Pochi giorni fa l’amico Fiorenzo Amiconi di Cerchio mi ha telefonato per avvertirmi che nella suddetta località, a poca distanza dal paese, era stata ritrovata una non meglio identificata iscrizione con dedica ad Ercole, nome al quale avevo collegato quello dello stesso toponimo Cerchio come scrivo nell’articolo che ho inserito nel libro Meditazioni Linguistiche, pubblicato nel 2007, e che riporto qui nel post seguente . In esso suppongo inoltre che il nome in questione indicasse originariamente una divinità del Sole. Ora, riflettendo sul toponimo Santa Monica ho, con rapida mossa, intravista la possibilità che un eventuale culto, con relativo tempio o sacello, di divinità solare in quel luogo poteva anche giustificare la presenza nelle immediate vicinanze di un culto parallelo d’una divinità della Luna, chiamata con quel nome. Infatti da Atene ci viene un nome simile di una divinità lunare , Mounichia . Ma c’è di più. Se si cerca in Internet, si incontrano siti che parlano di Santa Monica, la nota santa cristiana madre di Sant’Agostino d’Ippona, la cui storia e le cui funzioni vanno però a sovrapporsi su quelle di divinità precristiane. La Santa infatti viene invocata da chi cerca di avere notizie di persone partite da molto tempo e mai più tornate: se l’invocazione ad essa diretta nel cuore della notte (il tempo appartenente alla Luna) la si fa nei trivi o quadrivi si è più sicuri di ottenere una risposta analizzando anche il comportamento, la direzione di qualche essere vivente che si trovasse a passare in quel momento. Come non ricordare allora il nome di Trivia , uno degli appellativi di Diana, divinità della luna, venerata appunto nei trivi?
Trascurando per ora la spiegazione del toponimo Li Cantoni e in attesa che la sovrintendeza di Chieti dia maggiori e più sicure notizie sul ritrovamento e sugli scavi che mi pare siano stati avviati, ho voluto azzardare questa ipotesi anche per mostrare, quando le cose si saranno eventualmente chiarite, la validità o meno del mio metodo di indagine linguistica. E’ una grossa sfida che affronto ben volentieri, anche se non nego che ci si potrebbero rimettere le penne almeno relativamente a questo singolo caso.
Purtroppo gli scavi condotti dalla sovrintendenza di Chieti non hanno, stranamente, evidenziato alcunchè di importante. Ed io, per quanto amareggiato, conservo però intatte le penne!
domenica 26 luglio 2009
Il nome del paese di Cerchio
Già molti anni fa l’appassionato e benemerito ricercatore Fiorenzo Amiconi di Cerchio , insofferente del significato superficiale di Cerchio che giustamente, secondo lui, sembrerebbe nome abbastanza ridicolo per designare un paese, ebbe l’intuizione di accostare il toponimo a quello di Crecchio-Ch, visto anche che diverse lettere indirizzate a quel paese finivano con l’approdare a Cerchio. Crecchio viene accostato solitamente ad italico Ocriculum (cfr. Otricoli-Tr) , diminutivo di ocris ‘colle, monte, punta’.
