giovedì 5 marzo 2020

La presunta stupidità delle capre.


                       

    Per chi come me ha avuto modo di stare a contatto con qualche capra risulta molto strano il significato figurato di it. capra, cioè stupido, sciocco.  Termine usato spesso anche dal grande Sgarbi nei confronti di chi mostra di avere poco giudizio artistico.  Quando ero ragazzo, la mia famiglia, come molte altre ad Aielli, aveva una o più capre, di cui si interessava normalmente un capraio che le conduceva al pascolo al mattino per ricondurle la sera in paese. Io andavo spesso ad attendere che il gregge ritornasse per accompagnare le nostre capre alla stalla dove le facevo entrare per evitare che, lasciate sole, se ne andassero in un posto roccioso ed impervio delle vicinanze da dove era poi difficoltoso farle scendere, soprattutto con il cadere della notte. Esse erano animali consapevoli dei pericoli cui potevano andare incontro se fossero rimaste a bighellonare nelle zone di facile accesso e pertanto si preparavano a trascorrere la notte su quelle rocce impervie dove eventuali predatori non potevano arrampicarsi.  Io le ricordo sornioni con i loro sguardi indecifrabili, con la loro vivacità ed agilità, in specie  i capretti che spiccavano salti enormi.  In effetti gli zoologi sanno benissimo che le capre sono animali intelligenti tanto e più dei cani,dei gatti e pet vari. 

  Quanto al puzzo loro attribuito non ricordo in verità di averlo mai avvertito come del resto avveniva col maiale il quale, dopo aver divorato in qualche minuto il pasto che spesso gli portavo su incarico di mia madre, amava allungarsi per terra, sazio e soddisfatto, se solo gli grattavo la schiena. Allora, tornando alla perplessità iniziale, come mai la capra è in certo senso, nel linguaggio comune, sinonimo di stupidità e sporcizia?

   Quello che puzzava era forse il caprone, che ad Aielli era chiamato zurrë , nome che indicava anche i capelli disordinati e sporchi di una persona.  Veramente di zurrë se ne vedevano pochissimi: qualcuno doveva pure tenerlo per la riproduzione della specie, ma non ricordo come i contadini avevano risolto questo problema. Sta di fatto che ne circolava solo qualcuno.  Il caprone aveva peli lunghi, più lunghi di quelli delle capre, che non gli venivano mai tosati o lavati e per questo doveva emanare qualche cattivo odore in aggiunta a quello secreto da alcune ghiandole disposte intorno alle corna, odore che pare servisse di attrazione per le femmine. 

    Sembra strano, ma l’idea negativa circa l’intelligenza e l’odore delle capre è, a mio parere, soprattutto il prodotto di incroci della parola capra, capro con alcune radici che ne favorirono la fama poco lusinghiera di animali sciocchi e puzzolenti.  Certo un gregge di capre, le quali non venivano mai tosate come le pecore, doveva risultare un po’ meno gradevole al naso, rispetto ad un gregge di pecore che pure non era inodore.  Ma le singole capre, con cui generalmente i contadini avevano a che fare, non erano affatto puzzolenti pur non essendo modelli di igiene.

  In osco-umbro esisteva una forma kubru ‘capro’ corrispondente al lat. capr-u(m) ‘capro’.  E’ quindi verosimile pensare che questa forma kubru si sia incrociata, già prima che arrivasse in Italia,  con il noto termine greco kόpr-os ‘sterco, escrementi, sudiciume, letame’, incrocio che dovette essere fatale per la nomea dell’animale, soprattutto per il maschio, che già di suo magari non era un modello di pulizia.  Da allora in poi si verificò che la sua puzza la si sentisse già solo pronunciando il suo nome.  E un animale maleodorante, con in più un nome in apparenza scatologico, poteva diventare, con facile trapasso di significato, un essere spregevole e sciocco: la stessa cosa è successa anche all’it. stronzo, insulto affibbiato ad un uomo spregevole di scarso comprendonio. Il termine risale al longob. strunz ‘sterco’.

   Io penso, inoltre, che nell’italiano l’equivalenza capra=stupidità abbia attecchito in special modo in ambienti cittadini lontani dal contatto diretto con questi animali.  In effetti nel mio dialetto di Aielli-Aq il termine non veniva impiegato mai in questo senso. La voce crapa (masch. crapόnë) veniva talora appioppata offensivamente ad una donna o uomo scarmigliato o trasandato, ma senza un riferimento chiaro e preciso al suo scarso comprendonio.  Nell’immaginario comune infatti una capra non coincideva affatto con l’idea di “stupidità”, se non nella misura in cui ogni animale è inferiore all’uomo dal punto di vista razionale.

