domenica 28 giugno 2009

In bocca al lupo! crepi!



    Il diffusissimo augurio In bocca al lupo! crepi! proveniente dal mondo dei cacciatori credo che debba essere spiegato diversamente da come normalmente avviene, anche se esso sembra adattarsi bene ad indicare una situazione di estrema difficoltà da cui il cacciatore saprà cavarsi, come è espresso dal perentorio “crepi!” il quale, però, suona un po’ vago perché non ci dice in conseguenza di che cosa (una fucilata?) il lupo debba crepare. Se si suppone che il detto abbia un’origine ben antecedente all’epoca dell’invenzione della polvere da sparo, come è molto verosimile, allora bisognerebbe pensare più che a una fucilata ad una frecciata o qualche altro termine che rispecchi le modalità di caccia di epoche remote, anche preistoriche.

    In effetti io penserei ai lacci con cui si catturavano uccelli e altri animali, sistemati in posti dove essi erano soliti trovarsi o passare. L’espressione simile (oggi poco usata) andare in bocca al lupo, trova infatti un esatto corrispondente nel francese donner dans le panneau (dare nel laccio). Ma la bocca del lupo che cosa starebbe lì a rappresentare? Secondo me essa, in tempi lontanissimi, stava ad indicare proprio il nodo scorsoio formato dal laccio usato dal cacciatore, se è vero che in italiano esiste ancora il termine marinaresco bocca di lupo ‘tipo di nodo scorsoio’. In tutte queste espressioni il lupo non sarebbe altro che il paravento di un termine antichissimo per ‘nodo scorsoio, cappio’ apparentato con l’ingl. loop ‘cappio’. Allora acqisterebbe tutto il suo luminoso valore il “crepi!” in questione riferito al laccio che il cacciatore si augura che 'si spezzi', uno dei significati del lat. crepare. Il laccio inoltre poteva essere formato di strisce di pelle, di spaghi più o meno consistenti e, nella notte dei tempi, di materiale vegetale come steli di grano, ramoscelli flessibili, ecc. 
    Magari nella notte dei tempi, prima che l'espressione acquisisse la stringatezza attuale, quallcuno poteva avvertire  il cacciatore di non andare a finire in bocca al lupo nel senso suddetto di non rimanere intrappolato, al posto della selvaggina, in qualche insidia tesa da altro cacciatore.  In questo caso il cacciatore si augura che il laccio si spezzi, come tante volte sarà successo anche per l selvaggina che riusciva così a filarsela via. 
    A mio parere non si tratta di frasi così dette antifrastiche che indicherebbero il contrario di quello che affermano ma espressioni che provengono da strati linguistici preistorici e che pertanto vanno soggette, attraverso incroci di termini, a tali stravolgimenti di significati, i quali  ci costringono a escogitare la soluzione antifrastica.

    Io sono convinto che anche l'ingl. break a leg 'rompiti una gamba' (ma che si usa nel senso di 'in bocca al lupo') inizialmente faceva riferimento ad un cappio, un legaccio espresso con un sostantivo della famiglia di lat. liga-men 'legame, benda, fascia'.   Infatti nel basso medio tedesco si incontra lik 'benda, legame', nel medio alto tedesco ge-leich vale 'giuntura, arto, membro' : allora era fatale che una radice del genere si confondesse con quella dell'ing. leg 'gamba', modificando così l'originario significato dell'espressione che era quello di 'rompi, spezza il cappio' in quello di 'spezzati una gamba'.  La forza dell tradizione è tale che una frase continua ad essere usata in certe occasioni e per un certo fine, anche se per caso strada facendo il significato letterale dovesse cambiare direzione. 

sabato 27 giugno 2009

Riflessioni sulla natura del concetto

  Mi sembra che la mia concezione della genericità dei significati di fondo delle parole sia in qualche modo sostenibile anche attraverso quello che pare rivelarsi come un errore di ragionamento fatto dalla filosofia a partire dai Greci, circa la natura del concetto o idea , la quale, secondo l’empirista Locke, sarebbe il derivato dell’esperienza che offrirebbe all’intelletto, inizialmente una tabula rasa, i dati sensoriali provenienti dalle cose, molteplici e diverse. Si sostiene, insomma, seguendo la stessa linea logica di Socrate, che vedendo molti cavalli particolari la mente astrae dai dati prodotti dalla sensazione quello che di comune essi hanno e forma l' idea o il concetto di cavallo, la "cavallinità", la quale però, secondo Locke, è semplicemente un’astrazione della nostra mente, non ha consistenza di verità metafisica e non spicca il volo verso nessun iperuranio. Ma a me pare che non si potrebbero conoscere i cavalli singoli e particolari senza avere già bella e pronta nella mente proprio l’idea di cavallo in generale. Come si può stabilire che questo è un albero di noce, diverso dal ciliegio, pioppo, ecc. se prima non si ha nella mente l’idea generale di albero? Mi pare che, senza di essa, non si potrebbe nemmeno riconoscere alcunchè come albero. Si potrebbe obbiettare che quello che l’uomo onomaturgo vide, in prima istanza, non erano degli alberi bensì delle cose o cosi: ma si tratterebbe sempre di un’idea, anzi di un’idea rivelatrice, per la sua estrema genericità, della effettiva situazione in cui l’uomo si trovò all’inizio dello sviluppo del linguaggio, situazione simile a quella in cui ci ritroviamo quando, dimenticando i termini delle cose e delle azioni, adoperiamo il sostantivo coso e il verbo cosare.

    Quindi questa idea di albero non possiamo averla derivata dalla molteplicità delle specie arboree, come anche l’idea di noce non possiamo averla derivata dalla molteplicità dei noci singoli, individuali, perché nel preciso istante in cui affermo che questo noce è simile ma non uguale, nelle foglie, nel tronco, ecc. all’altro, io faccio un uso preventivo e abusivo della parola noce, generica rispetto ai vari rappresentanti della nocità ma, quello che più conta, anche antecedente, appunto, ai vari noci particolari dai quali invece avrei dovuto estrarla. Sarebbe cosa più logica e vera se dicessi che, nel momento in cui colgo la somiglianza dei vari individui di una stessa specie ancora da nominare, io non posso non usare il vocabolo generico albero, immediatamente sovraordinato a quello della specie ancora senza nome, o magari anche il termine genericissimo coso il cui significato è molto probabile che stia anche sotto a quello che a noi ora sembra appositamente creato per quella specie e non altra, aiutati in questo dalla intervenuta opacità etimologica dei termini usati.

   Non si può, d’altronde, assolutamente supporre che l’uomo preistorico abbia effettivamente passato un bel giorno in rassegna le varie specie arboree e animali e abbia coniato seduta stante per ciascuna, basandosi sui suoi tratti caratteristici (ma potrebbero sorgere delle incresciose disparità di vedute tra gli uomini nell’individuare questi tratti) , il suo bel nome nuovo di zecca! E’ molto più naturale supporre, come molti casi nelle varie lingue ci aiutano a sostenere, che vi sia stata una specializzazione di significato, nelle parole coinvolte, dal generale al particolare nel corso del tempo. Questo, oltretutto, sarebbe l’unico modo per sottrarsi all’ingrato compito di scegliere, per ogni cosa o idea da nominare, il corrispettivo termine specifico, e risolverebbe quel senso di sconcerto o mistero che promana a mio parere dalla cosiddetta arbitrarietà del segno linguistico, la quale per definizione, appunto, non ci dà nessuna indicazione sul perché un significante si ritrovi legato insieme ad un significato particolare nell’unità della parola. Il problema, che sembrerebbe irrisolvibile, trova invece in questo modo una soluzione, venendo ogni segno ad essere motivato da quell’unico significato generico di fondo, uguale per tutti. D’accordo, ciò in pratica equivale quasi a dire che ogni segno è arbitrario, potendosi scegliere allo stesso modo per ogni concetto da esprimere qualsiasi significante, ma la motivazione connessa dà all’uomo onomaturgo il grosso vantaggio di poter colmare agevolmente quello che altrimenti sarebbe un gap imbarazzante e quasi insormontabile tra un significante e un significato tra sé perfettamente estranei e completamente scollegati , in ogni atto di nominazione. Ciò costituirebbe, oltretutto, una netta violazione del principio del naturalista Linneo secondo cui Natura non facit saltus. Allora donde potrebbero scaturire questi concetti generali se è vero che essi sono antecedenti ai singoli e innumerevoli individui? Io debbo, alla luce di queste considerazioni e di un sano realismo, dedurre che le idee generiche di cavallo, cane, gatto, ecc., non potendo derivare dalle idee dei singoli cavalli, cani e gatti, i quali, prima che venissero in qualche modo distinti dagli altri innumeri appartenenti al regno animale dovevano perlomeno rientrare nella categoria generica di ‘animale’, scaturiscono proprio da quella più generica ed antecedente di animale, e che le idee di pioppo, ciliegio, noce, ecc. discendono da quella più generica ed antecedente di albero, vegetale e così via per tutte le altre classificazioni anche del regno minerale.

   E questo è stato possibile perché probabilmente, nelle fasi iniziali dell’attività linguistica, le comunità di parlanti, anche le più piccole, hanno creato e diffuso un numero alto di nomi di ‘esseri viventi’ i quali sono poi stati usati via via , in un processo di scambi reciproci e di incroci vari, ad indicare spessissimo solo delle classi specifiche di piante e di animali, caricandosi di significati più particolari. Del resto esistono diversi casi, come più su accennavo, in cui la parola per ‘animale’ è passata ad indicare un ‘animale particolare’ , come il deer ‘cervo’ inglese che in altre lingue germaniche significa ‘animale’. Il greco drys significa sia ‘albero’ che ‘quercia’, cogliendo il processo, per così dire, in fieri. Un amico mi diceva che a Pero dei Santi-Aq, un paesino della Valle Roveto, la parola albero indica l’ 'olmo'. Se si invertissero le parti e la lingua di questo paesino appartenesse ad una comunità vasta ed importante come quella latina e quest’ultima appartenesse ad una minuscola comunità , saremmo di conseguenza portati a dire che il termine latino arbor, col suo significato generico, è un tipico esempio del fenomeno di ampliamento del significato rispetto allo stesso nome usato a Pero dei Santi col significato specifico di 'olmo', trascinati dalla subdola convinzione che la lingua latina, nel caso supposto, appartenendo ad una minuscola comunità, dovesse essere per forza in una condizione di subalternità e posteriorità rispetto all’altra, molto più ampia ed importante: il che sarebbe una palese falsità, perché il ragionamento non tiene conto del fatto che nei tempi più remoti della preistoria i rapporti di forza tra il latino e la lingua di Pero dei Santi potevano essere completamente diversi da quelli supposti nell’esempio. Non è certo che la parola arbor sia passata dall’una all’altra lingua: potrebbero ambedue le lingue averla ereditata da una lingua precedente in cui essa probabilmente aveva il significato generico di albero come in latino. Resterebbero così in fondo a tutte le parole le poche idee generiche di 'animale, vegetale, cosa' che trovano, nonostante l’inerzia della parola ‘cosa’, un comune denominatore nel concetto di anima, concetto conforme alla mentalità primitiva. Ancora Seneca afferma che arbusta animam habent, nec sunt animalia : la correzione è dovuta solo al fatto che ai tempi di Seneca l’uomo aveva già operato la distinzione , nel linguaggio, tra piante e esseri animati, senza comunque aver attuato completamente quella tra uomo e animale. L’idea di anima coincide con quella di essere vivente, vita, e essere tout court, la quale ultima è un’idea indefinibile, a detta dei filosofi, in quanto ha la massima estensione e la minima intensione, cioè appartiene a tutti gli enti senza indicare le connotazioni di nessuno. Ed è la prima, naturale, inevitabile idea che la coscienza dell’uomo si trova davanti, quando riconosce l’esistenza delle cose (animali, piante e altro), nel momento in cui essa, uscendo dalla condizione animale, si illumina e riflette sulla realtà circostante. Io poi non credo, come d’altronde fortemente ci indica la stessa universalità dei concetti che si applicano non ad individui particolari ma a tutti gli individui, l’uno diverso dall’altro, d’una stessa classe, che le etimologie dei nomi debbano condurre ad aspetti secondari delle cose nominate, come sarebbero le corna rispetto ai cervi (il lat. cervus viene ricondotto all’idea di ‘corno’, ma così facendo, oltretutto, si decide arbitrariamente di non considerare la metà femminile della specie che non possiede corna), o la caratteristica di una coda mobile per l’uccello chiamato in dialetto cuterenzìnzela (cfr. l’articolo La ‘cotanzìnzera’ di Castellafiume e la ‘cuterenzìnzela’ di Aielli ) oppure, nello stesso articolo, il presunto luogo frequentato dal pipistrello, animale chiamato in alcuni dialetti sopre-ppinghe ‘sopra-tegole’ e in altri spara-pingule, come se esso si divertisse addirittura a lanciare (spara-) cocci (-pingule), ma credo che esse si riferiscano proprio alla qualità basilare e generica degli enti indicati, che nel caso degli animali è la loro animalità. Infatti lo spara-pìngule nel dialetto di Cerchio-Aq diventa sparv-ìngule e fa intravedere una sua possibile somiglianza con sparviere. Kant introduce i principi a priori i quali organizzerebbero i dati più o meno ciechi provenienti dall’esperienza sensibile. Ma oggi è chiaro che questo a priori, se è tale per il singolo individuo, non può esserlo più dal punto di vista filogenetico, se si tiene presente cioè tutto il percorso che la nostra mente ha compiuto nel corso dell’evoluzione, elaborando man mano dall’esperienza quei meccanismi che presiedono alle funzioni vegetative e a quelle razionali riguardanti il suo modo di guardare e nominare le cose del mondo.