L’amico Fiorenzo ha secondo me colto nel segno per quanto riguarda il significato soggiacente di Cerchio ma non per quanto riguarda la parola all’origine del toponimo. A Trasacco infatti ricorrono (o ricorrevano) parole come chìrica ’ tonsura, cresta del gallo o gallina o d’altro animale come l’upupa, cima di alcune piante, ciuffetto ribelle(cfr. aiellese jjìrga,cerchiese girga) al culmine della nuca’, o come chiricùzza ‘punta (di albero,campanile, ecc.)’, riconfermate da verbi denominativi come schiricà oppure schiricarà dai signif. quasi simili ‘ fare la tonsura ad un religioso, capitozzare, tagliare la cima a qualche cosa’[1]. La parola merita qualche riflessione. A prima vista saremmo tentati di ricondurla al lat. eccl. clerica ‘chierica’ ma gli altri significati che mi sembrano preponderanti rispetto a ‘chierica’ richiedono particolare attenzione e una spiegazione diversa. Anche Quirino Lucarelli, nell’opera testè ricordata, accenna ai greci kara’ testa’ e keras ‘corno’, termini con numerosi riscontri in area italica, celtica, germanica e indiana. E in effetti non mancano nemmeno riscontri toponomastici relativi a rilievi del terreno come Colle San Quirico (Ortucchio), il promontorio Circello (lat. Circeii) nel Lazio e i vari Kirch-berg in area germanica che non deriveranno tutti il loro nome ( Monte della Chiesa) dalla presenza di chiese ivi erette magari solo a partire dal medioevo, ma ritenevano già ab origine quella denominazione. Anche la accennata voce aiellese jjìrga mi sembra un derivato da un antecedente chirica piuttosto che da clerica, anche se non è escluso un influsso di quest’ultimo termine soprattutto a determinare la mancata palatizzazione del nesso chi- di 'chirica', fenomeno abbastanza raro nei nostri dialetti. Anche la trasformazione di chi- in jji- mi pare che trovi esempi simili in toponimi come Da Jjupre che in celanese suona Cupre (Cupoli nelle carte IGM),come I Jute, un’ansa del monte Secine, vivo anche come voce del lessico aiellese col significato di ‘gomito’, molto probabilmente dal lat. cubitum, passato attraverso *cuvete,*cute(cfr. franc. coude ‘gomito’), jute. Anche le voci jalle ‘gallo’ , accanto a valle ‘gallo’, e jatta ‘gatto’ sembrano attestare lo stesso fenomeno di palatalizzazione delle velari /k/ o /g/ con esito corrispondente a semivocale /j/. La voce trasaccana chirica, nel significato di ‘cresta’ , risponde a quella che in altri dialetti marsicani, come l’aiellese, suona chicchera ’cresta del gallo o gallina’ usata anche in senso metaforico ( te’ ‘na chicchera!). Ora, questa chicchera, anch’essa senza palatalizzazione, potrebbe essere la forma metatetica di trasaccano chirica e la loro mancata palatalizzazione troverebbe ancora una spiegazione nell’incrocio col termine onomatopeico chicchirichì riferito al canto del gallo. In toscano chicchirichì vale ‘gheriglio della noce’, per via della sua forma frastagliata che richiama - dicono i linguisti- quella della ‘cresta’ del gallo. Ma forse qui subentra anche l’it. chicco di incerta origine, per me semplice variante di cocco. Senonchè mi sembra più naturale sostenere che la voce chicchera nonché il toscano chicchirichì si allineino con altre di simile struttura come aiellese cucher-uzze ‘cima di monte’, sardo cùccuru ‘cima di monte’, basco kukur ‘pettine’, ampliamenti della base paleoeuropea kukka ‘punta, vertice’ da cui l’it. cocca ’angolo del fazzoletto, tacca della freccia’ e l’it. coc-uzzolo.