   Ora, l’antichissimo termine capro, capra si è incrociato con altri simili, omofoni o quasi.  Cerco di individuarne qualcuno.  Nel mio dialetto si usava talora l’agg. crap-ìnë < lat. capr-in-u(m) ‘caprino, di capra (senza valori figurati)’.  L’aiellese crap-ìnë valeva invece ‘magro, magrissimo, secco’ e si diceva di chi, magari nel corso degli anni, non  aveva mostrato nessuna tendenza a mettere su chili: un magro assodato e inveterato, insomma.  Che la radice di questo aggettivo non avesse nulla da spartire con quella di capra lo dimostra proprio il suo significato, diverso da quello dell’italiano, il quale ultimo fa in genere riferimento all’animale in quanto tale.   La capra d’altronde ha un corpo piuttosto tozzo che si presterebbe, semmai, ad indicare il contrario, un uomo tarchiato, atticciato, nonostante la sua carne, come quella di pollo, sia la più magra di tutte, quasi senza depositi di grasso intramuscolare. Ma questo non significa che non potesse contemporaneamente circolare una radice omofona del nome dell’animale, da esso del tutto indipendente ed estranea, col valore di ‘magro, secco’. D’altronde una cosa è la magrezza della carne di un animale, e un’altra è l’esilità di un animale che nel caso della capra, tozza nella figura, era del tutto assente. L’espressione italiana carne caprina, insomma, non indica per forza una carne magra ma semplicemente la carne di quell’animale chiamato capra, indipendentemente dalle sue qualità.  Il problema si risolve, dunque, facilmente se si tiene presente la radice dell’aggett. gr. kapyr-όs ‘seccato all’aria o al sole, adusto, secco’.  I suoi significati greci non contemplano specificatamente quello di ‘magro’, anche se ognuno può vedere che in altro contesto ed in altra lingua, come il dialetto aiellese, quella medesima radice poteva mostrarlo del tutto naturalmente.   Il significato di ‘molto magro’ rispunta nel dialetto lucano di Gallicchio-Pt.[1] dove la voce cràp-iië significa ‘capro’ e, figuratamente, ‘uomo molto magro’, nozione che ritorna nella voce femm. crapë ‘capra’ ma anche ‘donna molto magra’. Qui il significato figurato del termine risente dell’influsso del suddetto gr. kapyr-όs ‘secco, adusto, ecc.’ mentre nell’insulto capra ‘donna scarmigliata’ del dialetto di Aielli-Aq io vedrei l’influsso di lat. cap-ill-u(m) ‘capello’: si pensi al lat. cap-ell-a(m) ‘capretta’, ma molto spesso semplicemente ‘capra’.  Del resto in latino si ha anche il termine capr-on-as ‘capelli che scendono sulla fronte’.

  Da questi fatti si può trarre un’altra osservazione linguistica importante, e cioè che quasi sempre i cosiddetti significati figurati delle parole erano, all’origine, significati propri, non apparentati a quelli delle parole a cui sembrano fare riferimento, figurativamente, nell’ultimo strato linguistico, a noi più vicino.

   La radice dell’aggettivo gr. kap-yr-όs ‘seccato, adusto, secco’  viene messa in rapporto con quella di gr. kap-nόs ‘fumo, vapore’, gr. kapý-ein ‘esalare’ e la cosa è secondo me molto interessante perché permette di valutare in modo sorprendente il lat. capr-um, nel significato specifico di ‘puzzo del sudore sotto le  ascelle’ in Catullo e Ovidio.   Anche in questo caso è moltissimo probabile che il significato non sia dovuto alla parola latina per ‘capro’ ma alla radice per ‘esalazione’, molto adatta ad esprimere il concetto di “odore, puzzo” i quali non sono , in effetti, che delle emanazioni. Ma non basta.  Questa parola per ‘emanazione, puzzo’ dovette necessariamente incrociarsi con altra radice per ‘ascella’, avendo ristretto il suo significato generico a quel tipo  particolare  di puzzo.

    Ora il termine ascella dal lat. ax-ill-a(m) ‘ascella’  è, come dice il nome, un’articolazione che forma anche una cavità.  Il vocabolo it. capr-uggine ‘intaccatura delle doghe di una botte o altro recipiente di legno, entro la quale si commettono ad incastro i fondi delle botti’: un termine che esprime un concetto proprio simile a quello di “ascella” e che contemporaneamente significa ‘cavità’ (intaccatura) e ‘connessione, giuntura, articolazione’ (commessura, incastro).  In dialetto abruzzese la capruggine è detta capërnatùra[2], voce che a mio avviso va suddivisa in cap-erna-tura in cui i membri cap-erna-  rimandano ad un possibilissimo verbo *cap-ern-are ‘scavare, intaccare (per la commettitura)’ variante del lat. cav-ern-are ‘incavare’. Del resto la radice si ritrova nel verbo lat. cap-er-are ‘corrugare, aggrottare’  ma anche nel fr. hav-re ‘porto, insenatura’, ingl. hav-en ‘rifugio, porto’, ted. Haf-en ‘porto, pentola’. L’idea di “commettitura, connessione, composizione, giuntura, articolazione” della radice ricompare nell’it. capra nel significato di cavalletto e di diversi altri strumenti composti di due o più elementi in genere di legno e nell’it. capri-ata.  Anche il lat. capre-ol-u(m) ’capriolo’  indicava un cavalletto composto di tre travicelli. 
   Che  belle scoperte!
 
  

  



 



[2] Cfr. D.Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla Editore, Cerchio-Aq,  2004.

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