   E’ incontrovertibile il fatto che tutte le parole di tutte le lingue indicano gruppi o classi di individui, e non i singoli individui a cui pure si applicano. Se pertanto fossi costretto anche solo a scommettere sulla loro origine da concetti generalissimi come quelli di vita, forza, essere, spinta oppure da concetti più o meno particolari rispondenti alle singole e svariatissime classi e sottoclassi di animali, oggetti ed altro esistenti nel mondo, non c’è dubbio che, nella scelta, darei un gran peso alla caratteristica incontrovertibile, appunto, di tutte le parole: la loro costante vocazione al generale, all’universale, che deve essere allora il fedele specchio di una loro natura profonda che sale su fin dalle loro più antiche radici e che non può essere completamente oscurata dalla cangiante cosmesi dei significati superficiali, sia pure utili alla comunicazione stessa e alla distinzione della varietà del reale. E considererei i casi di specializzazioni o riduzioni di significato che inevitabilmente una lingua ci presenta, in parte generati dalla necessità di dover riferirsi a sottoclassi via via più ristrette, in parte causati dai numerosissimi incontri, incroci e sovrapposizioni di vocaboli simili, nel frattempo specializzatisi anch’essi, che, nella lunga storia delle lingue, si sono inevitabilmente verificati come tanti incidenti di percorso e che sembrerebbero deporre a favore di una lingua nata con la vocazione del particolare e non del generale, come nel caso dei significati particolari assunti da uno dei termini dialettali per ‘pipistrello’, di cui ho parlato più sopra, significati che svolgono proprio la funzione di paravento rispetto a quello che secondo me è il significato originario soggiacente a tutti gli altri che il vocabolo coinvolto può aver attratto in superficie, cioè quello di ‘volatile, uccello’ oppure, ancora più in fondo, quello di ‘animale, essere vivente’.

Etimo di emiliano gat, gatein 'amento'

Emiliano gat o gatein ‘amento’(detto anche in italiano gatto, gattino), infiorescenza pendula di alcuni alberi come il gattice , l’ontano, ecc.

La credenza comune e la scienza dei linguisti riportano l’etimo al fatto che l’infiorescenza assomiglierebbe alla morbida coda dei “gatti” e così mettono, secondo me, una pietra tombale sopra la questione che meriterebbe maggiore attenzione, come avviene in tanti casi simili. La realtà è abbastanza curiosa. In effetti ho potuto constatare che i nomi degli insetti, degli animali, delle piante e delle loro infiorescenze (ma in fondo tutti i nomi) tendono, appena possono, a sviare l’attenzione dell’osservatore verso quel qualcosa che il nome stesso, sulla superficie dello strato linguistico in cui si trova a vivere, sembra indicare, e magari anche in modo appropriato, come se volesse giustificare così la sua presenza e rendersi cordiale, alla mano, del tutto trasparente. Ma la maggior parte delle volte questa identità di superficie è solo il risultato di un incrocio provvidenziale che, come dicevo, permette al termine, che altrimenti rimarrebbe probabilmente avvolto nella nebbia dell’ oscurità etimologica, di sbandierare ai quattro venti la sua identità, compreso il presunto tratto etimologico, facendosi così riconoscere come appartenente alla nostra identità linguistica senza alcuna ombra di dubbio. Eh! le parole hanno spesso gli stessi problemi umani di chi, provenendo da etnie lontane, dura fatica a proporsi come ‘diverso’ e magari cerca di superare l’ostacolo adottattando i costumi e il modo di comportarsi del popolo in mezzo a cui deve vivere. Fuor di metafora, però, è il parlante, e non la parola, a volerla attrarre nella sfera delle sue cognizioni sicure.
In questi casi, per addivenire all’etimo vero, nascosto sotto quello apparente, ci può illuminare il paragone con termini della stessa famiglia lessicale che però, in contesti linguistici diversi, indicano qualcosa di simile eppure diverso. E’ questo il caso del dialettale (lunigianese) gat-èlo ‘tralcio della vite’ che richiama, sia nella radice sia nel significato, l’emiliano gat, gat-ein solo che esso rimanda non all'idea di 'gatto' ma a quella di 'cane, cagnolino'(cfr. lat. catulus, catellus 'cagnolino'). Allora si deve dedurre che il significato sotterraneo della radice gat non doveva alludere a qualcosa di specifico, e probabilmente nemmeno ad animali particolari, ma a qualcosa di più generico come ‘rampollo, ramo, escrescenza, punta’. Pensare ad uno slittamento di significato da uno già specializzato ad un altro, come fanno generalmente i linguisti, qui mi pare impossibile data la sostanziale estraneità reciproca dei significati specifici coinvolti ( infiorescenza a coda di gatto da una parte, tralcio della vite dall'altra). E ancora più impossibile sarebbe tentare, con quel metodo, di conciliare il termine anche con un altro significato che esso assume nelle Marche, ad Arcevia (catiéllo), dove indica ‘qualsiasi seme d’erba difeso da aculei o filamenti’[1]. E qui cade a fagiolo il nostro marsicano catéjjë ‘seme di lappa o lappola’ con le sue spine uncinate per attaccarsi ai vestiti e al vello degli animali, una perfetta trovata della Natura per assicurarne la propagazione. Ma le parole hanno una irriducibile vocazione cosmopolita : il cadillo ‘lappa’ lo si ritrova anche nello spagnolo. Ma dirò di più: sotto le spoglie di un pauroso “lupo” lo ritroviamo nell’emiliano lov, lov-ein, nel significato appunto di ‘lappa’, parola che a mio avviso è semplice variante di ‘’lupo’’ il quale, quindi, come animale, non ha nulla a che fare col seme, come vuole invece Riccardo Bertani, famoso poliglotta contadino dell’ Emilia insieme probabilmente alla maggior parte dei linguisti, fuorviati dalle ‘’grinfie sanguinarie’’(come dice Bertani) dell’animale le quali richiamerebbero gli uncini del seme[2].
L’etimo di gat-èlo e delle sue varianti riporta al lat. catellus che a sua volta è diminutivo di lat. cat-ulus ‘cagnolino, cucciolo di ogni animale, cane adulto’. Il termine, più che al ‘cane’, sembra però alludere alla stessa radice di tardo lat. catt-us ‘gatto’ la quale, evidentemente, aveva all’origine il significato generico di ‘animale’. Anche catulus ha originato il dialettale cacchio ‘ramoscello’ attraverso la trafila catulus>catlus>caclu>cacchio. Ma quello che i linguisti mi pare non spieghino è come sia stato possibile semanticamente un simile passaggio da ‘cagnolino’ a ‘ramoscello’. La spiegazione, a mio avviso, non può essere quella che ricorre alla metafora che partendo dal ‘cagnolino’ assimila ad esso il ‘ramoscello’. In realtà il fenomeno è molto più profondo e ci porta molto probabilmente alla preistoria . Non bisogna affatto pensare che, siccome l’attestazione della uguaglianza cagnolino=ramoscello non risale al di là del tardo latino, noi siamo costretti a fermarci a quella data. E’ il meccanismo interno ad ogni radice, come l’abbiamo sopra analizzato, che ci fa capire che il significato di ‘cagnolino’ attinge esso stesso a quello più generico di ‘rampollo, pollone’ come di qualcosa che ‘nasce, vive e vegeta’. Sono in effetti molti i casi che lo fanno sospettare come gr. móschos ‘ramo, rampollo, giovane uomo o animale, vitello, rondinino’, gr. blástēma ‘pollone, prole (di animali e uomini)’, lat. pullus ‘pollone,germoglio, giovane animale, puledro, pulcino, ecc.’. ingl. scion ‘pollone, prole’, ingl. offspring ‘pollone, prole’, ted. Sprössling ‘pollone, figlio’, franc. rejeton ‘pollone, prole, discendente’.
Che il latino debba servire di parametro assoluto e prioritario quando si tratta di definire l’origine e la semantica dei termini, è ormai messo in dubbio, anzi negato, da linguisti famosi come Mario Alinei, anche se la stragrande maggioranza degli altri non sembra disposta a seguirlo. Ma è del tutto naturale pensare che esista una preistoria del latino, del tempo in cui esso era solo una delle tante parlate della penisola italiana che avrà dato e preso da esse e che probabilmente avrà vagato qua e là, quando era in formazione, in varie regioni almeno per qualche tempo. Ed è altrettanto naturale pensare che esso presentasse una serie notevole di varietà dialettali al suo interno, prima che si arrivasse al Latino classico, varietà che quindi vivevano da millenni e che sono riapparse, come pensa l’Alinei, nelle varietà che hanno dato origine alle lingue romanze, le quali, quindi, presenterebbero alcune caratteristiche e alcuni tratti anteriori a quelli del Latino classico. A questo punto mi pare certo che né ‘gatti’ né ‘lupi’ né altri animali potranno più tormentare le nostre veglie di ricercatori che faremmo bene perciò a puntare dritti e imperterriti verso quel significato di fondo di ogni parola, che ama andare sempre più a fondo, tanto da convergere verso quello di tutte le altre parole. Non per nulla la stessa radice gat ha dato origine al nome del pioppo noto come gattice e, a mio avviso, non perché esso produce i gat , le infiorescenze di cui sopra, ma perché è esso stesso, nel fondo, una ‘escrescenza, rampollo, albero’. Naturalmente la coincidenza della radice ha legato per l’eternità la vita e il destino dell’albero e della sua infiorescenza. Si incontra, però, anche il nome dell’arbusto noto volgarmente come cat oppure ciat (catha edulis,dall’arabo qāt) il quale, non avendo a che fare in nessun modo con i "gatti", dovrebbe farci capire che il legame tra il gattice e le sue infiorescenze quasi sicuramente non dura –ahimè!-, per speciale mutua passione, a partire dall’inizio della loro vita.
In conclusione debbo dire che mi pare abbastanza chiara e stupefacente la somiglianza tra il modo di operare della Natura nell’evoluzione degli organismi del regno vegetale ed animale, i quali sono da essa plasmati in modo tale da adattarli, attraverso una lenta trasformazione, alle diverse esigenze ambientali fino a farne magari degli specialisti di nicchia, e quello della Lingua che fa sì che una parola si adatti, di volta in volta, al suo ambiente naturale rappresentato dal tessuto connettivo delle altre parole con cui convive, fino al punto di far sviluppare in essa anche una strategia mimetica che ne nasconda, spesso alla perfezione, le caratteristiche e i significati d’origine al fine di farla vivere il più armoniosamente possibile, senza stonature stridenti, nel concerto di cui si trova a far parte. E tutto ciò è stato possibile grazie alla totale elasticità o plasmabilità (pari a quella delle cellule staminali) dei significati originari delle radici, la quale, producendo un numero elevato di omofoni, ha permesso il facile inserimento di una parola con un determinato significato storico dentro le vesti di un'altra con significato diverso, ma più rispondente alle caratteristiche ed esigenze del sistema linguistico in quel momento operante: perchè se ad esempio cadesse in desuetudine il termine "gatto(animale)" nella lingua italiana (cosa del resto possibile e normale, se si tiene presente l'immenso lasso di tempo riservato alla vita delle lingue) tutto il gioco che esso ora intrattiene con le controparti dialettali omofone, che sono entrate surrettiziamente nella sua orbita semantica, verrebbe a dissolversi, favorendo così molto probabilmente la loro caduta dall'uso, sotto la spinta di nuovi termini omosemantici che siano però più simili, nella veste esteriore (significante), al nuovo termine per 'gatto' subentrato all'antico.