L’origine remota, dunque, del toponimo ‘Cerchio’(dial. Circhje) ha quasi sicuramente a che fare con un termine per ‘colle’ e non è esclusa, almeno in linea teorica, la possibilità che quel nome si fosse incrociato con altri dando origine al culto di qualche divinità sulla sommità dello stesso. Quale? Si favoleggia della maga Circe, figlia del Sole, implicata anche nella saga della dea Angizia di Luco dei Marsi. Ora, senza ricorrere a lunga serie di collegamenti, mi pare abbastanza chiaro che dietro quel nome dovesse nascondersi anche un significato di ‘sole, luce, ecc.’: basti l’accenno al greco kirke ‘sparviero’, greco kirkos ‘ falcone’, messaggero veloce di Apollo, dio del sole (cfr. Od. XV, 526) e al termine rom (zingaro) kerca ‘cero, lumino’. Ma la cosa interessante, sempre in linea teorica e in assenza di riscontri più diretti, mi sembra la possibilità di collegamento di questa presunta divinità col culto di Hercules attestato abbastanza spesso nella Marsica , la cui origine è riportata dall’archeologo Cesare Letta[2] ai contatti avutisi, per via della transumanza, con la Campania greco-etrusca prima della romanizzazione dei Marsi. Ora, senza minimamente scalfire le osservazioni dell’illustre studioso in proposito, io sarei soltanto dell’idea che, dietro questo culto di Hercules, si celasse all’origine qualche altra divinità indigena che andava a combaciare con quella più nota di origine greco-etrusca. Un indizio, labile quanto si vuole, potrebbe essere offerto proprio dalla forma Hircul-(non Hercul-), comparente in un’epigrafe ritrovata a Trasacco, che suscita la perplessità del Letta il quale però risolve la questione in base a considerazioni di tipo linguistico che qui non riporto, pensando che si tratti di errore grafico: il fatto potrebbe invece essere ritenuto normale se si presume che si trattava, appunto, di divinità di origine diversa da quella indicata col nome greco-etrusco. L’iscrizione fa il paio con un’altra, sempre dal territorio di Trasacco, dedicata ad Herclo Iovio, con sincope della /u/ di Herc(u)les. La forma Hircol- dell’altra iscrizione potrebbe, a mio avviso, essere accostata al nome originario del paese di Cerchio, e cioè Circul-um, supponendo una trasformazione della /C/ velare iniziale in spirante /H/ favorita anche dall’incontro col nome greco-etrusco-latino di Ercole. Se si tiene presente il fatto che Ercole era rappresentato con una robusta clava, che arbos Herculea fu da Virgilio chiamato il ‘pioppo’, e che le spoglie di Acrone, re dei Ceninensi, chiamato Herculeus da Properzio e ucciso da Romolo, furono dedicate a Giove e portate presso una quercia sul Campidoglio, non si potrà passare sotto silenzio il dial. cercula ‘quercia’, albero sacro a Giove, il quale ci ricollega, appunto, allo Herclo Iovio precedente. La trasformazione della gutturale iniziale in spirante è riscontrabile in qualche parola come cura ‘timone dell’aratro (cfr. lat.curis ‘asta,lancia)’ nel dialetto cerchiese e di Rocca di Botte, ad esempio, a cui corrisponde l’aiellese ura del medesimo significato che presupporrebbe, quindi, un precedente *hura, con la spirante iniziale. Anche i nomi dei leggendari Horatii e Curiatii dell’antica Roma mi pare soggiacciano allo stesso fenomeno. I termini quercus ‘quercia’, e i dial. cercula e cerqua mi sembrano ampliamenti di cerrus ‘cerro’, specie di quercia. Essi andavano ad incrociarsi, ad esempio, col greco keryk-s ‘messaggero, araldo’, anch’esso sacro a Giove: la radice, in questo caso, evidentemente è variante di quella di Circe di cui ho parlato prima. Anche in una filastrocca popolare, che da ragazzi eravamo soliti ripetere nelle rigide giornate invernali ad Aielli, si fa riferimento al sole e ad una vecchia che si troverebbe infreddolita su una quercia ( Isce Sòle sande/ i scalla tutte quande/ scalla quéla vecchia che sta 'n-gima a ‘nna cèrcula…). Acrone era chiamato Herculeus perché anche il suo nome andava a combaciare col lat. acer ‘acero’, ted. Ahorn ’acero’, ingl. acorn ‘ghianda’, frutto della quercia.
Ultime osservazioni. Le due iscrizioni di Trasacco sono state ritrovate una sul Colle la Mària (sulle carte IGM figura come Colle S. Mar-tino) e l’altra sul Colle Mariano o Maiorano. Il ricorrere di nomi con la stessa radice può far pensare che essa contenesse una motivazione arcaica comune non solo per l’idea di ‘colle’ ma anche per il valore originario di Hercoles o Hircoles, che era venerato sulle loro sommità. Sant’Isidoro (in dial. Sande Sidore : cfr. lat. sidus, -eris ‘stella,sole’) con la sua sterrazza (bastone terminante con lamina appiattita metallica, atta a detergere la terra umida appiccicatasi all’aratro o altri strumenti di lavoro, il cui nome potrebbe nascondere qualcosa come il lat. sideratio ‘colpo di sole’) può rappresentare, a Cerchio, l’ultima epifania vivente di quell’antichissima divinità. Ma solo qualche fortunato ritrovamento epigrafico-archeologico potrebbe convalidare queste mie supposizioni.
