorrenze, usanze religiose, racconti , aneddoti, e il mito stesso sono un effetto provocato dall’incrocio delle parole attraverso i millenni: non si può sostenere a cuor leggero che sia avvenuto il movimento inverso, che cioè, ad esempio, l’epiteto tri-sélenos sia stato attribuito ad Eracle in conseguenza della lunghissima notte di cui sopra, ma è molto più naturale pensare che esso fosse un antico trasparente termine di una divinità solare o lunare. D’altronde la componente tri- si ripresenta anche in lat. Tri-via, epiteto di Diana o Ecate venerata nei trivi, in lat. septem tri-ones ‘sette buoi’, cioè le stelle dell’Orsa, oltre che in gr. Tri-ópios, epiteto di Apollo nella città di Cnido in Caria, che, vedi caso, non ha acquisito un valore particolare per il semplice motivo che la radice si prestava a formare il significato di ‘dalla triplice voce’ o ‘dalla triplice vista, dai tre occhi’, significati troppo distanti dalla tradizione antichissima del dio Apollo che ne faceva un essere dall’aspetto normale. Ma Artemide, dea per molti versi simile a Diana o Ecate, aveva anche l’applellativo di tri-klãria ‘che per tre volte assegna le sorti (klãros)’, che aveva probabilmente una sua giustificazione perchè ad esempio Apollo, a Delfi, traeva a sorte, per mezzo dei suoi sacerdoti, l’ordine degli interroganti (cfr. Euripide, Ione, v. 908). Ma anche qui bisogna credere che l'uso sia scaturito dal nome e che dietro il secondo membro – klãria dorma una radice uguale a quella di lat. claru(m) ‘chiaro, squillante, lucente’. Il gr. Klários, epiteto di Zeus ed Apollo, divinità che avevano un culto nella città di Claro, nella Ionia, definita non per nulla aigláessa ‘splendida, luminosa’ nell’inno omerico ad Apollo (v.40). Infine anche le Trie (Thriaí), le tre nutrici di Apollo che insegnarono ad Ermes l’arte di predire il futuro osservando la disposizione dei sassolini (cfr. gr.thri-aí ‘sassolini, pietruzze) in un catino pieno d’acqua, debbono far parte di questa fantastica girandola che si avvita su sè stessa, e che dovrebbe richiamare l’attenzione di chi indaga. Non costituisce quindi un problema che la dea fosse chiamata anche tri-forme. Naturalmente la componente tri- è andata a coprire una precedente radice per ‘luce, fuoco’. Non ricordo se in norvegese o svedese dialettali si incontra una radice tir o tira per ‘stella’, comunque possiamo attingere al sscr. tara ‘stella’ probabilmente dalla radice tri ‘attraversare’ con l’idea del movimento che ben si attaglia all' irraggiarsi della luce. Il gr. tér-as ‘ astro, stella, presagio, mostro’ accompagnato da gr. teír-os (usato solo al pl.)‘ segno celeste, astro, costellazione’ e da quella che considero una variante, sia nella forma che nel significato, cioè gr. thér-os ‘estate, stagione calda’, gr. therm-ós ‘caldo, ardente, infocato’ sono più che sufficienti a spiegare il valore luminoso di tri-. Se si fa attenzione si nota che l’inverso di gr. tér-as dà gr. as-tér ‘astro, stella’, cfr. ted. Oester-reich 'Austria' letter. 'territorio orientale (Oester-)' . Non condivido, infatti, l’etimologia corrente di quest’ultima parola che viene collegata al ted. Stern ‘stella’, ingl. star ‘stella’ da (a)stér perchè preferisco per questi termini tirare in ballo il sscr. stri ‘ spargere’ che mi pare simile al lat. stern-ere ‘stendere, spandere’ e financo al lat. sidus, sider-is ‘stella’, oltre che all’ingl. strew ‘sparpagliare, spargere’. Pertanto io penso che l’espressione omerica (cfr. Il. XXIII, 177) relativa al fuoco che Achille appicca alla pira di Patroclo, e cioè pyrós ménos...sidēre-on, letter. ‘la forza (ménos) ferrea (sidēre-on) del fuoco (pyr-ós)’ non vada intesa come ‘la forza indomabile, implacabile del fuoco’ dando un senso figurato a ‘ferrea’, ma come ‘la forza luminosa del fuoco’, credendo che sotto l’aggettivo sidēre-on operi in questo caso la radice di lat. sidere-u(m) ‘sidereo, scintillante, lucente’ e non quella di greco sídēre-os ‘ferreo, duro, crudele’. Se vogliamo mantenere il senso di ‘durezza, ostinazione’ dobbiano vederlo come specchio dell’indole profonda della fiamma o del fuoco che, come dicevo più sopra, è tutta nella pertinace, incontenibile, irrefrenabile vitalità e mobilità degli stessi e non implica un nostro giudizio morale sulle eventuali conseguenze, talora nefaste, degli incendi. E’ vero che il senso figurato potrebbe anche essere accettato, ma nel contempo non si può negare che l’altro è più naturale e non suscita, a ben riflettere, quel sottile stridore che mi sembra di notare nella volontà di indicare una qualità del ‘fuoco’ ricorrendo all’idea di ‘ferro’, ben presente nell’aggettivo in questione, anche nella coscienza del locutore medio. Abbiamo visto che ménos è termine generico per qualsiasi tipo di ‘forza, vitalità’, compresa quella della luce lunare, ed è proprio questa luminosità che l’aggettivo sidēre-on voleva all’origine sottolineare. Il lat. sider-is coinvolge altri termini interessanti come lat. con-sider-are ‘considerare, osservare’, lat. de-sider-are ‘desiderare’, it. as-sider-are per i quali, va da sè, non mi soddifano le solite proposte, ma ne rimando l’interpretazione ad altra occasione. La forma sider-is a mio avviso può benissimo essere variante della radice di ted. Stern ‘stella’ alla quale si potè arrivare forse del tutto naturalmente se l’accento tonico si fosse spostato, per qualche motivo a me ignoto, dalla terzultima alla penultima, con successiva normale caduta della vocale -i- e trasformazione della dentale sonora in sorda –t-, per assimilazione alla spirante sorda –s-. Qualcosa di simile è accaduto, per l’accento, tra il lat. luna ‘luna’ da *lùcna e lat. Lucìna , dea della luce, ed epiteto di Diana e Giunone, divinità lunari. Forse di lat. sider-is esisteva una variante con la –e- lunga sidēr-is, come nel termine greco ad esso da me collegato, e per la legge della penultima l’accento andò a posarsi su di essa. Per la difficoltà rappresentata dal fenomeno del rotacismo della sibilante –s-, presente ancora nel nominativo, si potrebbe prospettare la seguente soluzione. La parola in origine presentava una radice non con la sibilante ma con la liquida –r-: la forma non rotata del nominativo sarebbe solo la conseguenza di un fenomeno analogico, di allineamento con i tanti altri termini come vellus, veller-is; vulnus, vulner-is; opus, operis ecc. D’altronde io sono propenso a credere che il fenomeno del rotacismo sia in gran parte dovuto o per lo meno sia stato innescato da semplici sostituzioni di radici simili già ad esso preesistenti e non presupponga, quindi, la trasformazione automatica della sibilante in liquida alveolare, giacchè esso non coinvolge ogni –s- intervocalica, ma presenta diverse eccezioni, non sempre, o difficilmente, spiegabili. Il termine lat. aura ‘soffio, aria’ di provenienza greca (aúra) presenta, ad esempio, anche il significato di ‘scintillio’ (cfr. Virgilio, Aen., VI, 204) nell’espressione aura auri ‘scintillio dell’oro’, di ‘eco’, di ‘vampa (del sole)’, il che mi fa pensare che circolasse anche una radice con la –r- oltre a quella con la –s- di ausom ‘oro’, attestata presso i Sabini. E infatti i vari significati sopra indicati di aura in latino costringono a pensare che i concetti di ‘aria’, ‘luce’, ‘eco’ rientrano tutti in quello sovraordinato di ‘emanazione’. E non è un caso che il titano Astreo, il cui nome ridesta l’idea di ‘luce’, generasse da Eos i Venti, che più frequentemente sono detti figli di Eolo (gr. Aíolos), il cui nome è veramente tutto un programma se si compara con l’aggettivo gr. aiólos ‘agile, veloce, astuto, cangiante, scintillante’, cosa che conferma quello che dicevo testè sulla corrispondenza segreta (ma non tanto) tra concetti che possono a prima vista sembrare poco o molto diversi tra loro. Il greco aúri-on ‘di mattina’ è una garanzia, insieme al lat. aur-a ‘scintillio’ di cui sopra, che il lat. aur-ora ‘aurora, alba’ possa fare a meno del rotacismo che la vuole derivata da un precedente *aus-osa. Il gr. aúra aveva anche il significato specifico di ‘brezza del mattino’ con questo valore aggiunto di mattino che quindi, data la circolazione di una radice sosia col valore di ‘luce, alba’, non era assolutamente immotivato. Si direbbe che nulla è senza spiegazione nella lingua. A conclusione di questo articolo, una volta per me assodato che le parole sono legate a filo doppio da rapporti profondi di sinestesia, mi pare bello leggere il famoso sonetto Correspondences, tratto dalla raccolta Les fleurs du mal, di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Charles Baudelaire.
La Nature est un temple où de vivant piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.
Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfumes, les couleures et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme de chairs d’enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
-Et d’autres, corrompus, riches et triomphant,
Ayant l’expansion de choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens.
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.
della cadente luna; e tu che spunti
tra la tacita selva in su la rupe,
nunzio del giorno; oh dilettose e care
mentre ignote mi fur l’erinni e il fato,
sembianze agli occhi miei;
(G. Leopardi, Ultimo canto di Saffo,1822)
E’ dolce ricordare questi tersi teneri delicati versi con cui il Leopardi descrive, per bocca della furente disperata ardente Saffo e con tocchi da finissimo maestro, lo svanire della notte con la luna che lieve tramonta e cede pudibonda il passo, nel silenzio attonito della selva, allo spuntar della stella del mattino, Venere, mentre mi accingo a indagare con rinnovato slancio i significati di vari vocaboli per ‘luna’. Speriamo sia di buon auspicio.
Mi ha sempre lasciato dubbioso il fatto che tutti i linguisti attribuiscono ad una radice mē-, ‘misurare’, ampliata in modi diversi, l’origine dei molti termini germanici, e non solo, per ‘luna’ come ingl. moon, ted. Mond, a. a. ted. mano, got. mena, gr. mene, pers. maneg ‘luna’. Il loro ragionamento probabilmente parte dalla considerazione che in queste lingue non esiste una radice simile alla precedente per ‘brillare’ e che quindi la ‘luna’, già dall’origine, sia stata considerata, in questo caso, come ‘colei che misura il tempo delle stagioni’ col suo ciclo mensile. Infatti la stessa radice serve ad indicare spesso anche la nozione di ‘mese’ come in lat. mens-is, gr. men, ingl. month, ted. Monat. Questa considerazione, però, mi sembra abbastanza innaturale. Anche a voler ammettere che la misurazione del tempo sia iniziata quando l’uomo cominciava ad elaborare lo strumento del linguaggio, non si può da questo inferire che egli l’abbia vista, la luna, per la prima volta come una misuratrice trascurando la registrazione della sua natura che è quella di essere la più luminosa tra le tante facelle della notte! E in effetti tutti i termini che io conosco per ‘luna’ fanno capo alla nozione di ‘luce, luminosità’ e simili: cfr. lat. luna da* luc-na, *louk-s-na (cfr. lat. lucem ‘luce’), gr. seléne ‘luna’ da sélas ‘splendore, raggio, scintilla’, sscr candrama ‘luna’ (letter. ‘la lucente’, cfr lat. cand-idu(m) ‘candido, lucente, splendente’), a. slavo luča ‘raggio, luna’, gr. mod. phéggari ‘luna’ da phéggos ‘splendore’, alban. ghego hane ‘luna’ da gr. gános ‘splendore’, alban. hënë ‘luna’. Con questo quadro di riferimento, per quanto limitato, mi sento più che sicuro nel supporre che tutti gli altri innumerevoli appellativi per ‘luna’ nelle varie lingue e dialetti sparsi su tutta la terra debbono rimandare all’idea primordiale e costitutiva dell’astro, visto senz’altro con disinteressato stupore dai primi uomini parlanti, anche quando il significato apparente dovesse essere diverso a causa dei sempre facili incroci della radice originariamente luminosa con quella di parole con altri significati. In questo modo si confermerebbe anche l’assunto, più volte ricordato, secondo cui la lingua nomina i referenti chiamandoli per quello che sono e non per le funzioni che potrebbero svolgere, anche se importanti.