[1] Cortellazzo- Marcato I Dialetti Italiani, UTET, Torino, 1998, p.217.

[2] Riccardo Bertani, Ideologia anziché etimologia, Notiziario A:N:P:I:, dicmbre 2007, Reggio Emilia.

venerdì 26 giugno 2009

Emiliano sizora 'forfecchia' e abruzzese angisela 'forfecchia'

Lettera a Riccardo Bertani , linguista contadino Aielli 31/03/08

Caro Bertani, Le sto scrivendo questa lettera per proporLe la mia interpretazione del termine campeginese sizora ’forfecchia, forficula’< lat. cisoria. Sono indotto a questo non certamente per fare sfoggio della mia bravura o per accanirmi contro il suo punto di vista anche relativamente a questo termine come per quelli da me già analizzati nella lettera precedente, ma con l’unico scopo di fare emergere quella che a me pare la ‘‘verità’’ senza aggettivi. Le sarei pertanto molto grato se mi facesse sapere ugualmente il suo punto di vista, anche se dovesse essere ancora diverso dal mio. Dalle nostre parti l’insetto in questione è noto come an-gìsëla, termine che, sin da quando lo appresi da bambino, ha sempre richiamato alla mia mente l’altro termine angìnë ‘uncino’ per la somiglianza ‘metaforica’ di questo oggetto ai due cerci dell’animaletto. Ora, è successo che il suono originario del vostro nome dell’insetto, simile a quello della seconda costituente (-gisëla) del nostro nome, mi ha fatto capire che tra i due deve esserci stato in passato più che un incontro casuale. La costituente –gisëla in realtà dovette all’inizio partire proprio da una forma cis-òra (lat. cis-oria ’cesoie’) da cui deriva anche il vostro nome. E questo perché il termine, diventato evidentemente opaco (cioè ‘oscuro’ quanto all’etimo) per il comune parlante, come è attestato dal fatto che da noi attualmente l’unico termine dialettale corrispondente a 'cesoie' è forbëcë ‘forbice/i’, era in cerca di un’altra motivazione che ne giustificasse il nome (eh! il desiderio tutto umano di conoscere i propri natali si ritrova tal quale nel comportamento delle parole!). Inizialmente deve esserci stato un incrocio con le forme latine *an-cidere 'uccidere', in-cile ' canale di scarico' che avrà prodotto una forma an-cisòra e successivamente si è avuto l'incrocio col suddetto angìne 'uncino' con la ritrazione dell'accento tonico dalla sede di cisòra a quella di angìne. La sonorizzazione della -c- preceduta da -n- è normale nell’abruzzese e si ritrova in tanti altri termini; la parte finale -ëla è dovuta all’allineamento del termine con quelli che finiscono in quel modo come rénn-ëla ‘rondine’, cràst-ëla ‘tipo di uccello’, sétëla ‘setola’, ecc. Le sillabe finali non accentate, inoltre, sono spesso soggette a deformazioni come nella serie quatrà-ne, quatrà-le, quatrà-re ‘ragazzo’. . La parola abruzzese ánghë ‘ganascia’, inoltre, era lì pronta a rafforzare il senso di angìsëla, nella direzione di qualcosa che stringe come gli elementi di una tenaglia. Quindi si deve constatare questo fatto importantissimo: quel nome (cisòra) che sembrava trovare la motivazione unica, nel suo dialetto emiliano, nelle ‘forbici’ o ‘cesoie’, poi sembra trovarne un’altra, sempre unica, nel mio dialetto abruzzese, nell' ‘uncino’ o nella ‘ganascia’. Allora si deve con rigore dedurre che questi significati di superficie sono solo specchietti per le allodole che ci ingannano e ci precludono la retta strada per l’interpretazione finale e vera. Va da sè che questi stessi significati hanno dato il via alla credenza così diffusa in Europa della tendenza dell'insetto a penetrare all'interno dell'orecchio per arrivare addirittura a deporre le uova nel cervello. Tanto che in Germania uno dei nomi dell'insetto è Ohr-zwicker 'punzecchiatore dell'orecchio', voce che si è formata, a mio parere, su una precedente simile a quella dell' ingl. ear-wig' forfecchia', letteralmente ’insetto (wig< a.ingl. wicga ’insetto’ ) dell’orecchio’, favorita da una possibile forma dialettale * Ohrs-wig intesa quindi come Ohr-zwick-er; altro nome tedesco è Ohr-wurm, letter. ‘verme dell’orecchio’, significato che punta ugualmente su un “orecchio” che però non c’entra nulla con l’insetto e le sue abitudini e quindi io sono certo che deve trattarsi di rietimologizzazioni di materiale linguistico precedente . Ora, ponendo questa prima componente Ohr- al posto di quella della prima sede di ear-wick, si ottiene il termine *Ohr-wick, il quale assuona meravigliosamente con il lat. (f)or-fic-em ‘forbice’, termine che nella sua forma diminutiva indica in italiano l’insetto in questione. Ma allora anche qui i significati che appaiono in superficie, siccome non combaciano in nulla, non ce la raccontano giusta sull’etimo! che meravigliosa e strana avventura è mai questa!? Io penso di conseguenza che il lat. (f)or-fic-ulam sia stato anch’esso una reinterpretazione di una forma precedente *or-fic-ulam, senza la spirante iniziale, magari aggiunta successivamente per etimologia popolare, la quale veniva per altro ad essere giustificata sia dalla perfetta corrispondenza tra il concetto di ‘forbice’ e la forma dei cerci dell’insetto, sia dalla presenza in latino di termini che mantengono lo stesso significato pur alternando, all’inizio, la spirante f- con l’aspirata h-, la quale ultima poteva anche cadere completamente nella pronuncia popolare (cfr. fariolus/hariolus ‘indovino’; folus/holus ‘legume’; forda/horda ‘gravida’; edus, haedus/fedus ‘capretto’; ecc.). D’altronde i nomi inglese e tedesco insistono, nella prima componente, su una forma priva di spirante rispondente ai rispettivi termini per ‘orecchio’, come similmente avviene per la seconda componente del francese perce-oreille ‘forfecchia, letter. buca-orecchio’, nonché per il nome scientifico forficula auri-cularia. Di conseguenza è molto probabile che anche –ora, seconda componente di cis-ora, non debba essere considerato semplice suffisso della radice cis- (tagliare), ma perfetto sosia proprio delle rispettive componenti inglese, francese e tedesca, le quali però non dovevano inizialmente indicare l’ ‘orecchio’ ma, semmai, l’ ’insetto, l’animaletto’, come del resto tutte le altre componenti. L’anglosassone wicg significa ‘cavallo’: esso, affiancato all’ant. ingl. wicga ‘insetto’, sopra citato, fa capire che il suo significato originario doveva essere quello generico di ‘animale’. Anche la componente cis-, pertanto, doveva avere a che fare inizialmente non col significato di ‘tagliare’ ma con termini dialettali come ces-essa, ces-ena, ces-eno, cis-ato, designanti vari tipi di uccelli. La componente –ora può trovare rispondenze, ad esempio, nel greco or-nis ‘uccello’, ted. Aar ‘aquila’, ecc. Ma forse la seconda componente di sardo cug-urra, cuc-urra 'forfecchia, bruco' è più direttamente coinvolta, se si pensa allo spagnolo cuca 'bruco'. Il francese perce-oreille ha tutta l’aria di una “spiegazione” di un originario cis-ora inteso come ‘taglia-, buca-orecchio’, la cui prima componente tendeva a diventare opaca per il comune parlante francese. Ma potrei sbagliarmi di grosso perchè questi nomi composti sono sempre tautologici. L'altro nome tedesco per 'forfecchia', e cioè Ohr-kneifer 'punzecchiatore dell'orecchio' tenderei a considerarlo, contrariamente alle apparenze, non un doppione dell'altro e ottenuto con l'introduzione del verbo kneifen 'pizzicare', ma un composto tautologico di due costituenti di cui la seconda è in diretto rapporto con il greco knip-s 'sorta di formica, insetto, bruco (della scorza degli alberi)', il quale non è detto che abbia lo stesso etimo del verbo tedesco citato, ma piuttosto quello di 'animale'. E uno dei luoghi preferiti dalla nostra forfecchia è proprio l'interno della corteccia.
Caro Bertani, io debbo ringraziarLa perché , facendomi conoscere il termine sizora del suo dialetto, ha provocato tutto il precedente ragionamento che mi ha portato a capire quello che, secondo me, è il vero etimo del nostrano angìsëla 'forfecchia' e delle altre parole di cui sopra. L’etimo di ogni termine è tanto più certo e sicuro quanto più numerose sono le parole coinvolte nella interpretazione, tratte magari da lingue e da culture diverse, cosa che garantisce che la soluzione trovata non è monocolore e monoculturale, ristretta cioè ad un punto di vista che, per quanto ragionevole, è pur sempre limitato e manchevole perché fortemente condizionato dagli incroci a cui facilmente il significato di quel termine va incontro nella lingua in cui esso è approdato, dopo un cammino più o meno lungo e vario nella preistoria. Pertanto ogni interpretazione che prescinda da questa concezione della lingua come ricettacolo di vocaboli provenienti dalle più disparate direzioni, portando significati diversi da quelli che possono surrettiziamente assumere nella lingua d’arrivo, è inadeguata, secondo me, a comprendere la natura profonda e cosmopolita delle parole stesse che certissimamente vengono, come Lei sa, da molto molto lontano sia nel tempo che nello spazio, anche se sembrano “nostrane” in superficie. Come si può capire da questo stupendo esempio, l'etimo di ogni parola, non può avere pace fino a quando non va a posarsi in tutta naturalezza sul significato di fondo che indicava direttamente la cosa designata, non lasciandosi ingannare dalle mille trappole metaforiche fatte scattare abbondantemente dagli incroci inevitabili tra le parole lungo la strada che esse percorrono per arrivare fino a noi dalla notte della remota preistoria. La saluto cordialmente in attesa di una gentile risposta
Pietro Maccallini

giovedì 25 giugno 2009

Chicchirichì (toscano)‘gheriglio della noce’ e la falsità delle onomatopee.




   Per interpretare correttamente questa voce, senza lasciarsi travolgere dal vortice di sperticati ed audaci riferimenti metaforici per così dire gallo-centrici, come fanno i linguisti, bisogna prima di tutto considerare che vi sono anche altre voci simili, alla base secondo me del chicchirichì ‘gheriglio’, con significati che col gallo e la sua cresta pare abbiano poco in comune come l’aiellese cécurë ‘foruncolo o tumefazione sulla pelle’, il trasaccano cécalë ‘grumo (di polenta, lievito, di calce)’, aiellese càcalë 'caccola', lat. cicer ‘cece’, lat. cicera ‘cicerchia’ i quali presumono tutti un’idea comune di ‘corpo rotondeggiante, pallottola’ presente anche nell’italiano chicco oltre che, in tutto il suo splendore, nella voce cicerchieta 'anello' del dialetto di Scanno-Aq. Il chicchirichì è inoltre un dolce a forma di cupoletta o ditale ripieno e pertanto anche in questo caso il nome riconferma l’idea di ‘rotondità’. Il mio parente Giuseppe Gualtieri, scrittore e poeta originario di Aielli e vivente negli USA, mi informa che cuchërùzzë, ai bei tempi andati, designava appunto il ‘gheriglio’(cfr. cuca ‘noce’, in alcuni paesi del Veneto, Friuli, Istria), oltre alla ‘cima, vetta, colmo’, significato a me noto e su cui tornerò più sotto. In effetti la voce abruzzese cucurumìë 'gheriglio' ne è una conferma.[1]   Nel dizionario I dialetti italiani[2] il termine in questione viene collegato  alla cresta del gallo la quale sarebbe indicata metaforicamente mediante il verso caratteristico dell’animale. In altri termini il ‘gheriglio’ con la sua conformazione frastagliata assomiglierebbe alla cresta. Eppure nè a me né a tutti i miei familiari ed amici, pur essendo vissuti in un paese dove fino a non molti decenni fa il volatile lo si poteva incontrare un po’ dappertutto, è mai balenata questa corrispondenza perché, in effetti, essa non è così evidente come si supporrebbe. Casomai è da pensare che solo chi si fosse ritrovato nella propria lingua un termine come chicchirichì ‘gheriglio’, non mutuato da quello relativo al verso del gallo ma con un’origine autonoma rispetto ad esso, sarebbe stato indotto per forza di cose a cercare una qualche somiglianza, sia pur vaga, tra le due entità.