[1] Quirino Lucarelli, Biabbà A-E, Centro Studi Marsicani, Avezzano-Aq, 2003, p.487. Biabbà Q-Z, p. 243.
[2] C. Letta-S. D’Amato, Epigrafia della Regione dei Marsi, Cisalpino-Goliardica, Milano, 1975, p. 225 ss.
L’amico Fiorenzo ha secondo me colto nel segno per quanto riguarda il significato soggiacente di Cerchio ma non per quanto riguarda la parola all’origine del toponimo. A Trasacco infatti ricorrono (o ricorrevano) parole come chìrica ’ tonsura, cresta del gallo o gallina o d’altro animale come l’upupa, cima di alcune piante, ciuffetto ribelle(cfr. aiellese jjìrga,cerchiese girga) al culmine della nuca’, o come chiricùzza ‘punta (di albero,campanile, ecc.)’, riconfermate da verbi denominativi come schiricà oppure schiricarà dai signif. quasi simili ‘ fare la tonsura ad un religioso, capitozzare, tagliare la cima a qualche cosa’[1]. La parola merita qualche riflessione. A prima vista saremmo tentati di ricondurla al lat. eccl. clerica ‘chierica’ ma gli altri significati che mi sembrano preponderanti rispetto a ‘chierica’ richiedono particolare attenzione e una spiegazione diversa. Anche Quirino Lucarelli, nell’opera testè ricordata, accenna ai greci kara’ testa’ e keras ‘corno’, termini con numerosi riscontri in area italica, celtica, germanica e indiana. E in effetti non mancano nemmeno riscontri toponomastici relativi a rilievi del terreno come Colle San Quirico (Ortucchio), il promontorio Circello (lat. Circeii) nel Lazio e i vari Kirch-berg in area germanica che non deriveranno tutti il loro nome ( Monte della Chiesa) dalla presenza di chiese ivi erette magari solo a partire dal medioevo, ma ritenevano già ab origine quella denominazione. Anche la accennata voce aiellese jjìrga mi sembra un derivato da un antecedente chirica piuttosto che da clerica, anche se non è escluso un influsso di quest’ultimo termine soprattutto a determinare la mancata palatizzazione del nesso chi- di 'chirica', fenomeno abbastanza raro nei nostri dialetti. Anche la trasformazione di chi- in jji- mi pare che trovi esempi simili in toponimi come Da Jjupre che in celanese suona Cupre (Cupoli nelle carte IGM),come I Jute, un’ansa del monte Secine, vivo anche come voce del lessico aiellese col significato di ‘gomito’, molto probabilmente dal lat. cubitum, passato attraverso *cuvete,*cute(cfr. franc. coude ‘gomito’), jute. Anche le voci jalle ‘gallo’ , accanto a valle ‘gallo’, e jatta ‘gatto’ sembrano attestare lo stesso fenomeno di palatalizzazione delle velari /k/ o /g/ con esito corrispondente a semivocale /j/. La voce trasaccana chirica, nel significato di ‘cresta’ , risponde a quella che in altri dialetti marsicani, come l’aiellese, suona chicchera ’cresta del gallo o gallina’ usata anche in senso metaforico ( te’ ‘na chicchera!). Ora, questa chicchera, anch’essa senza palatalizzazione, potrebbe essere la forma metatetica di trasaccano chirica e la loro mancata palatalizzazione troverebbe ancora una spiegazione nell’incrocio col termine onomatopeico chicchirichì riferito al canto del gallo. In toscano chicchirichì vale ‘gheriglio della noce’, per via della sua forma frastagliata che richiama - dicono i linguisti- quella della ‘cresta’ del gallo. Ma forse qui subentra anche l’it. chicco di incerta origine, per me semplice variante di cocco. Senonchè mi sembra più naturale sostenere che la voce chicchera nonché il toscano chicchirichì si allineino con altre di simile struttura come aiellese cucher-uzze ‘cima di monte’, sardo cùccuru ‘cima di monte’, basco kukur ‘pettine’, ampliamenti della base paleoeuropea kukka ‘punta, vertice’ da cui l’it. cocca ’angolo del fazzoletto, tacca della freccia’ e l’it. coc-uzzolo.