Una spina nel fianco alla tesi comune è rappresentata, a mio avviso, dal pers. mahnak ‘splendere della luna’, termine che ci spinge pertanto a trovare una soluzione diversa al problema etimologico della radice la quale doveva inquadrarsi così nell’ambito delle tante altre indicanti la ‘luce’ e lo ‘splendore’. Mi viene in mente l’epiteto esiodeo (cfr. Esiodo, Teogonia, 426) muno-genés ‘uni-genita (-genés)’ riferito ad Ecate, divinità della luna, chiamata talora anche Munikhía, simile a pers. maneg ‘luna’ e alle scintille chiamate in italiano monach-ine. Ma perchè mai questa divinità lunare, con poteri in cielo, in terra e in mare, doveva essere una ‘figlia unica’, come ribadisce più volte Esiodo, anche se, nata da Perse ed Asteria, doveva avere fratelli e/o sorelle, dato che secondo altre tradizioni i suoi genitori avevano avuto altri figli? Quale ne possa essere la motivazione profonda è inutile sperare di saperlo andando a scrutare tra le pieghe del mito che in questo caso, come nella maggior parte degli altri, è pronto a contraddirsi e a disperdersi in tanti rivoli. L’unica via che ci possa aprire un pertugio ed illuminarci è costituita dall’analisi dei nomi stessi. Ecate è figlia di Asteria la cui radice allude chiaramente alla luce dei corpi celesti. Asteria era a sua volta figlia di Febe (Phoíbe ‘splendente’), fondatrice dell’oracolo di Apollo a Delfi, che poi donò al nipote Apollo, divinità nota a tutti con l’appellativo di Phoíbos (Febo)‘splendente’. Tutto ruota intorno al concetto di ‘luce’ e allo stesso modo della falena che ne è attratta irresistibilmente noi dobbiamo insistere su questa linea interpretativa a costo di perderci anche nelle mere supposizioni. Ma ho fiducia che questo non accadrà, perchè è possibile trovare il bandolo di tutta la matassa.
Ritornando all’epiteto mouno-genés, mono-genés mi balza agli occhi la somiglianza del secondo costituente con le voci albanesi sopra citate hane, hënë ‘luna’ dal gr. gános ‘splendore’ (cfr. O. Pianigiani, Vocabolario etimologico della lingua italiana, presente in rete) e allora non resta che prendere atto, secondo me, del fatto che anche qui ci troviamo di fronte ad uno dei tanti composti tautologici col medesimo significato di ‘luce, luna’ in ambo i membri. Per il significato nascosto sotto a –genés si confronti il turco gűnes ‘sole’, l’arabo ganni ‘rosso’, l’espressione greca (Alessi, IV sec. a.C.) kýnes Hephaístu ‘scintille’, letter. ‘cani di Efesto’ cioè della divinità del fuoco che secondo Eliano (II-III sec. d.C.) aveva un tempio nella città di Etna dove si conservava il fuoco inestinguibile guardato da cani sacri, le espressioni inglesi di queen’s weather ‘sole, bel tempo’ letter. ‘tempo della regina (queen’s)’ e di queen’s ware ‘terraglie color crema’, letter. ‘ terraglie (ware) della regina’, nonchè i seguenti nomi di pesci dalla coloritura argentea come queen-fish, chen-fish, king-fish di cui non so la traduzione in italiano. Si badi bene, probabilmente il significato originario dei primi costituenti di questi nomi dovette essere quello di ‘pesce’ nel senso di ‘animale’, incrociatosi poi con l’altro significato di ‘sole, argento, luce’ della radice e adattatosi ad aggiustamenti vari per via della sempre attiva etimologia popolare. Anche Giunone, divinità lunare moglie di Giove, aveva il suo bravo epiteto di Mon-eta ‘avvertitrice (verbo mon-ere)’ che, vedi caso, sembra però la copia del ted. Mon-at ‘mese’. L’idea di ‘mese’ a questo punto credo sia meglio considerarla come derivata da un uso estensivo della radice che indicò dapprima la ‘luna’ in quanto ‘luce’ e non ‘misuratrice’, per poi diventare, incrociandosi con la radice m e- (misura), utile strumento di suddivisione dell’anno in diversi cicli mensili corrispondenti al tempo di rotazione e rivoluzione della luna intorno alla terra. La dea aveva una figlia, Min-erva, divinità della saggezza, che col primo elemento del nome sembra richiamare la radice men di lat. mente(m). Quale potrebbe essere allora il legame fra la luce e la mente? La ‘luce’ a mio parere si profila, nella mente dell’uomo delle origini, come una ‘forza, emanazione, movimento’, segno di una vitalità insita in tutti gli esseri viventi ma specialmente in alcuni. Abbiamo visto nel post precedente come la radice in questione potesse assumere anche il significato di ‘furoreggiare, agitarsi’ nel greco main-o e nel gr. ménos ‘furia, impeto, forza vitale’; il legame tra il concetto di ‘agitazione’ e quello di ‘luce’, per quanto ora a noi sembri quasi impensabile, è dimostrato invece da alcuni termini come il lat. vibr-are ‘vibrare, brandire, scuotere, lanciare, tremare, oscillare, scintillare, splendere’, lat. corusc-are ‘vibrare, brandire, cozzare, muoversi, brillare, balenare’, gr. aíth-o ‘ardere, accendere, splendere’ confrontato con gr. aith-ýss-o ‘scuoto, suscito, mi agito, tremolo, risplendo’, gr. di-aith-ýss-o ‘scuoto, sconvolgo, soffio’, gr. par-aith-ýss-o ‘porre in movimento, eccitare, passare volando’, gr. kat-aith-ýss-o ‘faccio splendere, illumino, ondeggio, balzo su’. Ci saranno anche altri termini simili che ci fanno capire come si possa passare, con assoluta naturalezza, dal concetto di ‘movimento’ a quello di ‘vibrazione’ in tutti i sensi, compreso quello della fiamma, che rispecchia la sua natura profonda, la quale vuole essere in perenne movimento, e , per questa strada, porge all’uomo onomaturgo idee e parole per farsi nominare. Questo stretto rapporto, poi, tra il concetto di luce e quello di mente ci permette di supporre che esso sussista anche dentro il concetto di uomo più sopra abbinato a quello di mente a proposito di ted. Mann ‘uomo’( per maggiore chiarezza cfr. il post Parole sarde del Duls). Esso riceve una valida conferma dall’ant. ted. mond ‘uomo’, variante di ted. Mann, che, vedi caso, è l’esatta copia di ted. Mond ‘luna’. Ancora oggi in questa lingua si incontra l’espressione so ein trauriger Mond! ‘pover’uomo!’, letter. ‘povera luna!’(cfr. il sscr. pra-mantha ‘fiaccola, svastica’) nella coscienza del parlante medio. Quanto facilmente un significato può inavvertitamente trascolorare in un altro in apparenza del tutto diverso! A proposito delle note espressioni omeriche come ménos Alkínoio ‘la possa di Alcinoo, la persona di Alcinoo, Alcinoo’, che secondo me sono una dimostrazione del passaggio in fieri del termine ménos dal significato generico di ‘spirito vitale’ a quello di ‘uomo’ tout court si rimanda al post Fonte della Vita e fonte Vipera... Anche l’Aurora secondo Euripide (cfr. Oreste, 1004: monó-pōlon...Aō) aveva, poveretta, un cocchio trainato da un solo cavallo (põlos ‘puledro, cavallo’), anche se Omero ne indica due, Lampo e Fetonte (Splendente), i cui nomi sono già tutto un programma, ma per un’analisi più accurata delle due componenti di monó-pōlon si veda il post Parole sarde del Duls.
Nessuno, che io sappia, ha mai notato la presenza di stupefacenti coincidenze tra il nome della dea Ecate ed altri a lei connessi. Le feste in suo onore venivano celebrate in Grecia il trigesimo di ogni mese, in greco tri-ekás, tri-ekád-os ‘trenta del mese’, il cui secondo membro, combaciando col nome della dea, evidentemente determinò la fissazione della solennità in quella data. Ma l’intero nome, così inteso, andava a corrispondere anche ad un altro raro epiteto di Ecate, ossia tri-sélenos, inteso come ‘nata nella terza notte’ da G. Gemoll nel suo famoso dizionario per i licei, ediz. Sandron, Firenze, 1922. Per la verità l’epiteto si accompagnava anche ad Eracle, divinità complessa ma molto probabilmente di origine solare. Egli sarebbe nato come frutto dei teneri amplessi che avvinghiarono, in una notte artificialmente prolungata fino a raggiungere la lunghezza di tre, l’infedele Zeus e la mortale bellissima Alc-mena. Il sentore della presenza di Ecate si avverte anche in qualche festività dell’antica India come l’ Ekadasi ‘Undicesimo’, un particolare giorno di digiuno della tradizione vedica durante il quale più intenso si faceva il ricordo di Krishna, divinità suprema ! La ricorrenza cadeva appunto l’undicesimo giorno della luna crescente e della luna calante e il nome mi sembra un clone delle Ecatesie, feste celebrate in molte città greche in onore di Ecate.