   Nel suddetto dizionario si citano anche le voci checchelechècucchërichè ‘gheriglio’ dell’area campana e checchelecchè (esiste anche chichilëchè ‘gheriglio’ dell’area abruzzese[3])  tutte intese come varianti di chicchirichì, voce considerata onomatopeica ma che tale non è, come vedremo. Io sono propenso a credere infatti che le precedenti forme, che presentano la liquida /l/ nella penultima posizione, non debbano essere considerate a tutti i costi deformazioni rispetto alle forme che nella stessa posizione presentano la liquida /r/: me lo suggerisce di primo acchito la voce abruzzese cìcele[4] ‘ciottolo, endice, bisbiglio’ la quale, con i primi due significati si riallaccia a quell’idea di ‘rotondità’ di cui si parlava che, secondo me, è naturalmente alla base anche del concetto di ‘gheriglio’, termine che peraltro rimanda ad un etimo greco col significato di ‘noce’. Il terzo significato di ‘bisbiglio’ richiama le voci aiellesi cëcëlà (arcaico chëchëlà) ‘cinguettare’. Altre voci citate sotto la voce chicchirichì nel dizionario dell’UTET sempre col significato di ‘gheriglio’ sono l’aretino galletto, il ticinese e lombardo settentrionale gal e il calabrese chichili-gaḑḑu in cui, secondo noti linguisti, ci sarebbe stata l’intrusione del gallo a rafforzare il significato di ‘gheriglio’. Io non ci crederei nemmeno se per assurdo fosse vero (senza voler denigrare nessuno) perché sono convinto che il nome del volatile è qui solo la rietimologizzazione di un nome corrispondente all’abruzzese gallë ‘gallozzola, ghianda’[5] e al calabrese gaḑḑa ‘noce del piede’, dal lat. galla ‘noce di galla’.

   Da dove può essere arrivato questo strano cìcëlë ‘ciottolo, endice’? A me pare evidente che esso sia della stessa famiglia del greco kýklos ‘cerchio, sfera, globo, bulbo dell’occhio’ con l’inserimento di una vocale cosiddetta anaptittica tra la /k/ e la /l/, come accade ancora oggi per esempio nella resa dialettale dell’italiano “bicicletta”, la quale diventa nell’idioma di Aielli bëcëchëllétta.  Infatti, a conferma di tutto ciò, recentemente ho scoperto il termine chichil-onë 'pietra grande' del dialetto di Laciano-Ch. Ma non è escluso il fenomeno inverso, cioè che sia stato il greco ad innovare facendo saltare una precedente vocale. Le lingue in genere sono dotate di una sovrabbondanza di forme e nel greco se ne incontrano di simili alla precedente come kóklos ‘conchiglia, chiocciola’, chóchl-ax ‘ ciottolo, pietra da macina’, kókkalos ‘pigna’, simili al ted. Kugel ‘palla, sfera’, tutte richiamanti la solita ‘rotondità’ come il calabrese còccalu ‘cranio, teschio’, abruzzese cuculéttë [6] ‘cavoli cappucci, cavoli a palla’, calabrese cócula ‘glande del pene’, termine quest’ultimo che si incontra in tutta Italia col senso di base di ‘oggetto rotondo’. E non è da credere, viste le varie forme simili del greco o di altre lingue, che esso debba essere formalmente per forza un diminutivo del latino coccum (greco kókkos)‘granello, nocciolo, bacca’, ma che invece sia da ricollegare alla ben nota radice mediterranea o paleoeuropea kukko ‘punta’, significato che come vedremo fra poco richiama quello di ‘protuberanza, rotondità’, come nell’aiellese arcaico cucùlë ‘organo sessuale maschile, pene’. Che le sopraccitate forme per ‘gheriglio’ debbano rientrare nel più vasto concetto di ‘rotondità’ ce lo dice il termine chicchëlëcchè ‘fiore dell’acacia’ (dialetto di Luco dei Marsi), albero con fiori a capolino, riuniti insieme nel ricettacolo a formare una sorta di ‘testa’. Del resto il termine è strutturalmente simile al francese coquelicot ‘papavero’ . Il papavero prende solitamente il nome dalla sua capsula (testa) come nel cerchiese cucuccìjjëchecuccìjjë ‘papavero’, voce che in altri paesi come Aielli indica invece la ‘zucchina’ ed è diminutivo di chëcòccia ‘zucca’. Bellissimo il termine per ‘papavero’ nel dialetto di Collelongo-Aq, e cioè cincëlëc-àstrë . Il suo primo componente richiama la serie precedente con l’inserimento di una /n/ di disturbo tra la prima e la seconda sillaba, mentre il secondo è tal quale il primo componente del diminutivo greco aster-ískos ‘stelletta, asterisco’ ma anche ‘calice del papavero’ in Dioscoride.

   A rigor di termini anche questa visione capo-centrica per i termini del papavero è frutto, secondo me, di una specializzazione del significato originario dei termini che inizialmente avevano un valore più generico di ‘protuberanza, escrescenza, elevazione’ riferibile anche all’intera piantina. La forma chichilëchè potrebbe avere un esatto sosia nell’aggettivo sostantivato greco kyklikón ‘cosa rotonda’.
Nel dialetto di Aielli chìcchëra vale ‘cresta di gallo o di gallina’ ed ha un esatto corrispondente nell’abruzzese chìchërë ‘gheriglio’[7], variante del sopra menzionato aiellese arcaico cuchër-uzzë ‘gheriglio’, a sua volta parente stretto di aiellese cuchër-ómmë ‘bitorzolo’ e di abruzzese cucur-umìë 'gheriglio' sopra citato: i vari significati trovano, infatti, un punto d’incontro in quello di ‘protuberanza, escrescenza’, non importa se puntuta o rotondeggiante: non bisogna farsi ingannare dai significati, che a noi appaiono ormai in veste specializzata, perché una “punta, cima” di un “colle” è pur sempre una protuberanza rispetto al “colle”, come questo, nella sua interezza, lo è rispetto al paesaggio circostante. L’esempio precedente chicchëra/chichërë riproduce secondo me la presunta dinamica semantica tra il chicchirichì ‘canto del gallo’ e il chicchirichì ‘gheriglio’, ma elimina il passaggio metaforico tra il canto del gallo e la sua cresta, e questo è un indizio non di poco conto che con tutta probabilità anche l’altro supposto e improbabile, come abbiamo visto, rapporto metaforico tra la “cresta” e il “gheriglio” sia null’altro che frutto di un errore di prospettiva e di impostazione del problema. Un’altra conferma in questo senso viene dalla considerazione che la visione gallo-centrica espressa dai linguisti del dizionario UTET circa questi termini lascia completamente al di fuori del suo ambito la voce arcaica aiellese cucher-ùzzë ‘gheriglio’, la quale, pur appartenendo chiaramente alla famiglia di abruzz. chìchërë ‘gheriglio’, recalcitra tuttavia, nella pratica della lingua, ad essere collegata a parti del gallo o al suo canto, anche nell’altro suo significato di ‘cima, vetta, colmo’ riferito solitamente ad alture, mucchi, elevazioni varie ma non alla “cresta” del gallo. Il re è nudo, in questa come in tante altre circostanze! Sfido bonariamente i linguisti a dimostrarmi il contrario: gliene sarei infinitamente grato. Il bello è che voci simili si incontrano anche nell’interessante area sarda e precisamente nel nuorese chichirra ‘testa’, nel logudorese cuccurucuccuruddu ‘cocuzzolo, collina, cima, punta’ ma anche ‘coccola, frutto rotondeggiante del ginepro’, nel logudorese cuccuruddù ‘chicchirichì’ ma anche ‘galla, escrescenza delle piante’, nel logudorese chighir-ista ‘cresta’. La radice è presente anche nell’aiellese cucher-ùzze ‘cima, apice’ e nell’interessante termine trasaccano cucùle che oltre ad avere il significato di ‘cornuto’, riferito all’uomo tradito dalla moglie, indica anche una pianta con fiori a forma di campana, una “cavità” dunque, concetto quest’ultimo perfettamente speculare a quello di ‘protuberanza’[8]. Va da sé che il termine richiama anche il lat. cucullu(m) ‘cappuccio’, e, specularmente, il sopraccitato aiellese arcaico cucùlë ‘pene’.

   Ora, questa serie continua di termini che mostrano un doppio e diverso significato, quello di ‘sporgenza, colle, cima, ecc.’, da una parte, e quello che possiamo definire di ‘sonorità’, dall’altra, come avviene nell’abruzzese cìcëlë ‘ciottolo, bisbiglio, cinguettio (cfr. logud. chighilliu ‘schiamazzo’), nel toscano chicchirichì ‘gheriglio, verso del gallo’, nel logud. cuccuruddù ‘galla, chicchirichì’, nel fr. coquelicot ‘papavero’ e fr. coquerico ‘chicchirichì’, credo che non ci consenta di liquidare in tutta fretta come ‘onomatopeiche’ le voci interessate. Si deve piuttosto pensare che le radici in questione presentino in superficie valori specializzati e apparentemente incompatibili ma che in profondità esse finiscano col combaciare con un significato più generico come quello di ‘forza, tensione’: la ‘tensione’ può infatti concretizzarsi nella forma di una ‘protuberanza, escrescenza’ o in una ‘vibrazione’ delle corde vocali con emissione di suoni all’esterno, quando questi sono prodotti da esseri viventi, nella cui classe rientravano, nel tempo lontano delle origini del linguaggio, gran parte, se non tutte le entità della Natura. Per cui mi pare un vano affannarsi quello dei linguisti che vogliono a tutti i costi far risalire, ad esempio, l’etimo del verbo italiano tentennare al lat. tin-tinnaretinniretin-tinare ‘tintinnare, ronzare’, attraverso il significato di ‘suonare il campanello’ che il verbo pare abbia assunto in alcuni dialetti. Lo ‘scuotere’ del campanello avrebbe metaforicamente generato l’ ‘oscillazione’ del tentennare. E il ragionamento potrebbe essere anche accettato se non ce ne fosse un altro a mio avviso più diretto e concreto che scende alla radice comune dei due termini apparentemente ‘divisi’ in superficie ed elimina la presunta origine onomatopeica. A me pare, infatti, che la radice coinvolta in questo caso sia la stessa del lat. ten-eretend-ere , verbi esprimenti ‘tensione e sforzo’ e quindi adatti ad esprimere anche un ‘suono’. Infatti, il termine corradicale greco tónos  'tensione, tendine, fune, energia, sforzo, tonoaltezza della voceaccento’ mi pare possegga in abbondanza significati che promanano da quello di fondo il quale potrebbe aver dato origine, non solo al significato di ‘sonorità’, ma anche a quello di ‘impulso, spinta, scossa’ che sta dietro all’it. ten-tenn-are. Da notare anche il greco ton-thorýzo ‘mormoro, sussurro, fremo’ il cui secondo componente, che è da accostare a greco thórybos ‘chiasso, strepito, fremito’, ripete tautologicamente il valore del primo. In Euripide si incontra anche tan-tarýzo ‘fremo, dondolo, palpito’ il cui primo componente a mio avviso va collegato col greco tany- , tana- corradicali del precedente tónos e di greco tanaós ‘lungo, disteso, prolungato’. Ma composti tautologici come tany-echés ‘risonante’, detto delle corde, o come tany-rroizos ‘forte risonante’, detto dell’asta, fanno capire che si tratta di ripetizione intensiva di una stessa idea di ‘sonorità’ insita in ambo i membri, piuttosto che di quella di ‘lunghezza’ la quale , comunque, si sviluppa sempre dal nucleo semantico di fondo della radice. Se così stanno le cose anche il din don delle campane non dovrebbe essere ‘onomatopeico’ (anche se ora noi lo avvertiamo come tale) e, nel primo elemento, dovrebbe semmai richiamare l’ingl. din ‘fracasso, chiasso’ che in verità non so se i linguisti liquidino come ‘onomatopeico’ o meno. A rafforzamento di quanto sopra si rifletti sulla la stretta interdipendenza tra i concetti di “protuberanza, forza, spinta ” e quello di “suono, rumore” che si può desumere dai termini abruzzesi vuttë ‘spinta, urlo’; buttë ‘getto’; vuttà ‘spingere, pigiare’; vussà ‘spingere, pigiare’; vussë ‘spinta’; vussà e ussà (Aielli) ’abbaiare’; vozzë ‘rigonfiamento, bernoccolo’; buzz-éttë ‘gallozzola’[9].