L’origine remota, dunque, del toponimo ‘Cerchio’(dial. Circhje) ha quasi sicuramente a che fare con un termine per ‘colle’ e non è esclusa, almeno in linea teorica, la possibilità che quel nome si fosse incrociato con altri dando origine al culto di qualche divinità sulla sommità dello stesso. Quale? Si favoleggia della maga Circe, figlia del Sole, implicata anche nella saga della dea Angizia di Luco dei Marsi. Ora, senza ricorrere a lunga serie di collegamenti, mi pare abbastanza chiaro che dietro quel nome dovesse nascondersi anche un significato di ‘sole, luce, ecc.’: basti l’accenno al greco kirke ‘sparviero’, greco kirkos ‘ falcone’, messaggero veloce di Apollo, dio del sole (cfr. Od. XV, 526) e al termine rom (zingaro) kerca ‘cero, lumino’. Ma la cosa interessante, sempre in linea teorica e in assenza di riscontri più diretti, mi sembra la possibilità di collegamento di questa presunta divinità col culto di Hercules attestato abbastanza spesso nella Marsica , la cui origine è riportata dall’archeologo Cesare Letta[2] ai contatti avutisi, per via della transumanza, con la Campania greco-etrusca prima della romanizzazione dei Marsi. Ora, senza minimamente scalfire le osservazioni dell’illustre studioso in proposito, io sarei soltanto dell’idea che, dietro questo culto di Hercules, si celasse all’origine qualche altra divinità indigena che andava a combaciare con quella più nota di origine greco-etrusca. Un indizio, labile quanto si vuole, potrebbe essere offerto proprio dalla forma Hircul-(non Hercul-), comparente in un’epigrafe ritrovata a Trasacco, che suscita la perplessità del Letta il quale però risolve la questione in base a considerazioni di tipo linguistico che qui non riporto, pensando che si tratti di errore grafico: il fatto potrebbe invece essere ritenuto normale se si presume che si trattava, appunto, di divinità di origine diversa da quella indicata col nome greco-etrusco. L’iscrizione fa il paio con un’altra, sempre dal territorio di Trasacco, dedicata ad Herclo Iovio, con sincope della /u/ di Herc(u)les. La forma Hircol- dell’altra iscrizione potrebbe, a mio avviso, essere accostata al nome originario del paese di Cerchio, e cioè Circul-um, supponendo una trasformazione della /C/ velare iniziale in spirante /H/ favorita anche dall’incontro col nome greco-etrusco-latino di Ercole. Se si tiene presente il fatto che Ercole era rappresentato con una robusta clava, che arbos Herculea fu da Virgilio chiamato il ‘pioppo’, e che le spoglie di Acrone, re dei Ceninensi, chiamato Herculeus da Properzio e ucciso da Romolo, furono dedicate a Giove e portate presso una quercia sul Campidoglio, non si potrà passare sotto silenzio il dial. cercula ‘quercia’, albero sacro a Giove, il quale ci ricollega, appunto, allo Herclo Iovio precedente. La trasformazione della gutturale iniziale in spirante è riscontrabile in qualche parola come cura ‘timone dell’aratro (cfr. lat.curis ‘asta,lancia)’ nel dialetto cerchiese e di Rocca di Botte, ad esempio, a cui corrisponde l’aiellese ura del medesimo significato che presupporrebbe, quindi, un precedente *hura, con la spirante iniziale. Anche i nomi dei leggendari Horatii e Curiatii dell’antica Roma mi pare soggiacciano allo stesso fenomeno. I termini quercus ‘quercia’, e i dial. cercula e cerqua mi sembrano ampliamenti di cerrus ‘cerro’, specie di quercia. Essi andavano ad incrociarsi, ad esempio, col greco keryk-s ‘messaggero, araldo’, anch’esso sacro a Giove: la radice, in questo caso, evidentemente è variante di quella di Circe di cui ho parlato prima. Anche in una filastrocca popolare, che da ragazzi eravamo soliti ripetere nelle rigide giornate invernali ad Aielli, si fa riferimento al sole e ad una vecchia che si troverebbe infreddolita su una quercia ( Isce Sòle sande/ i scalla tutte quande/ scalla quéla vecchia che sta 'n-gima a ‘nna cèrcula…). Acrone era chiamato Herculeus perché anche il suo nome andava a combaciare col lat. acer ‘acero’, ted. Ahorn ’acero’, ingl. acorn ‘ghianda’, frutto della quercia.