A questo punto è importantissimo, a mio avviso, notare che tutto il bagaglio tradizionale di feste, ricorrenze, usanze religiose, racconti , aneddoti, e il mito stesso sono un effetto provocato dall’incrocio delle parole attraverso i millenni: non si può sostenere a cuor leggero che sia avvenuto il movimento inverso, che cioè, ad esempio, l’epiteto tri-sélenos sia stato attribuito ad Eracle in conseguenza della lunghissima notte di cui sopra, ma è molto più naturale pensare che esso fosse un antico trasparente termine di una divinità solare o lunare. D’altronde la componente tri- si ripresenta anche in lat. Tri-via, epiteto di Diana o Ecate venerata nei trivi, in lat. septem tri-ones ‘sette buoi’, cioè le stelle dell’Orsa, oltre che in gr. Tri-ópios, epiteto di Apollo nella città di Cnido in Caria, che, vedi caso, non ha acquisito un valore particolare per il semplice motivo che la radice si prestava a formare il significato di ‘dalla triplice voce’ o ‘dalla triplice vista, dai tre occhi’, significati troppo distanti dalla tradizione antichissima del dio Apollo che ne faceva un essere dall’aspetto normale. Ma Artemide, dea per molti versi simile a Diana o Ecate, aveva anche l’applellativo di tri-klãria ‘che per tre volte assegna le sorti (klãros)’, che aveva probabilmente una sua giustificazione perchè ad esempio Apollo, a Delfi, traeva a sorte, per mezzo dei suoi sacerdoti, l’ordine degli interroganti (cfr. Euripide, Ione, v. 908). Ma anche qui bisogna credere che l'uso sia scaturito dal nome e che dietro il secondo membro – klãria dorma una radice uguale a quella di lat. claru(m) ‘chiaro, squillante, lucente’. Il gr. Klários, epiteto di Zeus ed Apollo, divinità che avevano un culto nella città di Claro, nella Ionia, definita non per nulla aigláessa ‘splendida, luminosa’ nell’inno omerico ad Apollo (v.40). Infine anche le Trie (Thriaí), le tre nutrici di Apollo che insegnarono ad Ermes l’arte di predire il futuro osservando la disposizione dei sassolini (cfr. gr.thri-aí ‘sassolini, pietruzze) in un catino pieno d’acqua, debbono far parte di questa fantastica girandola che si avvita su sè stessa, e che dovrebbe richiamare l’attenzione di chi indaga. Non costituisce quindi un problema che la dea fosse chiamata anche tri-forme. Naturalmente la componente tri- è andata a coprire una precedente radice per ‘luce, fuoco’. Non ricordo se in norvegese o svedese dialettali si incontra una radice tir o tira per ‘stella’, comunque possiamo attingere al sscr. tara ‘stella’ probabilmente dalla radice tri ‘attraversare’ con l’idea del movimento che ben si attaglia all' irraggiarsi della luce. Il gr. tér-as ‘ astro, stella, presagio, mostro’ accompagnato da gr. teír-os (usato solo al pl.)‘ segno celeste, astro, costellazione’ e da quella che considero una variante, sia nella forma che nel significato, cioè gr. thér-os ‘estate, stagione calda’, gr. therm-ós ‘caldo, ardente, infocato’ sono più che sufficienti a spiegare il valore luminoso di tri-. Se si fa attenzione si nota che l’inverso di gr. tér-as dà gr. as-tér ‘astro, stella’, cfr. ted. Oester-reich 'Austria' letter. 'territorio orientale (Oester-)' . Non condivido, infatti, l’etimologia corrente di quest’ultima parola che viene collegata al ted. Stern ‘stella’, ingl. star ‘stella’ da (a)stér perchè preferisco per questi termini tirare in ballo il sscr. stri ‘ spargere’ che mi pare simile al lat. stern-ere ‘stendere, spandere’ e financo al lat. sidus, sider-is ‘stella’, oltre che all’ingl. strew ‘sparpagliare, spargere’. Pertanto io penso che l’espressione omerica (cfr. Il. XXIII, 177) relativa al fuoco che Achille appicca alla pira di Patroclo, e cioè pyrós ménos...sidēre-on, letter. ‘la forza (ménos) ferrea (sidēre-on) del fuoco (pyr-ós)’ non vada intesa come ‘la forza indomabile, implacabile del fuoco’ dando un senso figurato a ‘ferrea’, ma come ‘la forza luminosa del fuoco’, credendo che sotto l’aggettivo sidēre-on operi in questo caso la radice di lat. sidere-u(m) ‘sidereo, scintillante, lucente’ e non quella di greco sídēre-os ‘ferreo, duro, crudele’. Se vogliamo mantenere il senso di ‘durezza, ostinazione’ dobbiano vederlo come specchio dell’indole profonda della fiamma o del fuoco che, come dicevo più sopra, è tutta nella pertinace, incontenibile, irrefrenabile vitalità e mobilità degli stessi e non implica un nostro giudizio morale sulle eventuali conseguenze, talora nefaste, degli incendi. E’ vero che il senso figurato potrebbe anche essere accettato, ma nel contempo non si può negare che l’altro è più naturale e non suscita, a ben riflettere, quel sottile stridore che mi sembra di notare nella volontà di indicare una qualità del ‘fuoco’ ricorrendo all’idea di ‘ferro’, ben presente nell’aggettivo in questione, anche nella coscienza del locutore medio. Abbiamo visto che ménos è termine generico per qualsiasi tipo di ‘forza, vitalità’, compresa quella della luce lunare, ed è proprio questa luminosità che l’aggettivo sidēre-on voleva all’origine sottolineare. Il lat. sider-is coinvolge altri termini interessanti come lat. con-sider-are ‘considerare, osservare’, lat. de-sider-are ‘desiderare’, it. as-sider-are per i quali, va da sè, non mi soddifano le solite proposte, ma ne rimando l’interpretazione ad altra occasione. La forma sider-is a mio avviso può benissimo essere variante della radice di ted. Stern ‘stella’ alla quale si potè arrivare forse del tutto naturalmente se l’accento tonico si fosse spostato, per qualche motivo a me ignoto, dalla terzultima alla penultima, con successiva normale caduta della vocale -i- e trasformazione della dentale sonora in sorda –t-, per assimilazione alla spirante sorda –s-. Qualcosa di simile è accaduto, per l’accento, tra il lat. luna ‘luna’ da *lùcna e lat. Lucìna , dea della luce, ed epiteto di Diana e Giunone, divinità lunari. Forse di lat. sider-is esisteva una variante con la –e- lunga sidēr-is, come nel termine greco ad esso da me collegato, e per la legge della penultima l’accento andò a posarsi su di essa. Per la difficoltà rappresentata dal fenomeno del rotacismo della sibilante –s-, presente ancora nel nominativo, si potrebbe prospettare la seguente soluzione. La parola in origine presentava una radice non con la sibilante ma con la liquida –r-: la forma non rotata del nominativo sarebbe solo la conseguenza di un fenomeno analogico, di allineamento con i tanti altri termini come vellus, veller-is; vulnus, vulner-is; opus, operis ecc. D’altronde io sono propenso a credere che il fenomeno del rotacismo sia in gran parte dovuto o per lo meno sia stato innescato da semplici sostituzioni di radici simili già ad esso preesistenti e non presupponga, quindi, la trasformazione automatica della sibilante in liquida alveolare, giacchè esso non coinvolge ogni –s- intervocalica, ma presenta diverse eccezioni, non sempre, o difficilmente, spiegabili. Il termine lat. aura ‘soffio, aria’ di provenienza greca (aúra) presenta, ad esempio, anche il significato di ‘scintillio’ (cfr. Virgilio, Aen., VI, 204) nell’espressione aura auri ‘scintillio dell’oro’, di ‘eco’, di ‘vampa (del sole)’, il che mi fa pensare che circolasse anche una radice con la –r- oltre a quella con la –s- di ausom ‘oro’, attestata presso i Sabini. E infatti i vari significati sopra indicati di aura in latino costringono a pensare che i concetti di ‘aria’, ‘luce’, ‘eco’ rientrano tutti in quello sovraordinato di ‘emanazione’. E non è un caso che il titano Astreo, il cui nome ridesta l’idea di ‘luce’, generasse da Eos i Venti, che più frequentemente sono detti figli di Eolo (gr. Aíolos), il cui nome è veramente tutto un programma se si compara con l’aggettivo gr. aiólos ‘agile, veloce, astuto, cangiante, scintillante’, cosa che conferma quello che dicevo testè sulla corrispondenza segreta (ma non tanto) tra concetti che possono a prima vista sembrare poco o molto diversi tra loro. Il greco aúri-on ‘di mattina’ è una garanzia, insieme al lat. aur-a ‘scintillio’ di cui sopra, che il lat. aur-ora ‘aurora, alba’ possa fare a meno del rotacismo che la vuole derivata da un precedente *aus-osa. Il gr. aúra aveva anche il significato specifico di ‘brezza del mattino’ con questo valore aggiunto di mattino che quindi, data la circolazione di una radice sosia col valore di ‘luce, alba’, non era assolutamente immotivato. Si direbbe che nulla è senza spiegazione nella lingua. A conclusione di questo articolo, una volta per me assodato che le parole sono legate a filo doppio da rapporti profondi di sinestesia, mi pare bello leggere il famoso sonetto Correspondences, tratto dalla raccolta Les fleurs du mal, di uno dei più grandi poeti di tutti i tempi, Charles Baudelaire.
La Nature est un temple où de vivant piliers
Laissent parfois sortir de confuses paroles;
L’homme y passe à travers des forêts de symboles
Qui l’observent avec des regards familiers.
Comme de longs échos qui de loin se confondent
Dans une ténébreuse et profonde unité,
Vaste comme la nuit et comme la clarté,
Les parfumes, les couleures et les sons se répondent.
Il est des parfums frais comme de chairs d’enfants,
Doux comme les hautbois, verts comme les prairies,
-Et d’autres, corrompus, riches et triomphant,
Ayant l’expansion de choses infinies,
Comme l’ambre, le musc, le benjoin et l’encens.
Qui chantent les transports de l’esprit et des sens.
lunedì 19 aprile 2010
L'italiano "bidente" ovvero le insidie etimologiche. Raffronti con le rispettive voci abruzzesi e marsicane
Si può con certezza affermare, senza tema di smentite, che tutti gli etimologi
spiegano senza difficoltà alcuna
l’appellativo bi-dente, strumento notissimo a chi come
me è vissuto in un piccolo paese di montagna dove si era quasi tutti contadini
e/o pastori, risalendo al
lat. bi-dente(m) ‘bidente (zappa a due denti)’.
Eppure, frugando tra i dialetti abruzzesi, ho dovuto constatare che la storia
del nome potrebbe essere del tutto diversa. A Pescina-Aq lo strumento è
chiamato bili-dente. Nel Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli sono registrate
diverse varianti come bel-dente, bul-dente, ple-dente, ple-tente che costantemente esibiscono un primo membro diverso dal
prefisso latino bi- (due, due volte). A Cerchio-Aq (cfr.
Fiorenzo Amiconi, Tradizioni popolari marsicane: il dialetto cerchiese, Museo Civico, anno VII 2004, quad. 57 sub voce)
la voce suona biu-dende, a Luco dei Marsi-Aq bié-dente oppure bio-dente (cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006, p. 53), tutte trasformazioni regolari di
un precedente *ble-dente o *blu-dente. Cosa può significare tutto ciò?
La mia risposta è che, come
in tanti altri casi, qui ci troviamo di fronte ad un originario composto
tautologico di due membri. Non si può pensare ad uno sviluppo del termine a partire dal lat. bi-dente(m), con l'aggiunta
ingiustificata della liquida -l-, per quanto riguarda il primo
membro, data anche la costanza con cui essa appare nelle diverse parlate. La
mia supposizione è, quindi, che questo membro sia costituito dalla stessa
radice di ingl. bill ‘piccone, alabarda, ronca, becco, promontorio, punta’, ted. Beil ‘scure’ e che, all’origine, il *bil(i)dente fosse uno
strumento ad una sola punta, non importa se triangolare come quella di una
marra, ad esempio, o assottigliata come quella di un piccone. E certamente non
si può escludere che il concetto di 'punta' che la parola portava con sè
provenisse dal Neolitico o anche dal Paleolitico, naturalmente in riferimento a
strumenti con punta di pietra . Quando questo termine dell'antico strumento si
incrociò con quello relativo al nuovo strumento a due punte, inventato
successivamente nel tempo, esso si riciclò, per così dire, adattandosi con una
leggera modifica formale (ma abbiamo visto che in molte parlate non fu
necessario, forse per l'assenza nel loro lessico della particella
latina bi- portata dalla latinizzazione) a designare
esclusivamente il nuovo e letterale bi-dente. Del resto anche
il piccone, benchè sia munito
di due punte, una delle quali appiattita a forma di zappa
molto stretta, porta un nome che designa, nella forma accrescitiva, solo il
concetto di 'punta'. Ma il bello è che in latino esiste anche il termine bi-palium 'vanga' che, secondo il significato di superficie, dovrebbe indicare una 'doppia vanga', cioè uno strumento per dissodare dotato di due lame a punta, cosa del tutto irreale per una vanga: è quindi gioco forza dedurre che il bi- iniziale derivasse da un precedente bili- come abbiamo visto per lat. bi-dent-e(m) 'bidente', e che il composto bi-palium indicasse tautologicamente l'unica lama della vanga.
Ci tengo a ribadire che anche in questi casi opera il
principio saussuriano che stabilisce che, contrariamente alla falsa idea
che noi facilmente ce ne facciamo, una lingua non è un organismo creato ed
ordinato in vista dei concetti da esprimere. In altri termini la
parola bi-dente circolava molto tempo prima che assumesse
in latino il significato specializzato di '(strumento) a due denti'.
D'altronde la lingua rimane spesso legata al passato come nel caso di
it. penna, lo strumento usato per scrivere,
che da qualche secolo non è più formato da
una penna d'oca e che probabilmente
continuerà ad essere chiamato così anche quando, nei secoli futuri, dovesse
assumere altre forme ed essere costituito di materiali completamente diversi da
quelli attuali, ammesso che il suo uso non sia destinato a scomparire. Con
questo si conferma il fatto che generalmente i nomi non indicano funzioni o
caratteristiche particolari di un referente, ma piuttosto la sua natura
essenziale e profonda, che, nel caso del bidente, non
sarebbe il suo significato d'arrivo che pone l'accento sui due denti, ma il significato di partenza che indicava uno
strumento a punta. Qualcuno potrebbe obbiettare che tra i
dialetti italiani non si incontra una radice per 'bidente' simile a
ingl. bill. Effettivamente io non so se sia così (nessuno è
andato a frugare per bene in ciascuna parlata di ogni più isolato villaggio,
ed è un vero peccato), ma so che si incontra, ad esempio, la voce
ligure bel-ìn ‘membro virile’ appartenente
alla numerosa famiglia di *bill/*bell tra i cui significati si annovera quello di ‘birillo’ (cfr.
Cortelazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET,
Torino, 1998, sub voce). Se ciò non bastasse si
possono elencare i numerosi toponimi composti dalla stessa radice
come Bel-monte del Sannio, Bel-monte Calabro, Monte-bello sul Sangro-Ch ecc. che, come i linguisti sanno,
non presuppongono all’origine un giudizio estetico sul 'monte' relativo, ma
una radice preistorica bal/bel per ‘monte’,
concetto che solitamente copre, in quanto ‘protuberanza’, anche quello per
‘membro virile’ come nel succitato bel-ìn e nel siciliano minchia da lat. ment-ula(m) 'membro virile', uguale a lat. ment-u(m) ‘mento’, variante di lat. mont-e(m) ‘monte’.
Sulla stessa scia dei composti tautologici credo vada
collocato l'interessante vocabolo greco
(Il. XXIII, 851, 883) hemi-pélekk-on 'scure
ad un solo taglio' da Omero contrapposto, in questi versi, al
termine pélek-ys 'scure a doppio taglio' che però,
normalmente, designava anche la 'scure ad un taglio, accetta'. Secondo il mio
modo di vedere le cose anche
la voce hemi-pélekk-on, letteralmente
'mezza (hemi-) scure (-pélekk-on)', è partita col
significato di 'scure' in ambo i membri. Il primo
membro hemi-, da *semi- (cfr.
lat. semi- 'mezzo), che all'origine doveva essere variante della radice
di gr. smi-le 'coltellino, trincetto, roncola' e di
gr. smi-nye 'bidente, zappa', si è
prestato, col suo significato (acquisito strada facendo) di 'mezzo, metà', a
specializzare il significato generico dell'altro membro
-pélekkos, simile a pélek-ys 'scure' e
a pélyk-s 'scure', in quello di 'scure a doppio taglio'.
Così, anche in questo caso, vediamo in azione l'importantissimo principio
saussuriano sopra
ricordato.
Per quanto riguarda il
significato di semi 'mezzo' c'è da osservare che esso molto
probabilmente si è sviluppato da quello di 'taglio' e di 'cosa
tagliata, scheggia', il quale a sua volta sarà trapassato da
quello di 'pezzo (risultante da un taglio)' all'altro di 'pezzo
(risultante da un taglio a metà),
metà'. I diversi termini inglesi relativi a questi strumenti a
punta o taglio seguono le stesse linee tautologiche di cui sopra.
Il pick-ax(e) 'piccone' è composto
da pick 'piccone, piccozza, martellina' e
da ax(e) 'ascia, scure'. Attenti a non lasciarsi ingannare
da una spiegazione simile a 'ascia a punta, a forma di piccone' come si è
portati a fare per tutti i composti di questa lingua che hanno subito un
processo di adattamento allo
schema determinante-determinato sovrappostosi,
secondo me, a quello preistorico tautologico . Il termine prong-hoe 'bidente' è compost da prong- ' bidente, forca, tridente, dente, rebbio (il che conferma che
non è il numero dei denti a determinare il nome dello strumento, ma la sua
idea primordiale di 'punta')' e da hoe' zappa', legata al
verbo to hew 'tagliare, fare a pezzi,
fendere' che presuppone l'azione di una 'punta' (cfr. ted. hau-er 'zappatore, zanna, coltello da caccia', tra altri significati)
o di una 'lama tagliente'. L'inglese ha ereditato dal
lat. furca(m) 'forca' il
termine fork' forchetta, forca, forcone'. Pare che il
latino lo abbia preso dal gr. fork-s 'palo', attestato solo al pl. fork-es (cfr. Aa. Vv. Popoli e Civiltà dell'Italia antica, vol. VI, Biblioteca di Storia Patria, Roma, 1978, pp. 493-494).
L'ingl. pitch-fork 'forcone' sembra un composto
costruito apposta per indicare lo strumento adatto
a gettare il fieno nel carro per trasportarlo alla stalla
(cfr. l'espressione to pitchfork hay 'caricare fieno (nel
carro)' ma se andiamo a cercare l'etimo di to pitch, che ha
molti significati tra cui quello di 'gettare' e l'arcaico 'piantare e
fissare', ritroviamo il pick del sopra
citato pick-ax(e) 'piccone'. Quando però l'inglese
prese fork 'forcone, forca' dal latino furca(m) l'epoca preistorica
dei composti tautologici era passata da un pezzo, e così il composto suddetto
dovette formarsi in ottemperanza alla nuova
norma determinante-determinato regolatrice dei composti, che sfruttava la
specializzazione dei significati di ciascuno dei due membri
originariamente tautologici intervenuta a causa del loro incrocio con parole
di altro significato: in questo caso il composto perciò passava a significare
'forca per gettare (pitch-) fieno nel carro'. A meno
che la voce fork non esistesse già in inglese
indipendentemente dal latino: un indizio, per quanto labile, è costituito dal
ted. Furche 'solco' corrispondete al lat. porca(m) 'rialzo di terra tra solco e solco'. Ora, data la intercambiabilità sopra evidenziata
del concetto di 'punta' e quello di 'protuberanza, rialzo, monte' potrebbe
esserci in effetti la possibilità, almeno in linea teorica, che
il fork inglese fosse preesistente all'arrivo del
latino.
Moltissimi termini composti delle lingue germaniche,
provenendo dalla preistoria, rivelano nel fondo, se ripuliti
dall'incrostazione superficiale, il meccanismo tautologico originario. Se
prendiamo, ad esempio, l'ingl. black-smith ' fabbro' mi
suona poco convincente la spiegazione corrente del termine, secondo la quale
il primo membro black- rimanderebbe
al ferro, il cosiddetto black metal 'metallo nero', che sarebbe così chiamato dalla patina di ossidi che ricopre
il ferro quando viene surriscaldato nella forgia. Prima di tutto essa è di
colore rosso o porpora, e poi è poco credibile sostenere, piuttosto
artificiosamente, che black-smith sarebbe da intendere come
'colui che lavora quel metallo che, quando viene surriscaldato, si ricopre di
tale strato di ossidi': mi viene da dire che non ci crederei nemmeno se fosse
vero. E in effetti esiste in inglese una radice simile
a black 'nero' che ha però lo stesso significato del
secondo membro smith 'fabbro' (dal verbo to smite 'colpire'), probabilmente imparentata con la radice smi- sopra analizzata a proposito di gr. hemi-pélekk-on 'scure'. Essa corrisponde a quella di
ingl. to blow 'colpire' il quale presenta
varianti come il medio inglese dialettale blaw 'colpo', a. ingl. blaw-an 'colpire', a. norreno bleg-thi 'cuneo', gotico bligw-an 'battere, picchiare'. La forma blaw rimanda quindi, a mio parere,
a un precedente *blag (cfr. medio
oland. blak-en 'colpire,
agitare'), quasi uguale a black-, e
variante di lat. plaga(m) 'percossa, ferita'
da una radice plag/plak attiva
anche in greco e rappresentata in area germanica almeno dall'ingl.
dial. flack 'colpo, battito' (che non vedo perchè dovrebbe essere di
origine imitativa come vuole il vocabolario Webster), dal ted. flack-en ' battere la lana, aprire spaccando', ingl. flay< *flag 'scorticare, battere, frustare, criticare aspramente'. E non
esisteva nemmeno la necessità, per indicare il 'fabbro', di ricorrere
al black riferito al supposto 'metallo con la patina...',
dato che il solo smith già aveva, ed ha ancora, il
significato di 'fabbro'. Inoltre è probabile che la radice in questione si
ripresenti nel ted. bleck-en, usato
in espressioni come Die Zunge bleck-en 'cacciar fuori la lingua
(Zunge)', dove esso si configura come uno 'spingere (fuori)',
concetto molto simile a quello di 'battere' e riconfermato nel ted. Bleck-zahn 'dente (-zahn) sporgente(Bleck-)'. Il significato di
'mostrare' come nell'espressione Die zaehne bleck-en 'mostrare i denti' deve essere derivato da quello di 'sporgere' come nel
lat. os-tendere' protendere,
esporre, mostrare' e come in tutti gli altri nomi e verbi
che in latino indicano un 'evento
eccezionale, fenomeno' quali por-tentu(m) e por-tend-ere 'presentare' , os-tentu(m) ed os-tendere 'protendere', prod-igiu(m) e prod-ig-are 'spingere avanti' sicchè
mi parrebbe quasi un torto accostare il lat. mon-stru(m) 'prodigio, mostro' e mon-strare alla radice men di lat. mente(m) 'mente'
e mon-ere 'ammonire, ricordare
(da parte della divinità, come volevano gli antichi)': a mio avviso si tratta
dell'altra radice men 'sporgere' di monte(m) 'monte' e mentu(m) sopra
citati, radice che, tuttavia, come indica il 'movimento (spinta) verso qualche
direzione' che può concretizzarsi in una sporgenza, così può
concretizzarsi nel movimento della mente o del pensiero oppure direttamente nella mente o
nello spirito, come nel
ted. Mann 'uomo': il soffio dello spirito può anche animare
l'universo intero come fa
il mana, la forza soprannaturale
impersonale dei polinesiani, e Manitu, forza soprannaturale,
personificata o impersonale, degli algonchini dell'America del
nord. Il soffio si trasforma in
una furia tempestosa nel gr. main-o, main-o-mai 'rendere
(oppure essere) furente, pazzo, ubbriaco, invasato' .
Anche in
latino, per il concetto di 'pensare', si incontra un verbo per così dire
di movimento, azione come cogit-are 'pensare', da
lat. co-agit-are 'mescolare agitando'.
Si noti che anche lat. ag-it-are è
frequentativo di ag-ere 'spingere, fare'. L'elemento -str-um di mon-str-um credo corrisponda alla radice ster, la stessa della grande famiglia di
lat. stern-ere 'stendere, abbattere' che dovrebbe
essere qui tautologica rispetto a mon- 'sporgere'. In altri termini il concetto di 'apparire' e 'far apparire,
mostrare' verrebbe nella fattispecie ottenuto attraverso quello di
'tender(si), protender(si), presentar(si)'. Ma le
stesse radici si prestavano ad indicare un 'presagio, preannuncio' in quanto
ciò che si pro-tende può trasformarsi in una
'indicazione, saggio, anticipo, avvertimento, avvisaglia, cenno,
presentimento, pre-monizione' di ciò che in futuro
potrà avere pieno compimento. In questo senso, e per la radice ster, si tenga presente il lat. str-ena 'presagio,
augurio, segno' ma anche 'strenna, dono augurale', concetto che può essersi
sviluppato da quello di '(s)porgere, dare': cfr. la voce strine ' strenna, legumi cotti che i ragazzi van chiedendo la mattina del capo d'anno' nel Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli. Infine ritorno
all'espressione black metal 'ferro' per osservare che essa si spiegherebbe più
agevolmente se la si intendesse come *blag's metal nel senso di 'metallo del fabbro(*blag)'. Tutto tornerebbe così al proprio posto.
sabato 17 aprile 2010
L'italiano "folla" ovvero la genericità dei significati profondi
L’appellativo italiano folla ( port. fula, fr. foule) dai linguisti contemporanei viene riportato in genere alla radice del verbo follare i cui significati, secondo il vocabolario Devoto-Oli, sono: 1) pestare o pigiare (riferito al panno o all’uva). Oggi, sottoporre a follatura. 2) arc. premere da presso, incalzare. Si suppone all’origine di esso il verbo *full-are ‘premere, pigiare’ corrispondente al lat. fullo,-onis ‘lavandaio’, il quale, dopo aver pigiati i panni in un bacino pieno d’acqua e di sostanze sgrassanti, li batteva con l’ausilio della pressa per rassodarli e infeltrirli. La folla, pertanto, non sarebbe altro che una ‘calca’, un insieme di persone che si pigiano o pressano.L’idea di ‘premere’ si ritrova nel lat. fulc-ire ‘puntellare, sostenere, calcare, premere’ che mi pare ampliamento della radice precedente.