   A questo punto credo sia oltremodo utile, dati gli esempi precedenti, chiedersi come mai i linguisti siano tanto corrivi ad assegnare una valenza onomatopeica non solo a molti termini riguardanti ‘rumori’ provenienti dalla Natura ma anche a tantissimi nomi relativi a ‘suoni’ provenienti dal mondo animale, soprattutto da quello degli uccelli. Io non sono mai bene riuscito a capire, infatti, quale sia la differenza sostanziale tra la radice di lat. fl-are ‘soffiare, spirare’, considerato onomatopeico, e quella di lat. flu-ere ‘scorrere, fluire’ ma anche ‘spirare, soffiare’, tra l’altro considerato, mi pare, non onomatopeico: il punto d’incontro tra i due concetti non è difficile individuarlo nella ’forza, energia, spinta’ che muove l’aria o l’acqua. Così si evita anche la necessità di dover connettere, come fanno taluni, flu-ere al greco rhéo ‘scorro’, all’ingl. stream ‘corrente’, che molto probabilmente fanno capo ad altre radici. Grava pesantemente, sulla ricerca degli etimi, il forte pregiudizio in base al quale ogni concetto deve essere espresso da una o alcune particolari radici e non, potenzialmente, da una qualsiasi di esse. Modestamente, poi, credo che non si sia riflettuto abbastanza sul fatto che il mezzo linguistico che usiamo è esso stesso composto di ‘suoni’, ciascuno dei quali reca però con sé quel nucleo semantico originario, impresso come un marchio di fabbrica, che è preposto ad esprimere fin dalle origini anche le varie ‘sonorità’ della Natura, come ho spiegato, senza dover per questo trasformare il suo valore simbolico-cognitivo in quello imitativo-iconico. Ma col trascorrere lento e inesorabile del tempo, una volta scomparsi nella coscienza del parlante il ricordo e la consapevolezza di quel marchio semantico d’origine che nel frattempo ha dovuto subire deformazioni varie a causa delle varie specializzazioni storiche dei termini, molte radici, le quali –è bene ricordarlo- costituiscono tutte già di per sé entità sonore, sono andate per forza di cose a combaciare o quasi con quei suoni da rappresentare emessi variamente dalla Natura o dagli animali, sicchè ora, come conseguenza ineluttabile, ci sembra che esse, le radici, in questo caso siano null’altro che la fotocopia della realtà sonora rappresentata, senza quel significato d’origine rintracciabile nel fondo di tutte le altre non onomatopeiche: eppure esse non volevano fare un’eccezione per i “suoni” in quanto li avevano già identificati, all’origine, e classificati come "forze", entità viventi alla stessa stregua delle altre come, secondo me, ci fa pensare in qualche modo l’espressione formulare omerica con cui si indicano le parole, che non sono altro se non ’suoni, emissioni, emanazioni’ (épea pteróenta ‘parole volanti’). Nella ipotesi poi di trovarsi, ad esempio, nella necessità di rappresentare le cose con una tavolozza di colori i quali, però, non avessero nessun valore imitativo della realtà ma solo un valore simbolico secondo i meccanismi analizzati per le parole, succederebbe la stessa cosa, e se ci capitasse di indicare una ‘ciliegia matura’ con il colore ‘rosso’ saremmo inevitabilmente indotti a credere che il colore ‘rosso’ con cui casualmente designiamo la ‘ciliegia’ trovi la sua piena spiegazione nell’essere solo una copia quasi perfetta di quello della ciliegia, e non più un simbolo con un suo proprio significato d’origine, in questo caso probabilmente quello di ‘rotondità’ o di ‘escrescenza, pianta’, dato che i frutti sono spesso indicati col nome dell’albero che li produce per la fatale coincidenza del concetto di “pianta” con quello di “frutto”, il quale si configura solitamente come una ‘escrescenza’ più o meno rotondeggiante. Ed io peraltro ho potuto capire, nel corso della mia lunga ricerca, che la Lingua, ogni volta che se ne presenti l’occasione, è pronta a favorire questi fenomeni, perché è alla ricerca essa stessa di una specializzazione o di una spiegazione purchessia riguardo all’origine di quei termini che le dovessero apparire un po' o molto estranei, oscuri. Il fatto è che anche il premio Nobel Konrad Lorenz, famoso etologo austriaco, considerava l’imitazione (e quindi l’onomatopea) solo in senso lato cognitiva nel suo libro L’altra faccia dello specchio, e dal punto di vista filogenetico la riconduceva al comportamento di giuoco e di curiosità degli animali sociali che vivono in nuclei familiari durevoli. Se per ipotesi i linguisti avessero voluto dargli retta non avrebbero nemmeno potuto farlo, perché essi avvertivano con i loro orecchi quelle che a loro apparivano incontrovertibili onomatopee come è il caso di chicchirichì. Io sono convinto, per i motivi suesposti, che l’onomatopea non abbia (quasi) nessun valore conoscitivo e che essa sia un sottoprodotto dell’attività linguistica dell’uomo, che ne ha assecondato la naturale propensione al giuoco e alla imitazione. Ma nel contempo essa avrebbe potuto, questo sì, in una fase successiva a quella aurorale del linguaggio, investire varie radici, portanti già il significato generico di ‘suono, rumore’, con il riflesso di quelle forme iconico-imitative che nel frattempo l’ homo ludens andava sviluppando attraverso quei meccanismi tipicamente onomatopeici come l’antifonia vocalica (din dontic tac, ingl. tick-tack ‘ticchettio, ticchettare’, ecc.) o il raddoppiamento del segmento fonico (tin tin, it. tin-tinn-are, ecc.).

    Tra i filosofi moderni mi pare che il neokantiano Ernst Cassirer (1874-1945) abbia insistito sul valore simbolico di tutte le attività umane e in particolare del linguaggio, elemento fondamentale nella sua filosofia, il quale non sarebbe, quindi, uno specchio della realtà naturale e psichica ma espressione dello Spirito umano che le interpreta: peccato, però, che quando parla del percorso seguito dall’uomo per arrivare al linguaggio simbolico della maturità, costituito di concetti del tutto slegati dalle caratteristiche delle entità rappresentate, non può evitare di considerare l’ onomatopea come indicativa di una fase intermedia vicina ancora al dato reale sensibile. Questo dell’onomatopea costituisce evidentemente un fatto talmente radicato nella nostra cultura e nella nostra mente, e peraltro immediatamente riscontrabile al livello apparente di ogni lingua, che nemmeno le filosofie che sviluppano visioni più consone a quella che secondo me costituisce la vera natura del linguaggio riescono ad aggirarne l’ostacolo.

   Alcune volte gli studiosi si lasciano andare a spiegazioni addirittura più inconsistenti di quelle ‘onomatopeiche’ come per la voce toscana tutto-mio ‘civetta’, spiegata nel dizionario dell’UTET di cui sopra come interpretazione popolare del grido dell’uccello. Si citano anche le voci sarde cuccu-méucuccu-miàu ‘civetta’, ma non si riserva nessuna attenzione al fatto che esiste anche l’uccello mio 'fischione’, il greco muia ‘mosca’ e il sardo tidutudu ‘colombo selvatico’, tutti termini che ci aiutano ad interpretare nel solito modo tautologico e nella direzione di ‘uccello, volatile, essere vivente’ le due componenti di tutto e mio. Sono anche da ricordare i Titii sodales, collegio sacerdotale poco noto dell’antica Roma, i quali avevano il compito di osservare, secondo Varrone, il volo degli uccelli chiamati appunto titii, probabilmente 'piccioni selvatici'. Nella variante sarda cuccu-méu si inserisce in prima sede un altro elemento che è quello di sardo cucca-pedra ‘allodola’ e di altri nomi. La prima componente di questo ornitonimo non va affatto interpretata onomatopeicamente e neanche il fr. coq (ingl. cock ) ‘gallo’, il greco kikkóskíkirros ‘gallo’, il quale ultimo potrebbe allora far pensare meglio all’aiellese chìcchëra ‘cresta del gallo o di gallina’, al basco kukur ‘pettine’, radice già incontrata nel sardo cùccuru ‘punta,cima’, dato che anche in area germanica si incontrano termini come ingl. comb e ted. Kamm che indicano contemporaneamente sia il ‘pettine’ che la ‘cresta del gallo’. Ciononostante qualcuno a questo punto potrebbe ricordare maliziosamente il lat. cucurr-ire ‘fare chicchirichì’ facendoci ripiombare nel pieno della onomatopea. Ma la faccenda è tutt’altra, perché dietro queste voci non vi sono le varie caratteristiche sonore o d’altra natura degli animali coinvolti, bensì il concetto stesso di ‘animale, volatile’ sicchè dietro il ted. Hahn ‘gallo’ non si trova, ancora una volta, il ‘canto’ (cfr. lat. can-ere ‘cantare’) come vogliono i linguisti, ma certamente il fr. can-ard ‘anatra’, il lat. can–e(m) ‘cane’ se l’espressione greca Diòs ptenòs kýon vale ‘cane alato di Giove’, cioè ‘l’aquila’, e se anche l’altra espressione Diòs kýnes indica i ‘cani di Giove’, cioè i ‘grifi’, uccelli che nel loro nome richiamano piuttosto il ted. Huhn ‘pollo, gallina’, variante del precedente Hahn ‘gallo’. In greco si incontra anche kokko-bóas órnis ‘uccello che grida (boáo) chicchirichì (kókky), gallo’ (Sofocle, fr. 900), tipica definizione da vocabolario che ha poco a che fare con lo spirito della Lingua. Secondo me il primo componente kokko- è variante del sopraccitato kikkós ‘gallo’ e combacia con ingl. cock ‘gallo’ mentre il secondo componente bóas si riallaccia al lat. boabova ‘biscia d’acqua’, voce isolata ed inspiegata: i vocabolari citano anche la forma boas in Domenico Cavalca, avanti il 1342. Va da sé, a mio avviso, che fa parte della famiglia anche il lat. bov-e(m) ‘bove’. Molti altri uccelli, oltre al cuculo, nei dialetti italiani vengono indicati con i nomi cuccocuccacuca. Per uscire dal circolo vizioso delle interpretazioni ‘sonore’ della radice si deve volgere lo sguardo ai termini spagnoli cuca ‘bruco, falena, tarma’, cuca-racha ‘scarafaggio’, all’ingl. cock-roach ‘scarafaggio’ dove l’etimologia popolare già si adopera a favore, anche senza motivo, di ingl. cock ‘gallo’, e al sardo nuorese cuc-urra ‘bruco, forfecchia’: ma il nuorese cucur-ista ‘cresta’, il logud. cugura ‘cocuzzolo’, varianti di cuccurucuccura ‘cocuzzolo, cima, punta’, se ne stanno lì appostati, pronti a sviarci e ricondurci ancora verso la cresta e il canto del gallo, rimessi in giuoco magari da qualche etimologia popolare, sia pure strampalata. Con una simile visione gallo-centrica non ci libereremo mai dell’ormai fastidioso suo canto! La presenza, nel più volte citato vocabolario del Bielli, della voce jalle ‘gheriglio’, voce che in diverse nostre parlate indica il ‘gallo’, potrebbe farci ripiombare nella a questo punto ossessiva visione gallo-centrica, ma le voci abruzzesi strozza-jalli ’bacche rosse non commestibili’ e strozza-jalline ‘bacche della rosa canina’ di Cagnano Amiterno-Aq., ci potrebbero per lo meno dare qualche conforto nel supporre che la voce in questione sia in realtà derivata dall’altra abruzzese gallë ‘gallozzola, ghianda’. Naturalmente bisogna isolare la componente strozza- e considerarla tautologica rispetto all’altra, con un significato originario di ‘rigonfiamento, bacca’ del tutto uguale a quello della radice del tedesco moderno strotzen ‘abbondare, essere gonfio, essere turgido’. Questo punto di vista presuppone che questa parola germanica si trovasse qui già dalla preistoria e che non dipenda in alcun modo dall’it. strozza, termine calato in Italia a quanto pare con le invasioni barbariche.  Ma, di converso, un valore "sonoro" della prima componente di kokko-boas ci è attestato dal gr. kokky 'verso del cuculo' e probabilmente dalla prima componente dell'ingl. cock-a-doodle-doo 'chicchirichì', termine che sembra pochissimo onomatopeico se si tiene conto del suo suono, ma che d’altro canto deve essere vecchio quanto il cucco se si osserva il giapponese koke-kokko 'chicchirichì', che sembra presentare la radice in questione raddoppiata, evidentemente con valore "sonoro" almeno in superficie.  Ma la più interessante di tutte queste onomatopee è a mio parere il comune cocc-odè riferito al suono emesso dalla gallina che ha deposto l'uovo.  E' per me evidente che il primo componente è quello analizzato sopra, e il secondo rimanda al gr. oi dé 'carme, ode, canto (anche del gallo e di altri uccelli)'.  Il termine coccodè è quindi antichissimo, ed aveva all'origine il valore di "suono" in ambo i membri. Lo spirito della Lingua lo ha investito e ha concentrato l'attenzione sul cocco iniziale, specializzando il suo generico significato sonoro in quello emesso dalla gallina che ha deposto l'uovo (cocco).  Esso non alludeva all’uovo, essendo variante invece della prima componente dell’ingl. cack-le ‘coccodè’.  Quest’ultima parola condivide, a mio parere, la radice con le varie forme dialettali centro-meridionali cacaglià, cacajjà, cacheleià[10], ecc. dal significato che oscilla tra i due poli del ‘balbutire’ (cfr. fr. cacailler ‘tartagliare’) e dello ‘schiamazzare della gallina che ha deposto l’uovo (come in inglese)’. Io penso che dietro questi significati specializzati ci fosse un precedente significato generico di ‘suono, rumore’. Così si riconferma anche una grande verità, già riconosciuta dal Saussure, che è vano credere che le parole siano nate apposta per designare i loro referenti attuali.