Ultime osservazioni. Le due iscrizioni di Trasacco sono state ritrovate una sul Colle la Mària (sulle carte IGM figura come Colle S. Mar-tino) e l’altra sul Colle Mariano o Maiorano. Il ricorrere di nomi con la stessa radice può far pensare che essa contenesse una motivazione arcaica comune non solo per l’idea di ‘colle’ ma anche per il valore originario di Hercoles o Hircoles, che era venerato sulle loro sommità. Sant’Isidoro (in dial. Sande Sidore : cfr. lat. sidus, -eris ‘stella,sole’) con la sua sterrazza (bastone terminante con lamina appiattita metallica, atta a detergere la terra umida appiccicatasi all’aratro o altri strumenti di lavoro, il cui nome potrebbe nascondere qualcosa come il lat. sideratio ‘colpo di sole’) può rappresentare, a Cerchio, l’ultima epifania vivente di quell’antichissima divinità. Ma solo qualche fortunato ritrovamento epigrafico-archeologico potrebbe convalidare queste mie supposizioni.
[1] Quirino Lucarelli, Biabbà A-E, Centro Studi Marsicani, Avezzano-Aq, 2003, p.487. Biabbà Q-Z, p. 243.
[2] C. Letta-S. D’Amato, Epigrafia della Regione dei Marsi, Cisalpino-Goliardica, Milano, 1975, p. 225 ss.
martedì 7 luglio 2009
Ma che bel bernoccolo!
Quando diciamo di avere il bernoccolo per qualcosa, intendiamo significare che abbiamo una particolare inclinazione per un determinato tipo di studio o attività, ma credo che pochi si siano chiesti perché mai la parola si presti a un simile significato figurato e forse nessuno è mai riuscito a darne una spiegazione convincente. Non ritengo infatti attendibile la spiegazione che qualcuno dà tirando in ballo la teoria di Franz Joseph Gall (1758-1828) secondo la quale sarebbe stato possibile, in base all'analisi della forma del cranio, individuare le inclinazioni di ognuno di noi, come conseguenza di un maggiore o minore sviluppo di alcune sue parti rispetto ad altre. Comunque, se qualcuno volesse criticare la soluzione al problema che sto per dare, è sempre il benvenuto. Nel Vocabolario Abruzzese di Domenico Bielli, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004, è registrata la parola ‘ntusiasme con lo strano significato di ‘gonfiore prodotto da colpo di frusta’. Essa è la copia spiccicata dell’it. entusiasmo di ascendenza greca il cui significato, però, non sembra essere di primo acchito raffrontabile con l’altro. Il greco enthousiasmós ha come base l’aggettivo én-theos ‘divinamente ispirato, pieno di divino furore’ riferito spesso all’ ispirazione di sacerdoti, poeti, baccanti in preda all’estasi e al furore favorito dal vino. A dire il vero questo significato dell’aggettivo, come se esso volesse indicare l’entrata (en=lat.in) in un dio (théos) o di un dio dentro la persona ispirata, appare ai miei occhi un tantino artificioso, perché l’aggettivo valeva anche semplicemente ’pieno di ardore’ senza alcun riferimento a divinità. Al posto di questa interpretazione che ricorre ai tre concetti di “entrata, furore, dio” metterei solo quello di in-spirazione, cioè di un ‘soffio’ che è anche alla base della radice di thé-os secondo alcuni, per cui un dio sarebbe l’equivalente di uno spirito. Sotto questa luce allora il greco énthe-os doveva significare in origine solo ‘ispirato, pieno di fervore e furore’ senza alcun riferimento all’ardore religioso o altro. Naturalmente la presenza in greco del sostantivo corradicale thé-os ‘dio’ avrà poi fatto sentire tutto il suo peso sul significato dell'aggettivo, piegandolo ad accettare dentro di sé la presenza di un dio e facendogli assumere un significato prevalentemente religioso. C’è poi da aggiungere che io condivido il pensiero di quanti considerano la suddetta radice imparentata anche con quella del greco thý-o ‘ imperversare, sbuffare, esalare, sacrificare, ecc.’ che sostanzialmente ha lo stesso significato come evidenziano anche i derivati thýs-is ‘impetuosità, fervore’, thyás ‘baccante’, thym-ós ‘animo, spirito’ e diversi altri. Non sarebbe dunque azzardato considerare enthe-os una rietimologizzazione della componente -ente di cui parlo nell'articolo Etimologia di it. torr-ente.