Ottorino Pianigiani, nel suo dizionario etimologico (1907), oltre a questa etimologia ne presenta una seconda di alcuni linguisti, i quali si appoggiano, nel sostenere le loro tesi, ai molti termini germanici di cui fa parte l’ingl. full ‘pieno’, intendendo così la folla come un ‘pieno’ di persone. Questa etimologia è stata abbandonata forse anche perchè la fricativa labiale sorda (f-) in germanico dovrebbe corrispondere a una occlusiva labiale sorda (p-) in latino secondo gli schemi canonici di ricostruzione dell’indoeuropeo comune, ma nell’articolo Etimologia di finestra abbiamo visto che si incontrano nei nostri dialetti forme parallele tra loro equivalenti, con l’una e con l’altra consonante. Allora, a mio avviso, il problema è di riflettere sui significati delle due radici, quella che rimanda alla pressione e quella che indica la pienezza, per vedere se per caso esse non possano essere considerate semplici varianti che non esigono una netta separazione tra di loro.
Nel vocabolario abruzzese di Domenico Bielli si incontra, sotto la voce fólle ‘folla’, anche l’espressione A la fólle de lu mezzeggiorne ‘in pieno mezzoggiorno’. Ora, cercare di spiegare questo significato del termine fólle partendo semplicemente da quello di it. ‘folla’, ‘gran quantità’ credo che non produrrebbe alcunchè, come pure se si partisse da quello di ‘pressione’ della radice di lat. *full-are (cfr. sp. volgare foll-ar ‘scopare’). Resta allora la possibilità che la radice sia effettivamente la stessa di ingl. full ‘pieno’. Ma è proprio indispensabile, poi, ritenere che l’idea di ‘pienezza’ sia inconciliabile con quella di it. ‘folla’ e con il significato della radice che ha portato all’it. folla , cioè la ‘pressione’? Un recipiente si dice pieno quando è occupato interamente da qualcosa, allorchè si può dire che sia sotto la massima pressione di un oggetto o di oggetti che a loro volta riempiono il recipiente premendo contro di esso e tra loro stessi. A me pare che sia sempre questa idea di pressione ad operare sotto il lat. ple-nu(m) ‘pieno, gravido, grosso, grasso, pesante, ecc.’, parente stretto di gr. plé-r-es ‘pieno’, lat. plu-r-es ‘più numerosi’, gr. pol-ýs, aggettivo dai molti significati diramantisi tutti, in sostanza, da quello di ‘forza’. Esso infatti significa ‘molto, ampio, largo, esteso, lungo, grande, alto, forte,violento, veemente’. L’it. folla, allora, può non derivare direttamente dal verbo *full-are ‘premere’ ma da un'idea di ‘moltitudine’ nascosta sotto la radice, come è naturale, la quale, comunque, scaturisce sempre dall’idea di ‘forza, pressione, grandezza, grossezza, estensione, quantità, ecc.’ da cui può generarsi a sua volta quella di ‘massa, mucchio, folla’. Per non lasciarsi prendere e confondere dal solo significato di ‘premere’ espresso dal lat. *full-are e per aprire gli occhi sulla multiforme dinamica dei significati, è utile considerare il significato del dialettale foll-àrese (a Luco dei Marsi-Aq) ‘ avventarsi, gettarsi addosso, correre con foga verso una persona’ (cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006) o del trasaccano fell-àsse, foll-àsse ‘ azzuffarsi, gettarsi in una mischia, affollarsi, aggredire’ (cfr. Quirino Lucarelli, citato più sotto). I significati dei due verbi sono una specializzazione di un concetto più generale che indica un movimento (violento) verso qualcuno o qualcosa, diverso da quello compiuto dal follatore che pesta i panni, anche se espresso dalla stessa radice. Una conferma del significato dei due verbi ci è fornita dallo sp. foll-ón ‘tumulto, disordine, confusione’.
Se l’espressione abruzzese sopra citata non dovesse bastare per sostenere il valore di ‘intensità’, di ‘forza’ e di ‘pienezza’ giacente sotto quello di ‘fólle (de lu mezzeggiorne)’, chiederemo aiuto all’altra parola abruzzese, sempre presente nel vocab. del Bielli, che suona fóte ‘piena del fiume, del torrente’ e che corrisponde all’it. ‘folto, fitto’ come attestano le altre tre voci abruzzesi fóte, fóvete, fólde dello stesso significato di ‘folto’. Nel mio dialetto di Aielli si incontra l’unica forma fútë. La liquida -l- in questi casi può cadere come in abruzz. vòta ‘volta’, o trasformarsi in –u- oppure –v- come in abruzz. áutre ‘altro’(aiellese átrë), aiellese ávëtë ‘alto’. L’it. folto viene normalmente fatto risalire al participio aggettivo fultu(m) del verbo sopra citato fulc-ire col sign. di ‘puntellare, premere’. Il significato di ‘denso, fitto’ non è attestato in latino, ma doveva già esistere in qualche parlata dialettale: è difficile sostenere che esso si sia sviluppato nel medioevo dal significato già specializzato di ‘puntellato, premuto’. La somiglianza con il danese fuld ‘pieno’ (ampliamento di ingl. full ‘pieno’) è perfetta. A me pare, quindi, che l’abruzz. fóte <*folde ‘piena’ sia un ampliamento della radice di abruzz. fólle ‘pienezza (del mezzoggiorno)’, di got. fullo ‘abbondanza, piena, moltitudine’. Ma la coincidenza fra il termine abruzzese fóte e quelli germanici relativi ritorna ancora per i significati di ‘bottaccio, cavità, piccolo bacino di raccolta delle acque di un mulino’ di abruzz. fóte (cfr. aiellese rë-fóta dallo stesso significato) e per il significato affine di ‘cavità del terreno, avvallamento’ di ingl. fold ‘piega, cavità, avvallamento del terreno’, ma anche ‘ovile’ attraverso l’idea di ‘cavità, recinto, stalla’.
Curioso il fatto che anche l’it. fitto ‘pieno, zeppo, denso, ecc.’ derivi dal lat. fictu(m) ‘conficcato, impresso’ dal verbo fig-ere ‘conficcare, ecc.’. Nei nostri dialetti fittë vale in genere ‘fermo, quieto’, significato ben ricavabile dall’altro participio di fig-ere, cioè fixu(m) ‘fisso, conficcato’. Ma a Trasacco-Aq la voce fitta (cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Centro Studi Marsicani, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2002, sub voce), oltre ad avere lo stesso significato del corrispondente termine italiano fitta ’dolore intenso ed improvviso’ ha anche il valore, per la verità presente anch’esso in italiano, di ‘folla, gran numero (di cose o persone)’. Come può essersi originato questo significato? Mi viene in soccorso la parola sfilza, filza che non pare, comunque, etimologicamente legata al verbo fig-ere ‘conficcare’, ma mi fornisce l’idea di una serie o gran numero di oggetti composti di molti elementi addossati gli uni agli altri. E in effetti l’aggettivo "fitto" si riferisce spesso a elementi stretti gli uni agli altri, come i soldati che formano una schiera o i pali piantati a formare una palizzata. C’è dietro sempre un’idea di ‘spinta, pressione’ ma non diretta verso il suolo per conficcarvisi come nel caso dei pali, bensì di ogni elemento verso altri elementi, sì da formare una struttura compatta, una massa, una folla. Ho usato l’aggett. compatto perchè esso richiama anche il termine compagine, l’unione stretta di più elementi per formare un organismo complesso. Il verbo latino com-pingere ‘ mettere insieme, unire, costruire, spingere dentro,comporre’ richiama il verbo pang-ere che da solo, senza il prefisso com- ‘con’, significa ugualmente ‘comporre’ anche se solo nel senso di ‘scrivere’ opere letterarie, oltre a significare ‘conficcare, piantare’. Anche i sopra citati verbi dialettali follàrese, follàsse ‘scagliarsi addosso a qualcuno’ possono rientrare in questa dinamica dell’aggregarsi, dell’unirsi, dell’ammassarsi se solo si elimina dal loro significato l’elemento della violenza: allora lo ‘scagliarsi addosso’ diventerebbe un placido ’addossarsi’ per formare una compagine o un insieme. Il termine citato filza, considerato di etimo incerto, potrebbe anch'esso chiamare in causa l'a. ingl. ge-fylce 'banda, masnada, truppa, esercito', l'a. norreno fylki 'banda', ambedue legati alla radice di ingl. folk 'gente' di cui parlo più sotto. La presenza di aiellese 'mbelàcce (da *infilacce) 'filza' e di abruzzese 'mbiveze 'filza' (da *(in)filza) mi offre la possibilità di sostenere che queste siano forme parallele di it. filza provenienti da un precedente *(in)filacia simile all'it. filaccia 'filo o insieme di fili che si sfilacciano'. Alla sua origine io pongo un composto tautologico il cui secondo membro è pari pari il lat. acia(m) 'filo' e pertanto non condivido la sua derivazione dal solo lat. *filacea(m), da filu(m) 'filo'. Tutto questo basta a render conto del significato di 'filo' del termine ma non spiega quello di 'filza, serto'. Il quale potrebbe, comunque, risalire alla radice dei termini germanici suddetti. E probabilmente *filacia sarà passato, in qualche parlata, a *filcia>filza per intervenuto spostamento dell'accento tonico sulla sillaba iniziale, fenomeno che in antico interessò molte lingue, riscontrabile anche nella parola aiellese-abruzzese òbbeche 'bacìo, ombroso, esposto a nord', da lat. opacu(m).
Sull’onda di quanto ho detto credo possa risultare meno indigesto, per gli stomaci di coloro che sono abituati a cibarsi dei prodotti della tradizionale scienza etimologica, interpretare in maniera insolita il modo di dire Far ridere i polli ‘essere assolutamente ridicolo’. Cosa c’entrano qui questi volatili che potrebbero, d’altronde, essere sostituiti da qualsiasi altro animale, in specie quelli il cui verso assomiglia effettivamente ad una sguaiata risata come quello delle iene? Anche qui si può sperare di arrivare all’origine dell’espressione solo se si va al di là dei significati superficiali e si rintraccia qualche probabile parola più consona al significato di tutta l’espressione. Non si può accettare, come spiegazione, il ragionamento tutto cerebrale secondo cui uno fa ridere i polli quando è talmente ridicolo da muovere il riso finanche dei ‘polli’ che per natura non possono ridere, come del resto tutti gli altri animali. Tutto potrebbe essere molto più semplice se fermassimo l’attenzione su una espressione greca che suona hoi poll-oí 'la maggior parte, moltitudine, gente, popolo’ (nomin. pl. dell’aggett. pronome pol-ýs ‘molto, grande, forte, potente, ecc.’ sopra citato per la spiegazione di it. folla). L’espressione in origine quindi, a mio parere, voleva semplicemente dire Far ridere la gente.
Quando si dà filo da torcere ad una persona significa che essa affronterà, a causa nostra, molte e gravose difficoltà nel raggiungimento di qualche obbiettivo. Anche qui mi sembra che ci sia uno iato tra la lettera dell’espressione e il suo significato. Torcere della lana, del lino o cotone per farne dei fili non mi pare che sia un lavoro scelto bene a rendere l’idea di ‘enorme difficoltà’. In effetti ci sarebbero molte altre attività più adatte a rendere il senso di pena e sudore di chi le svolge: il tessere stesso dovrebbe essere più impegnativo dello strappare fiocchi di lana dalla rocca per trasformarli in filo con l’aiuto del fuso! Per questo, ma non solo, sarei dell’idea di cercare sotto il termine ‘filo’ una voce germanica come il got. filu ‘molto’, ted. viel ‘molto’. Se è vero, come mi pare di aver ben mostrato sopra, che in antico circolavano sul suolo italico parole come le abruzzesi fólle e fóte< *folde , strettamente legate ai rispettivi termini germanici, non vedo il motivo per cui si debba negare il permesso di soggiorno in Italia anche a quest’altra variante. Così il significato originario dell’espressione sarebbe Dare molto da torcer(si) nel senso di ‘dare molto da tormentarsi, agitarsi, arrovellarsi, ecc.’. In latino torquere ha appunto anche il valore di ‘tomentare, angustiare, affliggere’. Se questo è il caso, la particella riflessiva –si , presente nella frase originaria, è naturalmente scomparsa quando è intervenuto l’incrocio della voce corrispondente a germanico filu ‘molto’ col lat. filu(m) ‘filo’, che ha costretto il verbo ad assumere la forma transitiva.