   Come si può ben capire da tutto ciò la Lingua ci trascina in un vorticoso gorgo di rimandi vicendevoli che ci fanno girare la testa e perdere l’orizzonte, e se non ci muniamo di una bussola affidabile andremo fatalmente a naufragare contro scogli non segnalati dalle normali carte nautiche.






[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.
[2] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998.
[3] Cfr. Bielli, cit.
[4] Cfr. Bielli, cit.
[5] Cfr. Bielli, cit.
[6] Cfr. Bielli, cit.
[7] Cfr. Bielli, cit.
[8] Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003, sub voce.
[9] Cfr.Bielli, cit. dove si trovano tutte queste voci, tranne quella di Aielli-Aq.
[10] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, cit., sub voce cacàglië. In questo dizionario si parla della ripetizione sillabica ca-, ca-, propria di chi tartaglia.





[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.
[2] Cfr. M. Cortelazzo- C. Marcato, I dialetti italiani, UTET, Torino, 1998.
[3] Cfr. Bielli, cit.
[4] Cfr. Bielli, cit.
[5] Cfr. Bielli, cit.
[6] Cfr. Bielli, cit.
[7] Cfr. Bielli, cit.
[8] Cfr. Q.Lucarelli, Biabbà, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2003, sub voce.

martedì 23 giugno 2009

Parole sarde del DULS

Riflessioni su alcune parole sarde tratte dal DULS (Dizionario Universale della Lingua della Sardegna ) di Antonino Rubattu, professore emerito della Università di Sassari.


Dalla lettura del Dizionario Universale della Lingua della Sardegna, una bella opera del lessicografo Antonino Rubattu, consultabile in Internet, ho raccolto una serie di parole ed espressioni che consentono, a mio avviso, di mettere a fuoco questioni importanti relative alla semantica delle stesse e di altre parole correlate. Ne passo in rassegna alcune.

1) Impoddile, impuddile ‘alba, gallicinio’; impoddilare ‘albeggiare’.
Questi lemmi sono fatti risalire dal Rubattu al lat. pullus, sardo puddu ‘gallo’ (con la pronuncia apicale della doppia /l/ caratteristica della Sardegna, Sicilia, Lunigiana nonchè di altre aree europee), perché egli probabilmente propone una somiglianza con il lat. galli-cinium ‘canto del gallo, alba’. A me questa proposta sembra un tantino forzata perché i lemmi in questione non presentano una radice per ‘canto’ come nel termine latino e non possono essere quindi intesi diversamente, ad esempio, da un ipotetico italiano “ingallire, ingallare,” da cui però non si riesce a derivare in alcun modo l’indicazione della particolare ora del mattino chiamata alba. Io sono pertanto del parere che i suddetti lemmi siano in rapporto col greco poliós ‘bianco’ e con il secondo costituente di greco eerí-polee, uno degli appellativi dell’Aurora, spiegato solitamente come ‘che si aggira, si muove presto, di buon mattino’, significato piuttosto banale e quasi da vocabolario, nel senso che esso sembra tentare di dare una descrizione dell’Aurora e difficilmente può essere così scaturito dall’intenzione dell’uomo onomaturgo di designare direttamente il fenomeno “alba”, che solitamente è indicato proprio dai concetti di “bianco, luce” e simili, senza arzigogolamenti di sorta. Queste definizioni da vocabolario, che in genere sono costituite da espressioni descrittive talora banali o risibili o incomprensibili, si producono secondo me per l’incrociarsi, attraverso il lento fluire tempo, di parole con significanti simili e significati diversi, che finiscono con l’apparire come epiteti esornativi del proprio referente, mentre esse all’origine si limitavano ad indicarlo e basta. Questo incrociarsi e sovrapporsi di parole produce anche i nuclei narrativi da cui nascono e si sviluppano i vari miti. Non per nulla l’Aurora è chiamata da Euripide monó-poolon (cfr. Oreste, 1004 ), cioè ‘Eos ( con un carro trainato) da un solo cavallo’: il –pôlon ‘puledro, cavallo’ differisce dalla radice di poliós ‘bianco’ solo per la /o/ lunga, un ostacolo veramente inconsistente per poter impedire la confusione dei termini, se si tiene conto anche della forza della folk-etymology, abituata a sormontare ben altre difficoltà. Se così stanno le cose bisogna dare una sistemazione diversa anche al componente mono- che non può più significare ‘solo,unico’ e che, secondo me, richiama l’ingl. moon ‘luna’ con tutte le varianti di altre lingue europee. La radice non va confusa con quella per ‘misura’, come generalmente si fa, giacchè essa deve esprimere il significato più naturale ed originario del referente ‘’luna’’, che coincide con quello di ‘luce’ come nel lat. luna<*lucna e nel greco seléenee ‘luna’ (cfr. gr. sélas’ splendore’). Anche Ecate, la divinità corrispondente alla Diana latina, è chiamata da Esiodo mono-genées ‘unigenita’ (Teogonia, 426, 448) per il cui secondo costituente mi limito solo a citare l’altro epiteto dell’Aurora eeri-géneia ‘che nasce di buon mattino’, senza proporre altre connessioni. I latini menses 'mesi' sono secondo me ‘lune, lunari’ non ‘misure’ del tempo attraverso le lunazioni. Omero (Odissea,XXIII, 246) attribuisce due cavalli ad Eos, i quali rivelano nei loro nomi, Lampo e Fetonte (Splendente), il vero ed originario significato del termine pôloi ad essi riferito, quello di ‘luce’. Non bisogna dimenticare, tra l’altro, l’etrusco pul- ‘brillante, splendente’.
Riflettendo un po’ più profondamente si può scoprire che gr. pôlos ’puledro’ è un sosia quasi perfetto del lat. pullus ’pollo, puledro, germoglio, pollone, ecc.’ e che questi significati, insieme con quello inerente alle parole italiane pullulare e polla connesse sempre a pullus, e con quello di greco poliós ‘bianco’, convergono tutti nel concetto di ‘vivacità, forza’ che costituisce l’anima degli animali, che spinge l’acqua a scaturire dalla terra e a scorrere, i polloni a tendere verso il sole e la luce a trasferire la propria ‘vibrazione’ alle cose e agli ambienti. Non è un caso se nelle immediate vicinanze della parola pullus si incontra il lat. poll-ere ‘essere forte, potente’ e, non molto lontano, il lat. pall-ere impallidire’. Di riflesso è molto probabile che l’etimo di ingl. moon di cui sopra debba semplicemente rimandare alla radice della bella parola greca ménos il cui campo semantico va da ‘forza vitale,vita’ ad ‘ardore, passione’ e ad ogni forza naturale come quella del ‘vento, del fuoco,del sole’. Essa, dunque, non è altro che una potenza che ‘anima, avviva, illumina’ le cose rendendole, oltre che ‘animate dal di dentro’, anche ‘ vibranti, trepide , eccitate all’esterno’ e quindi ‘luminose’, anche se nel greco storico, e mi pare anche nelle altre lingue, essa è stata sostituita da altre radici in questa funzione di ‘luminosità’, ma qualche termine affine può testimoniarne la sopravvivenza come gr. míni-on ‘minio,color rosso’. Di conseguenza il primo costituente di eeri-pólee, che rimanda ad ēérios ‘mattutino’ oppure ‘aereo’, doveva esprimere anch’esso, nel profondo, il movimento o il ‘respiro’ dell’aria e del vento (áer) oltre a quello della "luce" del mattino. Non per nulla da Aristarco il fuoco (pŷr) è chiamato ēérios, e non perché ‘simile all’aria’ ma, semmai, perché ‘si slancia nell’aria’ (altro senso di ēérios) o, meglio, perché anch’esso è animato dalla stessa forza dell’aria, è epifania diversa dell’aria. Serve anche a qualcosa notare che secondo il mito Eos, sposata al vento dell’alba Astreo, che si voleva spirasse proprio con le prime luci del giorno, gli generò tutti i venti del nord, dell’ovest e del sud. Anche qui è da presupporre un incrocio delle idee aria,vento / luce, facilissimo a verificarsi per i motivi che abbiamo spiegato: d’altronde la forma eolica aúoos ‘aurora’ combacia con i verbi aúoo, áeemi ‘soffio, spiro’ e il motivo non si individua sostenendo che si tratta di un incontro casuale o che in genere all’alba, non so con quanta veridicità, spira vento, bensì semplicemente constatando, con esempi concreti, che lo ‘spirare’ è un’altra faccia del ‘risplendere’ o viceversa. Questa è la ragione per cui io sostengo che non è necessario far derivare per rotacizzazione il lat. aurora da una forma antecedente *aus-osa, in quanto la sua netta somiglianza con gr. aúra ‘vento, aria, esalazione, odore’ e con lat. aura ‘vento, aria, esalazione, splendore, scintillio, eco’ mi induce a credere che tutti questi significati convergono verso quello originario di ‘movimento, agitazione, forza’ di cui si parlava e che la forma aurora sia semmai una variante di *ausosa. L’identità dei concetti di ‘aria (aéer)’ e ‘aurora (aúos)’ è attestata, secondo me, anche dalla stretta somiglianza delle rispettive forme laconiche abéer ‘aria’ e abóor ’aurora’.