Ora, tornando all’abruzzese ‘ntusiasme ‘gonfiore’, bisogna a mio avviso pensare che esso sia null’altro che la materializzazione di quella "forza, tensione, tendenza" che sta dietro anche al concetto di soffio: non per nulla questa parola sfrutta la stessa radice di gonfiore presente nel lat. fl-are ‘soffiare’. Ma c’è anche da precisare che, secondo me, il gonfiore o rigonfiamento non è necessariamente solo quello provocato da aria che viene immessa, soffiando, in un corpo cavo ed elastico: lo stesso spirare, soffiare deve essere inteso, all’origine, come espressione di quella tensione, pressione, spinta che ne provoca il manifestarsi come può provocare, appunto, il manifestarsi di una protuberanza, un’ escrescenza o una tumefazione, parola, quest’ultima che ha alla base il lat. tum-ere ’essere gonfio, inorgoglirsi, infuriarsi, ecc.’, tutti significati che a mio avviso ci riportano alla base di greco thý-o, che io considero semplice variante della precedente. Il greco thým-on racchiude diversi significati emananti da questa radice, in quanto esso significa ‘timo’ (piantina odorosa da avvicinare anche al greco corradicale thýos ‘aroma, profumo, incenso’), ‘cipolla’ e ‘glandula, escrescenza carnosa’.
Concludendo possiamo quindi affermare che il rapporto che corre tra i due significati di it. bernoccolo ‘protuberanza’ e ‘ inclinazione, tendenza, propensione per qualche cosa’ è lo stesso di quello che corre tra abruzzese ‘ntusiasme ‘gonfiore’ e it. entusiasmo, il quale ultimo è effetto della stessa tensione che provoca il precedente . Naturalmente non bisogna credere che la parola abruzzese sia da derivare direttamente da quella greca storica, ma da termine corrispondente di qualche parlata greca preistorica. Lo stesso meccanismo si riscontra nell’ingl. knack ’inclinazione per qualcosa’ da ritenere variante di ingl. knag ‘nodo, nocchio’. Anzi, quest'esempio tratto dall'inglese dimostra che l'espressione in questione non può essere nata con la teoria di Franz Joseph Gall, dato che il parlante inglese non è ricorso ai termini correnti in quella lingua per 'bernoccolo' (lump, bump, swelling) nè al termine simile knag, come dicevo, ma all'altro knack, che attualmente non significa 'bernoccolo' pur avendolo significato, secondo me, in tempi remoti. L'espressione quindi ha a che fare con la natura profonda del linguaggio piuttosto che essere un riflesso di una teoria linguistica, del resto poco nota ai parlanti. Anche l'altra espressione italiana, simile alla precedente, e cioè avere il pallino (della pulizia, della filatelia, della matematica, ecc.) nel senso di 'avere la mania, passione, inclinazione' dovrà essere ricondotta, in ultima analisi, al meccanismo sopra esposto del 'bernoccolo': perchè una stessa idea di 'protuberanza,rotondità' opera all'interno delle due parole. Un'ultima notazione: dopo quanto ho detto, dove va a finire il cosiddetto senso figurato di bernoccolo, visto che il rapporto col senso proprio potrebbe benissimo essere rovesciato se è vero che ambedue sono una diretta derivazione dell'idea primordiale di 'forza,tensione'?