Di radici germaniche se ne incontrano con una certa frequenza nei nostri dialetti e a mio avviso bisogna pensare che esse non risalgano sempre al periodo medioevale, portate da qualche popolo barbarico, ma ad epoche preistoriche. Una voce ricorrente in Abruzzo è quella del verbo fioccá, fioccárse, fioccásse ‘lanciare, lanciarsi, aggredire’. Questo significato non può, a mio parere, essersi sviluppato da quello di fioccá ‘fioccare, nevicare’. La caduta di un fiocco di neve o di lana è caratteristicamente lenta e oscillante e non può aver prodotto il significato di ‘avventarsi’ spesso riferito anche ai cani o solo ai cani in alcune parlate locali (cfr. il vocab. del Bielli). Anche in questo caso io penso che l’etimo di questo verbo debba essere comparato con quello di ted. flieg-en ‘volare, muoversi rapidamente’, imparentato con l’a.a.ted. fliog-an ‘volare’.
La fiètta o fiètte è una 'treccia, filza' come quella di fichi secchi o di sorbe, ma in alcuni paesi come Aielli essa è (era) una salsiccia ripiegata ad arte in modo da poter essere inserita, insieme ad altre, in una pertica che solitamente si stendeva, sostenuta orizzontalmente da due appositi ganci alle estremità, al di sotto del soffitto della cucina. In alcuni casi essa presenta la forma flette (cfr. vocab. del Bielli), l’esatto corrispettivo del ted. Flechte ‘treccia’ e variante di lat. plecta ‘ghirlanda’(termine architettonico). La palatalizzazione della liquida –l- è un fenomeno diffusissimo nei nostri dialetti e di origine antichissima (cfr. aiellese jjójje ‘loglio’ dal lat. loliu(m), cavàjjë ‘cavallo’, centëpéjë ‘centopelle’, ecc.). Che la voce fosse radicata nel dialetto lo dimostra anche il lemma fijétte, spiegato dal Bielli con un esempio: E’ na fijétte tra acqu’ e vvine ‘E’ un dappoco, un melenso’ . L’etimo di fijétte deve essere allora lo stesso di fiètta, fiètte, cioè un ‘intreccio’, un incrocio, e quindi, nella frase in questione, un miscuglio tra vino e acqua che icasticamente allude ad un tipo umano insulso o scipito. Ma si tratta veramente di parole di origine germanica? Il fatto che in latino si incontra il verbo flect-ere ‘flettere, piegare’, forma parallela a plect-ere ‘intrecciare’ e connessa con lat. plic-are ‘piegare’ nonchè col gr. plék-ō ‘piegare’, e che nell’espressione abruzzese precedente si ha un significato piuttosto particolare (miscuglio) della radice mi spinge a credere che si possa trattare di forme che circolavano sul nostro territorio fin dalla preistoria. Oggi troveremmo difficoltà ad usare un’espressione come Una treccia tra acqua e vino, nel caso in cui avessimo tratto di peso e da poco tempo il termine Flechte ‘treccia’ da qualche lingua germanica.
Leggo, nel vocabolario di Tullio De Mauro, il lemma fiocca ‘fiocco di neve, grande quantità di cose o persone’ e mi viene in effetti il dubbio che questo termine obsoleto, che allarga di molto i suoi confini rispetto al ‘fiocco di neve’, non me la racconta giusta, e che dietro di esso ci possa essere qualcos’altro. Infatti, se riflettiamo sul referente di lat. floccu(m) ‘fiocco di lana’ ci accorgiamo che esso, il fiocco, è formato da un intrico di peli, da un batuffolo, una massa di piccoli filamenti di lana, insomma; e allora, molto probabilmente, alla base del vocabolo, deve esserci proprio questo concetto di ‘quantità, massa, insieme, mucchio, grumo, globo, gomitolo, agglomeramento, moltitudine, ecc.’ che si ritrova nell’ingl. flock ‘gregge, stormo, folla’ della stessa struttura dell’ingl. folk ‘gente’(legato a ingl. full ‘pieno’ e all’it. folla), sua probabilissima variante metatetica e, verosimilmente, nell’italiano bioccolo. In tedesco e inglese esiste anche flock ‘fiocco’ che però i linguisti non mettono in rapporto col lat. floccu(m) perchè la cosa non rispetterebbe gli schemi da loro elaborati per quanto attiene al gioco consonantico p/f che pure, come abbiamo già ricordato, subisce frequenti trasgressioni. L’it. bioccolo presuppone una forma *blocc-ulu(m), a mio avviso allotropo di flocc-ulu(m) e imparentata con il termine it. blocco (nel senso di massa, gruppo), provenuto successivamente dall’area germanica attraverso il francese. Proporre un incrocio tra fiocco e tardo lat. buccula(m) ’boccolo, ricciolo’, come vogliono alcuni, non mi pare accettabile anche perchè un “bioccolo” non è precisamente un “boccolo”, lungo ricciolo a spirale. Siamo tornati così al concetto e alla radice di ‘folla’, ‘massa’ da cui eravamo partiti. Il cerchio si è chiuso. Speriamo che le nostre menti si aprano, invece (senza offesa per nessuno).
Ottorino Pianigiani, nel suo dizionario etimologico (1907), oltre a questa etimologia ne presenta una seconda di alcuni linguisti, i quali si appoggiano, nel sostenere le loro tesi, ai molti termini germanici di cui fa parte l’ingl. full ‘pieno’, intendendo così la folla come un ‘pieno’ di persone. Questa etimologia è stata abbandonata forse anche perchè la fricativa labiale sorda (f-) in germanico dovrebbe corrispondere a una occlusiva labiale sorda (p-) in latino secondo gli schemi canonici di ricostruzione dell’indoeuropeo comune, ma nell’articolo Etimologia di finestra abbiamo visto che si incontrano nei nostri dialetti forme parallele tra loro equivalenti, con l’una e con l’altra consonante. Allora, a mio avviso, il problema è di riflettere sui significati delle due radici, quella che rimanda alla pressione e quella che indica la pienezza, per vedere se per caso esse non possano essere considerate semplici varianti che non esigono una netta separazione tra di loro.
Nel vocabolario abruzzese di Domenico Bielli si incontra, sotto la voce fólle ‘folla’, anche l’espressione A la fólle de lu mezzeggiorne ‘in pieno mezzoggiorno’. Ora, cercare di spiegare questo significato del termine fólle partendo semplicemente da quello di it. ‘folla’, ‘gran quantità’ credo che non produrrebbe alcunchè, come pure se si partisse da quello di ‘pressione’ della radice di lat. *full-are (cfr. sp. volgare foll-ar ‘scopare’). Resta allora la possibilità che la radice sia effettivamente la stessa di ingl. full ‘pieno’. Ma è proprio indispensabile, poi, ritenere che l’idea di ‘pienezza’ sia inconciliabile con quella di it. ‘folla’ e con il significato della radice che ha portato all’it. folla , cioè la ‘pressione’? Un recipiente si dice pieno quando è occupato interamente da qualcosa, allorchè si può dire che sia sotto la massima pressione di un oggetto o di oggetti che a loro volta riempiono il recipiente premendo contro di esso e tra loro stessi. A me pare che sia sempre questa idea di pressione ad operare sotto il lat. ple-nu(m) ‘pieno, gravido, grosso, grasso, pesante, ecc.’, parente stretto di gr. plé-r-es ‘pieno’, lat. plu-r-es ‘più numerosi’, gr. pol-ýs, aggettivo dai molti significati diramantisi tutti, in sostanza, da quello di ‘forza’. Esso infatti significa ‘molto, ampio, largo, esteso, lungo, grande, alto, forte,violento, veemente’. L’it. folla, allora, può non derivare direttamente dal verbo *full-are ‘premere’ ma da un'idea di ‘moltitudine’ nascosta sotto la radice, come è naturale, la quale, comunque, scaturisce sempre dall’idea di ‘forza, pressione, grandezza, grossezza, estensione, quantità, ecc.’ da cui può generarsi a sua volta quella di ‘massa, mucchio, folla’. Per non lasciarsi prendere e confondere dal solo significato di ‘premere’ espresso dal lat. *full-are e per aprire gli occhi sulla multiforme dinamica dei significati, è utile considerare il significato del dialettale foll-àrese (a Luco dei Marsi-Aq) ‘ avventarsi, gettarsi addosso, correre con foga verso una persona’ (cfr. Giovanni Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006) o del trasaccano fell-àsse, foll-àsse ‘ azzuffarsi, gettarsi in una mischia, affollarsi, aggredire’ (cfr. Quirino Lucarelli, citato più sotto). I significati dei due verbi sono una specializzazione di un concetto più generale che indica un movimento (violento) verso qualcuno o qualcosa, diverso da quello compiuto dal follatore che pesta i panni, anche se espresso dalla stessa radice. Una conferma del significato dei due verbi ci è fornita dallo sp. foll-ón ‘tumulto, disordine, confusione’.
Se l’espressione abruzzese sopra citata non dovesse bastare per sostenere il valore di ‘intensità’, di ‘forza’ e di ‘pienezza’ giacente sotto quello di ‘fólle (de lu mezzeggiorne)’, chiederemo aiuto all’altra parola abruzzese, sempre presente nel vocab. del Bielli, che suona fóte ‘piena del fiume, del torrente’ e che corrisponde all’it. ‘folto, fitto’ come attestano le altre tre voci abruzzesi fóte, fóvete, fólde dello stesso significato di ‘folto’. Nel mio dialetto di Aielli si incontra l’unica forma fútë. La liquida -l- in questi casi può cadere come in abruzz. vòta ‘volta’, o trasformarsi in –u- oppure –v- come in abruzz. áutre ‘altro’(aiellese átrë), aiellese ávëtë ‘alto’. L’it. folto viene normalmente fatto risalire al participio aggettivo fultu(m) del verbo sopra citato fulc-ire col sign. di ‘puntellare, premere’. Il significato di ‘denso, fitto’ non è attestato in latino, ma doveva già esistere in qualche parlata dialettale: è difficile sostenere che esso si sia sviluppato nel medioevo dal significato già specializzato di ‘puntellato, premuto’. La somiglianza con il danese fuld ‘pieno’ (ampliamento di ingl. full ‘pieno’) è perfetta. A me pare, quindi, che l’abruzz. fóte <*folde ‘piena’ sia un ampliamento della radice di abruzz. fólle ‘pienezza (del mezzoggiorno)’, di got. fullo ‘abbondanza, piena, moltitudine’. Ma la coincidenza fra il termine abruzzese fóte e quelli germanici relativi ritorna ancora per i significati di ‘bottaccio, cavità, piccolo bacino di raccolta delle acque di un mulino’ di abruzz. fóte (cfr. aiellese rë-fóta dallo stesso significato) e per il significato affine di ‘cavità del terreno, avvallamento’ di ingl. fold ‘piega, cavità, avvallamento del terreno’, ma anche ‘ovile’ attraverso l’idea di ‘cavità, recinto, stalla’.