2) Caddu ‘cavallo’. Il lemma chiaramente richiama le altre forme sarde caaddu, cabaddu,cavaddu, ecc. Esso ha attratto la mia attenzione per le espressioni a cui dà luogo come caddu de Deu ‘cavalocchio, libellula’; caddu de dimoniu ‘cavalocchio,libellula’, caddu de Santu Ainzu ‘coccinella’, caddu de Santu Giuanne ’ cavalocchio, libellula, mantide’, caddu ferratu ‘folletto’, ecc. Mi sono chiesto perché questi insetti fossero chiamati così e lo spunto per la risposta me lo hanno offerto altri lemmi come caddada ‘cavalcata’ ma anche ‘fiammata’ o come caddu deocu ‘vampa(ta)’ o come caaddi-gghina ‘scintilla, favilla’ il cui secondo costituente richiama il greco kýnes Heephaístou ‘scintille (letter. cani di Efesto)’ e il turco gűnes ’sole’, termini che danno ragione del secondo componente degli epiteti dell’Aurora e di Ecate, rispettivamente eeri-géneia e mono-genées più sopra elencati. Mi è stato facile pensare che il concetto di ‘fiamma’, col suo slancio e la sua vivacità, ben si potrebbe affiancare a quello di ‘anima’ (anche se quest’ultimo allude, in senso stretto, al 'vento, respiro') in conseguenza di quanto ho sostenuto più sopra, ad esempio, circa i concetti di ‘aurora’ e di ‘aria’, e ritenerlo così alla base dei vari caddus ‘cavalli’ sopra nominati. Essi non sarebbero così che ‘animaletti’, e, se si vuole, ‘volatili’. Uno dei nomi sardi per ‘volpe’ è focu e fiamma, espressione che richiama, col primo termine, l’ingl. fox ‘volpe’, il cui etimo riceve così, secondo me, la piena luce di cui ha bisogno: esso quindi non è, come pensano molti, un nome sostitutivo di un altro tabuizzato, e da collegare all’idea di ‘coda’! Saranno stati questi tipi di incroci ad alimentare la lunga tradizione delle volpi incendiarie a cominciare dalla Bibbia (Giudici,15,4-5), fino alla volpe di Carsoli di cui narra Ovidio nei Fasti. Nomi simili sono il lat. fucus ‘fuco, maschio delle api’ e il greco phoka ‘foca’, nonché il ted. vog-el ‘uccello’. Questa è la strada maestra, secondo me, che ci porta a comprendere la natura dei cosiddetti nomi noa (non tabuizzati) nelle civiltà preistoriche: si tratterebbe in effetti di antichi nomi di animali, piante e cose che hanno, attraverso i millenni, cambiato significato a causa di incroci e che si ritrovano quindi naturalmente a sostituire il nuovo nome del referente caduto sotto l’interdizione magico-religiosa del tabù. Anzi, si potrebbe supporre che il fenomeno della tabuizzazione del nuovo nome portato da una nuova cultura sia anche il risultato di un tentativo, sia pure inconsapevole, di difesa della tradizione e di resistenza da parte di quegli antichi uomini restii a rassegnarsi ad abbracciare novità così importanti per loro come erano i nomi.
Credo sia il caso di citare qui la bella parola sarda fiadu ‘animale’<lat. flatus ‘fiato, respiro’ la quale, insieme ad altri termini come lo stesso lat. animal ‘animale (essere che respira)’, il ted. Tier ‘animale (essere che respira)’ e l’ingl. deer ‘cervo’, fanno pensare che i nomi di tutti gli ‘animali’, anche quelli specializzatisi ad indicare le varie specie, avessero quell’unico significato di ‘essere vivente’ all’origine. Anche la cavalletta avrebbe tratto quindi il nome dal suo essere un 'animale' e non dal fatto che essa 'fa salti’ come un cavallo, aiutandosi anche col volo. Pure i "cavalloni" del mare hanno a che vedere con i"cavalli" nel senso che ambedue i concetti traggono linfa vitale dall’anima~forza~slancio che tiene in vita i cavalli e sospinge i cavalloni, che rotolando si abbattono con forza sulla spiaggia. Sotto quest’angolo visuale si vede chiaramente che il secondo nome dell’espressione caddu de dimoniu deve risalire ad epoca precristiana e rimandare al greco daímoon che significava ‘dio, spirito benigno o maligno, anima dei trapassati, ombra, genio personale, ecc.’ e che quindi era ben adatto ad indicare, in qualche antico idioma, l’ ‘anima’ di un animale, piccolo o grande. D’altronde anche l’etimo del secondo nome dell’espressione caddu de Deu si riallaccia alla nozione di ‘luce’ propria della divinità, altra faccia della ‘fiamma’ e, quindi, dell’ ’aria’. Il "demonio" o "demone" si ripresenta in un nome per la ‘vespa’ nel dialetto emiliano di Campegine-RE e cioè nella parola timon-sen, anche se Riccardo Bertani, famoso glottologo-contadino, crede che esso sia il risultato della forte somiglianza tra il corpo dell’imenottero, sensibilmente piegato, e la caratteristica forma dei timoni dei carri usati nella sua terra. La componente –sen, derivante da precedente–cin, credo debba essere collegata alla seconda di pul-cino,ad esempio, ma il "demone" raggiunge anche le lontane plaghe della Gran Bretagna dove esso si camuffa, non so se per affascinare o sopravvivere con l’inganno, in una ‘damigella’ ad indicare l’elegante figura della ‘libellula’, e cioè in dam-sel-fly, i cui primi due membri sono un adattamento del francese demoi-selle< lat. *domini-cella, parola in cui si era consumato l’incrocio tra il domini- della damigella e il dèmone dell’insetto. Il costituente –cella è lo stesso di it. arcaico au-gello < lat.*avi-cella, che, all’origine, non fungeva da diminutivo ma da radice tautologica rispetto ad avis ‘uccello’. Anche in italiano il termine "damigella" viene usato per una serie di insetti e per qualche ‘uccello’. A questo punto non si può nemmeno accettare l’etimo che generalmente si dà per ‘cavalocchio, cavall-occhio’: esso non è l’insetto che, secondo una credenza popolare, volerebbe intorno agli occhi cercando di cavarli. Si deve supporre che la credenza, come del resto i miti, sia una banale conseguenza di incroci e sovrapposizioni di nomi, come dimostra secondo me anche questo caso di cavalocchio, cavall-occhio, il quale va inserito nella serie dei caddus sardi e non può essere spiegato dalle reinterpretazioni che si affollano in superficie, dettate solo dal caso e non dal genio individuale degli uomini.
Il caddu de Santu Ainzu (<Gavinu) ’coccinella’ ripete con Gav-inu la stessa radice di caddu <cav-addu nonché quella di lat. gavia ‘gabbiano’ e sardo cau ‘gabbiano’, radice che ricompare in alcuni dei nomi sardi per ‘farfalla’ come in bal-an-cau, ball-an-cau, i cui primi costituenti riappaiono a loro volta nel gr. phállee oppure phál-aina, pháll-aina, il quale per altro significa sia ‘falena’ che ‘balena’.
Che il “cavallo” entrasse in qualche modo nella saga di san Gavino non lo deduco solamente dall’analisi linguistica precedente, la quale, in effetti, viene bellamente confermata dalla tradizione sarda relativa al Santo secondo cui egli sarebbe stato un santo guerriero rappresentato a cavallo in statue equestri, come apprendo da diversi siti internet. Ma non basta ! A Porto Torres, in occasione della festa durante la quale si svolge anche una corsa dei cavalli, i cittadini di tutta la provincia si recano a cavallo ad onorare il loro Santo nella basilica a lui dedicata, dove non mancano di acquistare la tradizionale pietanza chiamata pizoni di càsgiu ‘uccello di formaggio’ che però, stranamente, ha le forme di un cavallo con relativo cavaliere. Secondo me la ‘stranezza’ si dissolve come neve al sole quando si riflette che pizoni ‘uccello’, fatto derivare insieme a sue varianti come puzone, puggione da un lat. *pullionem< lat. pullus, poteva quindi inizialmente significare anche ‘puledro’ e richiamare la radice di greco pôlos ‘puledro’. Questo è un bell’esempio del trascolorare quasi inavvertitamente, tra le mani, nella continuità di una tradizione, del significato di una parola partita da molto lontano che ha quindi attraversato strati linguistici diversi . Non escludo, infatti, che questa radice fosse già presente in Sardegna nella preistoria, prima dell’arrivo del latino e che la festa avesse origini precristiane, come avviene in tanti casi. Il latino non ne aveva certamente il possesso esclusivo! Molto probabilmente san Gavino sarà stata una delle tante divinità preistoriche del sole, della luce (si ricordi la radice del primo lemma da me qui analizzato coincidente con quella di lat. pullus, e cioè im-podd-ile ‘alba’) o del mare come ci spinge a pensare l’oscillazione del significato della parola cavallo in sardo che va da quello di ‘fiamma’ a quello di ‘cavallone’ e che richiama, per il primo significato, il nome del dio solare El Gabal, il cui culto fu introdotto a Roma dall’imperatore Eliogabalo, ma anche i nomi lapponi jau’la, jåvle, prestiti dal germanico, che indicano il ‘Natale’, preistorica festa del Sole. Un appellativo di San Zopìto di Loreto Aprutino (Pescara), il cui "strano" nome secondo me nasconde quello originario ben chiaro, almeno nel suo valore storico, di *Diu-piter, Iu-piter ‘Giove’, era proprio quello di Cavaliere. (Cfr. Pietro Maccallini, Meditazioni Linguistiche, Centro Studi Marsicani “U. Maria Palanza”, Avezzano-Aq , 2007, pp. 204 e segg.).
Il caddu de Santu Giuanne ‘libellula, mantide’ introduce secondo me la parola iana>gianna > Giuanne che indica una sorta di strega o fata del folclore sardo e che compare sporadicamente anche in qualche paese abruzzese (Cagnano Amiterno-Aq) confermando così l'esistenza di una isoglossa preistorica sardo-abruzzese 0 italico-sarda. Il termine iana, jana è fatto derivare solitamente dal nome della divinità Diana, ma io penso che non sia necessario sostenerlo, in quanto la radice ian, ion, iun, che deve essere alla base anche del Giuanne di cui sopra, ricorre a designare vari animali come la 'donnola', sempre nel sardo e nel dialetto del mio paese (Aielli-Aq) dove l’animale è (era) chiamato canuccë Sandë Iannë, o come il barba-gianni, noto in qualche paese anche col nome di Ian l’oli (cfr. Gian Luigi Beccaria, I nomi del mondo, Einaudi) o come addirittura nel ted. Johannis-käfer ‘lucciola, letter. coleottero di Giovanni’ in cui il termine torna ad indicare direttamente la ‘luce’, altra epifania dell’anima. Anche un nome sardo per ‘coccinella’, e cioè vacca de Santu Giuanne, ripete questa radice ian accanto all’animale vacca, la quale ricompare nel nome spagnolo della coccinella vaquita de San Antonio. Per questo insetto si incontra, nel sardo, anche la denominazione bacca de Deu (vacca di Dio) che rimanda, per il determinante, al caddu de Deu ‘libellula’ sopra citato e al francese bête à bon Dieu ‘coccinella’. Un altro nome per la ‘mantide’ è caddu de su dià-vulu: il determinante, con il suo primo membro, rinvia ai precedenti Deu o a zia Maria (‘coccinella’ nella Val di Non) e, per il secondo, al –bolos dell’epiteto eke-bolos di Apollo o a vola-vola, vola-b(b)entu, per ‘farfalla’ in sardo. E non bisogna credere che quest’ultimo nome sia dovuto originariamente al fatto che la farfalla ‘vola’ ma al suo essere ‘anima, vento’. Non per nulla, altro bel nome sardo per l’insetto è ispiritu ‘spirito’ come il greco psychée ‘spirito, anima’ ma anche ‘farfalla’. Pertanto in questo caso il termine dià-vulu va considerato, secondo me, come precristiano col significato generico di ‘animale, essere vivente’. Il caddu ferratu ’folletto’ è il non meglio identificato ‘spirito’ che nell’aggettivo richiama, però, il cabaddu de fradi ‘mantide, libellula’e il greco phorás, ádos ‘cavalla’ nonché il ted. Pferd ‘cavallo’. Caballito è il nome spagnolo della libellula e l’italiano cavallino è il nome volgare dell’idrometra. Altri nomi comuni per vari tipi di uccelli sono caval-iere d’Italia (diffuso, nonostante il nome, nelle regioni calde e temperate di tutto il mondo), cavall-onghia, cavalir-otta. Infine mi pare che l’abruzzese lucë-cappèlla ‘lucciola’ presenti un secondo membro che si avvicina molto a cavallo o, meglio, a lat. cap-ella ‘capretta’, cosa che non cambia nulla. Ora, io penso che il passaggio della stessa radice dal significato di ‘libellula’ a quello di ‘mantide’ a quello di ‘coccinella’, a quello di ‘donnola’, a quello di ‘barbagianni’ ecc. non sia dovuto affatto allo slittamento di significato come conseguenza di un inevitabile logoramento delle parole durante i secoli e millenni, ma mi pare che esso sia dovuto al fatto che fin da tempi lontanissimi quel concetto generico di ‘animale’, che ogni radice portava, andò a fissarsi su questo o quell’animale a seconda delle varie e piccole comunità di parlanti, prima del formarsi di compagini tribali più o meno grandi, che inevitabilmente avrebbero provocato un livellamento nel linguaggio, ma non fino al punto di eliminare ogni segno delle precedenti parlate. Sono proprio i nomi di questi animaletti minori, per così dire, che molto spesso mostrano singolarità di forme, rispetto ai nomi ufficiali, perché gli animali da essi designati erano in qualche modo al di fuori della vita quotidiana e comunitaria per quanto attiene al loro valore e alla loro importanza per la sopravvivenza e gli scambi commerciali, tutte cose che premevano per la formazione di termini comuni, attraverso anche il diffondersi di quelli della lingua dominante e l’eliminazione di quelli delle parlate subalterne. A conclusione di quanto sopra non posso non sostenere che anche la serie, ad esempio, di lat. cap-er ‘capro’, gr. káp-ros ‘cinghiale’, lat. cap-ella ‘ capretta’, lat. cab-allus ‘cavallo’, etr. capu ‘falco’, a.a.ted. hab-uh (ingl. haw-k) ‘falco’, ted. Hau-er ‘cinghiale’, sp. jab-alì ‘cinghiale’, sp. cab-aña ‘bestiame, gregge’, russo kab-àn ‘cinghiale’, sved. hoppe ‘cavalla’,ingl. hobby’cavallino di legno’ attinge alla identica radice (con varianti) cap-,cab-, cav-,cop-,cob- dal significato generico di ‘anima’. Anche l’inglese whale ’balena’ richiama, a me sembra chiaramente, il cavallo in quanto ‘animale’ attraverso la trafila di whale< a.a.ted. hwal<*kwal. Interessante è il nome del “tricheco’’, cacciato sicuramente dal Mesolitico, in area germanica: cfr. isl. hross-hvalur, ags. hors-hwæl, ted. Wal-ross, letter. ‘balena-cavallo’ o 'cavallo-cavallo'. Questo nome doveva indicare soltanto l’animale in ambo i costituenti, prima che essi si specializzassero ad indicare questo o quell’altro animale. In effetti il tricheco, se fosse valido il modo di nominazione metaforico, mi farebbe venire in mente più facilmente la mole di una ‘vacca’ o di un ‘toro’ che la snellezza di un ingl. horse ‘cavallo’, il quale, per soprammercato, etimologicamente viene ricondotto in genere al concetto di 'corsiero, corridore o saltatore', cosa che verrebbe qui sonoramente contraddetta dalla scarsissima agilità dell’animale. Non si esce fuori da simili assurdità se si rimane avvinghiati al significato specifico dei termini! La “vivacità” dell’ anima e della fiamma all’interno della densità semantica del termine cavallo, come del resto di tutti gli altri, rispunta nell’italiano dialettale cavalli ‘incotti’, nell’ingl. wheal<hweal ‘bolle dell’orticaria’ e nel lettone kvēle ‘infiammazione’.