Curioso il fatto che anche l’it. fitto ‘pieno, zeppo, denso, ecc.’ derivi dal lat. fictu(m) ‘conficcato, impresso’ dal verbo fig-ere ‘conficcare, ecc.’. Nei nostri dialetti fittë vale in genere ‘fermo, quieto’, significato ben ricavabile dall’altro participio di fig-ere, cioè fixu(m) ‘fisso, conficcato’. Ma a Trasacco-Aq la voce fitta (cfr. Quirino Lucarelli, Biabbà F-P, Centro Studi Marsicani, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2002, sub voce), oltre ad avere lo stesso significato del corrispondente termine italiano fitta ’dolore intenso ed improvviso’ ha anche il valore, per la verità presente anch’esso in italiano, di ‘folla, gran numero (di cose o persone)’. Come può essersi originato questo significato? Mi viene in soccorso la parola sfilza, filza che non pare, comunque, etimologicamente legata al verbo fig-ere ‘conficcare’, ma mi fornisce l’idea di una serie o gran numero di oggetti composti di molti elementi addossati gli uni agli altri. E in effetti l’aggettivo "fitto" si riferisce spesso a elementi stretti gli uni agli altri, come i soldati che formano una schiera o i pali piantati a formare una palizzata. C’è dietro sempre un’idea di ‘spinta, pressione’ ma non diretta verso il suolo per conficcarvisi come nel caso dei pali, bensì di ogni elemento verso altri elementi, sì da formare una struttura compatta, una massa, una folla. Ho usato l’aggett. compatto perchè esso richiama anche il termine compagine, l’unione stretta di più elementi per formare un organismo complesso. Il verbo latino com-pingere ‘ mettere insieme, unire, costruire, spingere dentro,comporre’ richiama il verbo pang-ere che da solo, senza il prefisso com- ‘con’, significa ugualmente ‘comporre’ anche se solo nel senso di ‘scrivere’ opere letterarie, oltre a significare ‘conficcare, piantare’. Anche i sopra citati verbi dialettali follàrese, follàsse ‘scagliarsi addosso a qualcuno’ possono rientrare in questa dinamica dell’aggregarsi, dell’unirsi, dell’ammassarsi se solo si elimina dal loro significato l’elemento della violenza: allora lo ‘scagliarsi addosso’ diventerebbe un placido ’addossarsi’ per formare una compagine o un insieme. Il termine citato filza, considerato di etimo incerto, potrebbe anch'esso chiamare in causa l'a. ingl. ge-fylce 'banda, masnada, truppa, esercito', l'a. norreno fylki 'banda', ambedue legati alla radice di ingl. folk 'gente' di cui parlo più sotto. La presenza di aiellese 'mbelàcce (da *infilacce) 'filza' e di abruzzese 'mbiveze 'filza' (da *(in)filza) mi offre la possibilità di sostenere che queste siano forme parallele di it. filza provenienti da un precedente *(in)filacia simile all'it. filaccia 'filo o insieme di fili che si sfilacciano'. Alla sua origine io pongo un composto tautologico il cui secondo membro è pari pari il lat. acia(m) 'filo' e pertanto non condivido la sua derivazione dal solo lat. *filacea(m), da filu(m) 'filo'. Tutto questo basta a render conto del significato di 'filo' del termine ma non spiega quello di 'filza, serto'. Il quale potrebbe, comunque, risalire alla radice dei termini germanici suddetti. E probabilmente *filacia sarà passato, in qualche parlata, a *filcia>filza per intervenuto spostamento dell'accento tonico sulla sillaba iniziale, fenomeno che in antico interessò molte lingue, riscontrabile anche nella parola aiellese-abruzzese òbbeche 'bacìo, ombroso, esposto a nord', da lat. opacu(m).
Sull’onda di quanto ho detto credo possa risultare meno indigesto, per gli stomaci di coloro che sono abituati a cibarsi dei prodotti della tradizionale scienza etimologica, interpretare in maniera insolita il modo di dire Far ridere i polli ‘essere assolutamente ridicolo’. Cosa c’entrano qui questi volatili che potrebbero, d’altronde, essere sostituiti da qualsiasi altro animale, in specie quelli il cui verso assomiglia effettivamente ad una sguaiata risata come quello delle iene? Anche qui si può sperare di arrivare all’origine dell’espressione solo se si va al di là dei significati superficiali e si rintraccia qualche probabile parola più consona al significato di tutta l’espressione. Non si può accettare, come spiegazione, il ragionamento tutto cerebrale secondo cui uno fa ridere i polli quando è talmente ridicolo da muovere il riso finanche dei ‘polli’ che per natura non possono ridere, come del resto tutti gli altri animali. Tutto potrebbe essere molto più semplice se fermassimo l’attenzione su una espressione greca che suona hoi poll-oí 'la maggior parte, moltitudine, gente, popolo’ (nomin. pl. dell’aggett. pronome pol-ýs ‘molto, grande, forte, potente, ecc.’ sopra citato per la spiegazione di it. folla). L’espressione in origine quindi, a mio parere, voleva semplicemente dire Far ridere la gente.
Quando si dà filo da torcere ad una persona significa che essa affronterà, a causa nostra, molte e gravose difficoltà nel raggiungimento di qualche obbiettivo. Anche qui mi sembra che ci sia uno iato tra la lettera dell’espressione e il suo significato. Torcere della lana, del lino o cotone per farne dei fili non mi pare che sia un lavoro scelto bene a rendere l’idea di ‘enorme difficoltà’. In effetti ci sarebbero molte altre attività più adatte a rendere il senso di pena e sudore di chi le svolge: il tessere stesso dovrebbe essere più impegnativo dello strappare fiocchi di lana dalla rocca per trasformarli in filo con l’aiuto del fuso! Per questo, ma non solo, sarei dell’idea di cercare sotto il termine ‘filo’ una voce germanica come il got. filu ‘molto’, ted. viel ‘molto’. Se è vero, come mi pare di aver ben mostrato sopra, che in antico circolavano sul suolo italico parole come le abruzzesi fólle e fóte< *folde , strettamente legate ai rispettivi termini germanici, non vedo il motivo per cui si debba negare il permesso di soggiorno in Italia anche a quest’altra variante. Così il significato originario dell’espressione sarebbe Dare molto da torcer(si) nel senso di ‘dare molto da tormentarsi, agitarsi, arrovellarsi, ecc.’. In latino torquere ha appunto anche il valore di ‘tomentare, angustiare, affliggere’. Se questo è il caso, la particella riflessiva –si , presente nella frase originaria, è naturalmente scomparsa quando è intervenuto l’incrocio della voce corrispondente a germanico filu ‘molto’ col lat. filu(m) ‘filo’, che ha costretto il verbo ad assumere la forma transitiva.
Di radici germaniche se ne incontrano con una certa frequenza nei nostri dialetti e a mio avviso bisogna pensare che esse non risalgano sempre al periodo medioevale, portate da qualche popolo barbarico, ma ad epoche preistoriche. Una voce ricorrente in Abruzzo è quella del verbo fioccá, fioccárse, fioccásse ‘lanciare, lanciarsi, aggredire’. Questo significato non può, a mio parere, essersi sviluppato da quello di fioccá ‘fioccare, nevicare’. La caduta di un fiocco di neve o di lana è caratteristicamente lenta e oscillante e non può aver prodotto il significato di ‘avventarsi’ spesso riferito anche ai cani o solo ai cani in alcune parlate locali (cfr. il vocab. del Bielli). Anche in questo caso io penso che l’etimo di questo verbo debba essere comparato con quello di ted. flieg-en ‘volare, muoversi rapidamente’, imparentato con l’a.a.ted. fliog-an ‘volare’.
La fiètta o fiètte è una 'treccia, filza' come quella di fichi secchi o di sorbe, ma in alcuni paesi come Aielli essa è (era) una salsiccia ripiegata ad arte in modo da poter essere inserita, insieme ad altre, in una pertica che solitamente si stendeva, sostenuta orizzontalmente da due appositi ganci alle estremità, al di sotto del soffitto della cucina. In alcuni casi essa presenta la forma flette (cfr. vocab. del Bielli), l’esatto corrispettivo del ted. Flechte ‘treccia’ e variante di lat. plecta ‘ghirlanda’(termine architettonico). La palatalizzazione della liquida –l- è un fenomeno diffusissimo nei nostri dialetti e di origine antichissima (cfr. aiellese jjójje ‘loglio’ dal lat. loliu(m), cavàjjë ‘cavallo’, centëpéjë ‘centopelle’, ecc.). Che la voce fosse radicata nel dialetto lo dimostra anche il lemma fijétte, spiegato dal Bielli con un esempio: E’ na fijétte tra acqu’ e vvine ‘E’ un dappoco, un melenso’ . L’etimo di fijétte deve essere allora lo stesso di fiètta, fiètte, cioè un ‘intreccio’, un incrocio, e quindi, nella frase in questione, un miscuglio tra vino e acqua che icasticamente allude ad un tipo umano insulso o scipito. Ma si tratta veramente di parole di origine germanica? Il fatto che in latino si incontra il verbo flect-ere ‘flettere, piegare’, forma parallela a plect-ere ‘intrecciare’ e connessa con lat. plic-are ‘piegare’ nonchè col gr. plék-ō ‘piegare’, e che nell’espressione abruzzese precedente si ha un significato piuttosto particolare (miscuglio) della radice mi spinge a credere che si possa trattare di forme che circolavano sul nostro territorio fin dalla preistoria. Oggi troveremmo difficoltà ad usare un’espressione come Una treccia tra acqua e vino, nel caso in cui avessimo tratto di peso e da poco tempo il termine Flechte ‘treccia’ da qualche lingua germanica.
Leggo, nel vocabolario di Tullio De Mauro, il lemma fiocca ‘fiocco di neve, grande quantità di cose o persone’ e mi viene in effetti il dubbio che questo termine obsoleto, che allarga di molto i suoi confini rispetto al ‘fiocco di neve’, non me la racconta giusta, e che dietro di esso ci possa essere qualcos’altro. Infatti, se riflettiamo sul referente di lat. floccu(m) ‘fiocco di lana’ ci accorgiamo che esso, il fiocco, è formato da un intrico di peli, da un batuffolo, una massa di piccoli filamenti di lana, insomma; e allora, molto probabilmente, alla base del vocabolo, deve esserci proprio questo concetto di ‘quantità, massa, insieme, mucchio, grumo, globo, gomitolo, agglomeramento, moltitudine, ecc.’ che si ritrova nell’ingl. flock ‘gregge, stormo, folla’ della stessa struttura dell’ingl. folk ‘gente’(legato a ingl. full ‘pieno’ e all’it. folla), sua probabilissima variante metatetica e, verosimilmente, nell’italiano bioccolo. In tedesco e inglese esiste anche flock ‘fiocco’ che però i linguisti non mettono in rapporto col lat. floccu(m) perchè la cosa non rispetterebbe gli schemi da loro elaborati per quanto attiene al gioco consonantico p/f che pure, come abbiamo già ricordato, subisce frequenti trasgressioni. L’it. bioccolo presuppone una forma *blocc-ulu(m), a mio avviso allotropo di flocc-ulu(m) e imparentata con il termine it. blocco (nel senso di massa, gruppo), provenuto successivamente dall’area germanica attraverso il francese. Proporre un incrocio tra fiocco e tardo lat. buccula(m) ’boccolo, ricciolo’, come vogliono alcuni, non mi pare accettabile anche perchè un “bioccolo” non è precisamente un “boccolo”, lungo ricciolo a spirale. Siamo tornati così al concetto e alla radice di ‘folla’, ‘massa’ da cui eravamo partiti. Il cerchio si è chiuso. Speriamo che le nostre menti si aprano, invece (senza offesa per nessuno).
giovedì 8 aprile 2010
Il vocabolo abruzzese "befùlge" 'bifolco, bue, gufo, questuante'
Il termine bëfùlgë (cfr. nel dizionario abruzzese del Bielli le varianti befùce, befòce, befùleche, befùlge, bufòce) merita attenzione per i suoi diversi significati, e perchè costituisce certamente un cospicuo esempio della stupenda stratificazione linguistica avvenuta attraverso i millenni. Il termine l’ho tratto da un dizionarietto approntato da Fiorenzo Amiconi, ricercatore indefesso di tradizioni cerchiesi e marsicane (cfr. Fiorenzo Amiconi, Tradizioni popolari marsicane: il dialetto cerchiese, anno VII 2004, quaderno 57. Museo civico di Cerchio-Aq). L'Amiconi trae a sua volta i significati di 'bifolco, bue, gufo' del vocabolo dal Saggio di uno studio sul dialetto abruzzese di Giovanni Pansa, Arnoldo Forni Editore,1977, ristampa dell'edizione di Lanciano del 1885, p. 11. Il significato di 'questuante' è invece proprio del dialetto di Cerchio.
La parola, come mostrano i quattro significati appartenenti ad aree semantiche molto diverse tra loro, non può fare i conti col solo latino bubulcu(m) ‘bifolco, bovaro’ attraverso la variante rustica *bufulcu(m), ma deve essersi incrociato con altri vocaboli di strati linguistici anche molto più lontani nel tempo. A me pare chiaro che i significati di ‘bue’ e ‘gufo’, contenendo il concetto di fondo di ‘animale’ secondo la mia teoria linguistica, presuppongono un termine composto di due membri tautologici del tipo *bub-ulcu(m). Il primo deve appartenere all’area semantica di ‘bue’ (cfr. lat. bos, bov-is 'bue' ) incrociatasi con quella di lat. bubo,-onis ‘gufo’, tosc. bufo ‘gufo’, lat. bufo,-onis ‘rospo’; il secondo mi pare la copia quasi perfetta di latino tardo ul(u)cus, ul(u)ccus ‘uccello notturno, allocco’. Nel vocabolario del Bielli si incontra anche la forma bufùce 'specie di gufo' da riallacciare alla parola bifolco. Molto interessante è l'appellativo omerico hélik-es riferito formularmente ai buoi. I linguisti in questo caso si trovano completamente in balia delle onde senza una bussola che li guidi e si sforzano pertanto di trarre un senso più o meno accettabile dalla radice dal significato di 'avvolgente, a spirale', e così alcuni propongono l'interpretazione di 'tondi, pingui, lucidi', altri di 'dalle corna ritorte', altri di 'dai curvi piedi', altri ancora 'dall'andatura avvolgente'. La mia idea che si tratti, invece, di una variante della radice di latino tardo ulucu(m) 'uccello notturno' dalla stessa struttura consonantica e inserita nel composto abruzzese bef-ùlge 'bue', potrebbe al limite anche essere falsa, ma di sicuro essa segue linee teoriche che mi paiono funzionare. Si trattava quindi di un antico vocabolo per 'buoi' finito col diventare già in Omero un apparente, inspiegabile o artificiosamente spiegabile aggettivo. Nel canto XXIII dell'Iliade l'aggettivo si incontra insieme con un altro che indica apparentemente i 'piedi' dei buoi. L'emistichio finale del v. 166, infatti, suona eili-podas helikas bus e viene solitamente tradotto 'buoi dai piedi e (dalle corna) ricurve'. La forma eili-podas risulta un accorciamento di eliko-podas 'dai piedi (-podas) ricurvi (eliko-)' e per me si tratta sempre dello stesso concetto di 'bue' ricucinato in diverse forme diventate aggettivi e trascinatesi tradizionalmente come attributi, per così dire fissi e formulari, di questi animali. Che l'elemento -pod-as, acc. pl., originariamente fosse altro nome o reinterpretazione di altro nome per 'bue' lo suggerisce il greco moderno bodi 'bue'. Per la radice eliko- è utile un confronto col ted. Elch 'alce', grosso quadrupede con corna palmate, diffuso nelle regioni fredde dell'emisfero boreale, l'a. alto ted. elaho 'alce', sved. elg 'alce', lat. alces 'alce'. Il problema si complica con gli altri due significati di ‘bifolco’ e ‘questuante’ . Per il primo ci potremmo accontentare dell’etimo vulgato che insiste su un primo elemento bu- rispondente al lat. bos, bov-is ‘bue’, e su un secondo elemento variamente proposto (fatto risalire in genere al greco) e interpretato come ‘custode, incitatore (di buoi)’. Io, tenendo sott’occhio anche l’altro significato di ‘questuante che la mattina della festa religiosa va alla ricerca delle ultime offerte in denaro con un fazzoletto annodato ai quattro angoli’ individuerei in bi-folco una seconda costituente da avvicinare alla radice del lat. fulc-ire ‘puntellare, sostenere’ ma anche ‘calcare, premere’, verbo che quindi evidenzia un significato di fondo come ‘premere, urgere, incalzare, spingere’: quale altro significato potrebbe essere più appropriato di questo, senza che si debba scomodare il greco, per designare il ‘bifolco’, l’aratore che incita i buoi innanzi a sè, e nel contempo il ‘questuante’ la cui funzione è esattamente la medesima, solo che la pressione da costui esercitata è rivolta alla gente per farle offrire qualche spicciolo e non ai buoi? Resta il problema di bu-, bi- che viene comunemente inteso come radice di ‘bove’, ma che, sempre in base alla mia teoria, dovrebbe essere una radice che si incrocia certamente con quella di ‘bue, bove’ ma che, originariamente, doveva avere lo stesso significato della seconda componente –folco. A questo punto non posso fare altro che additare, come antico precedente del primo membro di bi-folco, particelle intensive come greco bu- e ted. be- che ha varie funzioni tra cui quella rafforzativa. Il ted. be-folg-en ‘seguire, eseguire', molto simile formalmente a bi-folco potrebbe essere stato un suo remoto parente nel caso di un probabile suo altro senso di ‘inseguire, perseguire, cercare di raggiungere, corteggiare, implorare’(uno dei significati antiquati di ingl. follower ‘seguace’ è ‘spasimante, ammiratore’), significato affine a quello di ‘questuante’ che etimologicamente rinvia alla radice del lat. quaer-ere ‘cercare, andare in cerca, domandare’. Ma è da tener presente anche il ted. bei-folg-en 'tener dietro subito', quindi 'essere prossimo, incalzare'.
Un passo del canto XXIII (vv. 130-132) del Paradiso di Dante potrebbe essere inteso diversamente da come viene solitamente spiegato, se si tiene a mente uno dei significati del cerchiese befùlghe ossia 'bue'. Il passo è il seguente: Oh quanta è l'ubertà che si soffolce/ in quelle arche ricchissime che fuoro/ a seminar qua giù buone bobolce. Dante si riferisce qui alla ricchezza spirituale contenuta in quelle arche (le anime dei beati) che furono in terra, intendono alcuni critici, buone seminatrici della parola di Dio. Le bobolce rappresenterebbero una forma femminile da lat. bubulcus 'bifolco'. Altri preferiscono chiamare in causa il termine dialettale dell'Italia settentrionale biolca, bubulca, bibulca, una misura di terra corrispondente a quella lavorata da una coppia di buoi in una giornata, intendendo che le anime dei beati sono state un buon terreno da coltivare, e fanno riferimento alla nota parabola evangelica del seminatore. Una terza ipotesi potrebbe essere quella che, traendo lo spunto dal significato di 'bue' del termine, paragona le anime a dei buoi che hanno duramente e proficuamente arato il terreno per una buona seminagione destinata a dare frutti spirituali abbondanti.
La parola, come mostrano i quattro significati appartenenti ad aree semantiche molto diverse tra loro, non può fare i conti col solo latino bubulcu(m) ‘bifolco, bovaro’ attraverso la variante rustica *bufulcu(m), ma deve essersi incrociato con altri vocaboli di strati linguistici anche molto più lontani nel tempo. A me pare chiaro che i significati di ‘bue’ e ‘gufo’, contenendo il concetto di fondo di ‘animale’ secondo la mia teoria linguistica, presuppongono un termine composto di due membri tautologici del tipo *bub-ulcu(m). Il primo deve appartenere all’area semantica di ‘bue’ (cfr. lat. bos, bov-is 'bue' ) incrociatasi con quella di lat. bubo,-onis ‘gufo’, tosc. bufo ‘gufo’, lat. bufo,-onis ‘rospo’; il secondo mi pare la copia quasi perfetta di latino tardo ul(u)cus, ul(u)ccus ‘uccello notturno, allocco’. Nel vocabolario del Bielli si incontra anche la forma bufùce 'specie di gufo' da riallacciare alla parola bifolco. Molto interessante è l'appellativo omerico hélik-es riferito formularmente ai buoi. I linguisti in questo caso si trovano completamente in balia delle onde senza una bussola che li guidi e si sforzano pertanto di trarre un senso più o meno accettabile dalla radice dal significato di 'avvolgente, a spirale', e così alcuni propongono l'interpretazione di 'tondi, pingui, lucidi', altri di 'dalle corna ritorte', altri di 'dai curvi piedi', altri ancora 'dall'andatura avvolgente'. La mia idea che si tratti, invece, di una variante della radice di latino tardo ulucu(m) 'uccello notturno' dalla stessa struttura consonantica e inserita nel composto abruzzese bef-ùlge 'bue', potrebbe al limite anche essere falsa, ma di sicuro essa segue linee teoriche che mi paiono funzionare. Si trattava quindi di un antico vocabolo per 'buoi' finito col diventare già in Omero un apparente, inspiegabile o artificiosamente spiegabile aggettivo. Nel canto XXIII dell'Iliade l'aggettivo si incontra insieme con un altro che indica apparentemente i 'piedi' dei buoi. L'emistichio finale del v. 166, infatti, suona eili-podas helikas bus e viene solitamente tradotto 'buoi dai piedi e (dalle corna) ricurve'. La forma eili-podas risulta un accorciamento di eliko-podas 'dai piedi (-podas) ricurvi (eliko-)' e per me si tratta sempre dello stesso concetto di 'bue' ricucinato in diverse forme diventate aggettivi e trascinatesi tradizionalmente come attributi, per così dire fissi e formulari, di questi animali. Che l'elemento -pod-as, acc. pl., originariamente fosse altro nome o reinterpretazione di altro nome per 'bue' lo suggerisce il greco moderno bodi 'bue'. Per la radice eliko- è utile un confronto col ted. Elch 'alce', grosso quadrupede con corna palmate, diffuso nelle regioni fredde dell'emisfero boreale, l'a. alto ted. elaho 'alce', sved. elg 'alce', lat. alces 'alce'. Il problema si complica con gli altri due significati di ‘bifolco’ e ‘questuante’ . Per il primo ci potremmo accontentare dell’etimo vulgato che insiste su un primo elemento bu- rispondente al lat. bos, bov-is ‘bue’, e su un secondo elemento variamente proposto (fatto risalire in genere al greco) e interpretato come ‘custode, incitatore (di buoi)’. Io, tenendo sott’occhio anche l’altro significato di ‘questuante che la mattina della festa religiosa va alla ricerca delle ultime offerte in denaro con un fazzoletto annodato ai quattro angoli’ individuerei in bi-folco una seconda costituente da avvicinare alla radice del lat. fulc-ire ‘puntellare, sostenere’ ma anche ‘calcare, premere’, verbo che quindi evidenzia un significato di fondo come ‘premere, urgere, incalzare, spingere’: quale altro significato potrebbe essere più appropriato di questo, senza che si debba scomodare il greco, per designare il ‘bifolco’, l’aratore che incita i buoi innanzi a sè, e nel contempo il ‘questuante’ la cui funzione è esattamente la medesima, solo che la pressione da costui esercitata è rivolta alla gente per farle offrire qualche spicciolo e non ai buoi? Resta il problema di bu-, bi- che viene comunemente inteso come radice di ‘bove’, ma che, sempre in base alla mia teoria, dovrebbe essere una radice che si incrocia certamente con quella di ‘bue, bove’ ma che, originariamente, doveva avere lo stesso significato della seconda componente –folco. A questo punto non posso fare altro che additare, come antico precedente del primo membro di bi-folco, particelle intensive come greco bu- e ted. be- che ha varie funzioni tra cui quella rafforzativa. Il ted. be-folg-en ‘seguire, eseguire', molto simile formalmente a bi-folco potrebbe essere stato un suo remoto parente nel caso di un probabile suo altro senso di ‘inseguire, perseguire, cercare di raggiungere, corteggiare, implorare’(uno dei significati antiquati di ingl. follower ‘seguace’ è ‘spasimante, ammiratore’), significato affine a quello di ‘questuante’ che etimologicamente rinvia alla radice del lat. quaer-ere ‘cercare, andare in cerca, domandare’. Ma è da tener presente anche il ted. bei-folg-en 'tener dietro subito', quindi 'essere prossimo, incalzare'.
Un passo del canto XXIII (vv. 130-132) del Paradiso di Dante potrebbe essere inteso diversamente da come viene solitamente spiegato, se si tiene a mente uno dei significati del cerchiese befùlghe ossia 'bue'. Il passo è il seguente: Oh quanta è l'ubertà che si soffolce/ in quelle arche ricchissime che fuoro/ a seminar qua giù buone bobolce. Dante si riferisce qui alla ricchezza spirituale contenuta in quelle arche (le anime dei beati) che furono in terra, intendono alcuni critici, buone seminatrici della parola di Dio. Le bobolce rappresenterebbero una forma femminile da lat. bubulcus 'bifolco'. Altri preferiscono chiamare in causa il termine dialettale dell'Italia settentrionale biolca, bubulca, bibulca, una misura di terra corrispondente a quella lavorata da una coppia di buoi in una giornata, intendendo che le anime dei beati sono state un buon terreno da coltivare, e fanno riferimento alla nota parabola evangelica del seminatore. Una terza ipotesi potrebbe essere quella che, traendo lo spunto dal significato di 'bue' del termine, paragona le anime a dei buoi che hanno duramente e proficuamente arato il terreno per una buona seminagione destinata a dare frutti spirituali abbondanti.
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