3) Lepi-lepi, lepp-oreddu, ball-an-cau, ball-an-casu, bella-casu, pappa-casu, caba-casu, fola-casu, cola-casu, abba de casu ‘farfalla’. Queste denominazioni, insieme ad altre, per ‘farfalla’ ruotano quasi tutte intorno a casu ’cacio’, termine che ha svolto secondo me la stessa funzione del lume intorno a cui fatalmente la falena si mette a girare, attraendo a sé gli altri numerosi termini che altrimenti potevano anche andare perduti. Essi tendono a formare dei composti con significati che grosso modo potrebbero andare bene per indicare metaforicamente l’insetto che presenta il corpo e le ali ricoperte di scaglie sottili e soffici che potrebbero giustificare l’idea del ‘cacio (grattugiato)’, ma la denominazione ball-an-casu, ad esempio, sfugge ad ogni tentativo del genere. Potrebbe significare ‘balla nel cacio’ intendendo il membro –an- come la preposizione in, ma con quanta credibilità? Senonchè abbiamo visto più sopra che i membri ball-an- corrispondono esattamente al nome greco per ‘falena’ e l’intero nome deve essere costituito da elementi carichi sempre dello stesso significato di ‘animale’ e quindi di ‘farfalla’ o ‘volatile’. Il membro -casu mi sembra richiami il sscr. hasah ‘oca’, l’italiano regionale cas-ora ‘ballerina bianca’, cioè l’uccello il cui nome scientifico è motacilla alba e che è noto anche come cass-ola. C’entra qualcosa anche il ted. Hasel-huhn ‘francolino, letter. pollo dei noccioli’ uccello noto anche con l’altro nome ‘ron-caso’, nel quale rispunta il -casu sardo. Non ho nessun timore a chiamare in causa anche il ted. Hase ‘lepre’, dato che in sardo la farfalla non disdegna di fregiarsi del nome lepp-oreddu ‘leprotto’. Ma il vero valore del primo membro ce lo mostra il magiaro lep-ke ‘farfalla’ e il serbo-croato lep-tir ‘farfalla’, il cui secondo costituente richiama il ted. Tier ‘animale’. In bella-casu il primo membro è variante del primo di ball-an-casu. L’altro termine ball-an-cau presenta il sardo cau ‘gabbiano’ (lat. gavia). La ‘farfalla’ rientra anche nella categoria degli ‘uccelli’ come ebbi a scrivere a proposito di danese sommer-fugl ‘farfalla’ (letter. uccello dell’estate). La forma caba-casu mi pare contenere nel primo membro la stessa radice di lat.gavia , ma in sardo l’espressione potrebbe significare ‘scendi cacio’ dal verbo cabai ‘calare, scendere’; significati simili, che io definirei “di risulta”, mi pare si possano proporre per fola-casu e cola-casu che invece trovano posto in altri nomi di uccelli come, ad esempio, it. fol-aga e abruzzese colë ‘gazza’. Pappa-casu, espressione che ridurrebbe il leggero e delicato lepidottero ad un ingordo mangiatore di formaggio, ha a che vedere, come altri nomi per ‘farfalla’ quali pab-edda <*pap-ella, pap-ar-eddu, con il lat. pap-ilio ‘farfalla’, con russo bab-očka farfalla’, polacco bab-ka ‘cervo volante’, termini, gli ultimi due, che nelle rispettive lingue significano ‘nonnina’, alimentando così la convinzione che si tratti di nomi cosiddetti parentelari. In sardo la radice appare anche sotto le sembianze del ‘pipistrello’(pap-arottu) o di ‘rondone’(pabb-arrottu, babb-arrottu) con buona pace delle ‘pap-ere’. Dulcis in fundo l’elemento –casu richiama secondo me in maniera molto più diretta e profonda di quanto non sembri il "cacio" del pizoni di càsgiu ‘uccello di cacio’ di cui si è parlato a proposito di san Gavino e in cui esso significava l'animale che rappresentava, cioè il 'cavallo' o l' 'uccello'. Il concetto di ‘anima, spirito’ che esso qui mostra di avere per indicare la ‘farfalla’ è molto vicino, come abbiamo visto in altri casi, a quello di ‘fiamma, fuoco, sole, luce’ e l’appellativo di Zeus Kási-os sembra confermarlo.

4) Castru, crastu ‘ciottolo, sasso, macigno, roccia’. Quando ancora non ero venuto a conoscenza del vocabolario del Rubattu da cui ho tratto questi lemmi, in un mio commento dell’articolo del’illustre sardista Massimo Pittau sul toponimo Mamoiada, da me inviato a RIOn e pubblicato alle pp. 734-35 del numero VIII (2002),2, esprimevo la mia convinzione che il toponimo su Qastru relativo alla parte alta di Mamoiada dovesse provenire da qualche lingua di un passato più o meno remoto e significare proprio ‘monte, altura, roccia’ e non alludere alla presenza di un presidio romano nell’antichità . Io mi ero convinto di ciò in base alla ricorrenza, in Sardegna e altrove, di quel nome usato a designare monti e alture. Nella breve replica al mio commento l’illustre studioso probabilmente dimenticò, dato che la cosa non riguardava il nucleo centrale del mio commento, di farmi notare che quella mia supposizione corrispondeva a realtà, visto che quel nome faceva parte del lessico sardo. Questo fatto dimostra, a mio parere, che i toponimi, se letti nella maniera giusta, sono una fonte inesauribile di nomi che facevano parte del lessico di lingue del passato, ora scomparse.
Una osservazione di notevole peso è quella che collega la nozione di ‘masso, macigno, ciottolo, ecc.’ a quella di ‘rotondità’: un macigno, anche se molto irregolare nella forma, costituisce pur sempre una massa ‘rotondeggiante’: quest’idea serve a collegare le radici, per esempio, che designano le alture, i colli, a quelle che designano un oggetto rotondeggiante, qualunque ne sia la dimensione: non è un caso se ogni tanto nella toponomastica spunta un Monte Rotondo e finanche un Monte Cerchio in cui le specificazioni dovevano nel passato indicare solo il ‘monte’, senza alcun riferimento alla sua forma. Un monte è pur sempre più o meno rotondeggiante, anche il più aguzzo. Così stando le cose io non trovo nessuna difficoltà a collegare il sardo castru al lat. castrum il cui significato originario era proprio quello di ‘recinto’, una ‘rotondità’, dunque. Così si spiega anche il sardo logudorese caddinu<*cavallinu ‘cavallino, cerchio’. Come spunta questa nozione di ‘cerchio’ dalla stessa radice che designa il ‘cavallo’?: l’Italia è cosparsa di monti Cavallo, la cui radice, simile a quella di greco kephalée ‘testa’, evidentemente si prestava ad indicare anche il suo inverso, cioè la cav-ità o anche rotondità come avviene per il sardo conca ‘testa’ ma anche ‘caverna, grotta, madia, scodella, ecc.’. Fanno parte di questa famiglia di cavallo=cerchio anche il marsicano cuèlla, cuvèlla ‘ciambella di legno o di metallo per legare la soma al basto’ da connettere forse con ingl. wheel ‘ruota’<hweel<*kweel, variante della forma cavallo. Tra i tanti toponimi che confermano l’assunto cito solo Campo Cavallo, nel mio paese di Aielli, in corrispondenza di un’ampia ansa quasi perfettamente semicircolare che il Rio d’Aielli descrive in prossimità dell’alveo dell’ex lago Fucino e che doveva essere ben in risalto allorchè, nella preistoria, tutta la zona doveva essere coperta da alberi e gli uomini risalivano il corso del ruscello fino alle pendici del Sirente. Sul termine campo mi limito a ricordare la radice greca di kampée ‘curvatura, sinuosità di fiume,ecc.’ . D’altronde, più che un sentore di questo significato si riscontra, a mio parere, nel "cavallo dei pantaloni", ad esempio, o in "cavallino", curvatura longitudinale del ponte di una nave verso prua.

5) Cuccurum-eddu, cuccarum-eddu ‘fungo, capitombolo’. Il lemma mostra un’evidente somiglianza con l’aiellese cuchërómmë ‘ bernoccolo’, il che ci fa capire che dietro i due vocaboli opera la nozione più generica di ‘protuberanza, escrescenza’, non potendosi giustificare in alcun modo una derivazione diretta dell’uno dall’altro , la quale si presta ad apparire anche sotto la forma della ‘rotondità’, nel termine corradicale sardo cucc-ur-ile ‘cercine’ a sua volta legato, solo nel senso di ‘protuberanza’, al sardo cucc-uru, cucc-ur-uddu ’cima, punta’ nonché all’aiellese cuch-ër-uzzë ‘cima, punta’. Il termine sardo più frequente per ‘fungo’ è cug-um-eddu che presenta la stessa base cuc- dei nomi precedenti la quale dà origine, con varianti, anche a nomi più o meno dialettali per ‘cavità, recipienti’ quali cacc-amë, cucc-uma, cacc-av-ella e a greco kakk-ábee ‘marmitta’. Anche sardo cocc-on-eddu ‘ciambella’ e cug-urra ‘cappio, nodo’ sfruttano la stessa radice sotto la forma della ‘rotondità’. Va da sé che la nozione di ‘capitombolo’ di cuccurumeddu viene dal significato di ‘rotondità, rivolgimento’ che la radice, come abbiamo visto, può esprimere. I termini cocca ‘ciambella’, cocc-on-eddu d’isula ‘ dolci di pasta a forma di bastoncini semicurvi’, pane de s’isula ‘sorta di pane dolce fatto a cerchietti’ mi offrono la possibilità di considerare il lat. insula come una variante di ansula ‘piccolo anello, occhiello’, diminutivo di ansa, dietro cui doveva operare il concetto di ‘rotondità’ intesa come ‘protuberanza, monte’. L' isola, come io ho sempre sostenuto, nella mente dell’uomo onomaturgo appare come un ‘rilievo’ che si erge sulla distesa delle acque. Del resto anche il lat. insile ‘spola’ mi pare alluda alla nozione di ‘avvolgimento, bobina’.
A conclusione di questo articolo non vorrei parlare ancora una volta io ma, se possibile, far parlare le parole citate. Una cosa per me è chiara: la verità della Lingua giace ad appena qualche spanna sotto la superficie delle parole dove dorme i suoi sonni profondi perché, nonostante l’attività di studiosi di valore nel passato e nel presente, essi non sono mai arrivati purtroppo a comprendere l’estrema elasticità del ‘significato’, che va ben oltre il gioco del normale senso metaforico o figurato sconvolgendo tutti i loro schemi. Eppure una cosa è certa: la stragrande maggioranza delle radici analizzate dagli studiosi rimanda spesso a un significato più generico rispetto a quello di superficie, il che dovrebbe far pensare, anche in conseguenza di una ragione puramente statistica, che la marcia verso il generico debba continuare fino in fondo, dove la verità non mancherebbe di rivelare la semplice eppure sconvolgente realtà: la Natura opera meraviglie ricavando il massimo di varietà dal minimo di differenziazione iniziale, anche in altri campi come nella biologia, la quale ha scoperto le cosiddette cellule staminali, totipotenti ed indifferenziate, alla base di ogni organismo, anche il più complesso e differenziato del regno animale.