Ora, tornando all’abruzzese ‘ntusiasme ‘gonfiore’, bisogna a mio avviso pensare che esso sia null’altro che la materializzazione di quella "forza, tensione, tendenza" che sta dietro anche al concetto di soffio: non per nulla questa parola sfrutta la stessa radice di gonfiore presente nel lat. fl-are ‘soffiare’. Ma c’è anche da precisare che, secondo me, il gonfiore o rigonfiamento non è necessariamente solo quello provocato da aria che viene immessa, soffiando, in un corpo cavo ed elastico: lo stesso spirare, soffiare deve essere inteso, all’origine, come espressione di quella tensione, pressione, spinta che ne provoca il manifestarsi come può provocare, appunto, il manifestarsi di una protuberanza, un’ escrescenza o una tumefazione, parola, quest’ultima che ha alla base il lat. tum-ere ’essere gonfio, inorgoglirsi, infuriarsi, ecc.’, tutti significati che a mio avviso ci riportano alla base di greco thý-o, che io considero semplice variante della precedente. Il greco thým-on racchiude diversi significati emananti da questa radice, in quanto esso significa ‘timo’ (piantina odorosa da avvicinare anche al greco corradicale thýos ‘aroma, profumo, incenso’), ‘cipolla’ e ‘glandula, escrescenza carnosa’.
Concludendo possiamo quindi affermare che il rapporto che corre tra i due significati di it. bernoccolo ‘protuberanza’ e ‘ inclinazione, tendenza, propensione per qualche cosa’ è lo stesso di quello che corre tra abruzzese ‘ntusiasme ‘gonfiore’ e it. entusiasmo, il quale ultimo è effetto della stessa tensione che provoca il precedente . Naturalmente non bisogna credere che la parola abruzzese sia da derivare direttamente da quella greca storica, ma da termine corrispondente di qualche parlata greca preistorica. Lo stesso meccanismo si riscontra nell’ingl. knack ’inclinazione per qualcosa’ da ritenere variante di ingl. knag ‘nodo, nocchio’. Anzi, quest'esempio tratto dall'inglese dimostra che l'espressione in questione non può essere nata con la teoria di Franz Joseph Gall, dato che il parlante inglese non è ricorso ai termini correnti in quella lingua per 'bernoccolo' (lump, bump, swelling) nè al termine simile knag, come dicevo, ma all'altro knack, che attualmente non significa 'bernoccolo' pur avendolo significato, secondo me, in tempi remoti. L'espressione quindi ha a che fare con la natura profonda del linguaggio piuttosto che essere un riflesso di una teoria linguistica, del resto poco nota ai parlanti. Anche l'altra espressione italiana, simile alla precedente, e cioè avere il pallino (della pulizia, della filatelia, della matematica, ecc.) nel senso di 'avere la mania, passione, inclinazione' dovrà essere ricondotta, in ultima analisi, al meccanismo sopra esposto del 'bernoccolo': perchè una stessa idea di 'protuberanza,rotondità' opera all'interno delle due parole. Un'ultima notazione: dopo quanto ho detto, dove va a finire il cosiddetto senso figurato di bernoccolo, visto che il rapporto col senso proprio potrebbe benissimo essere rovesciato se è vero che ambedue sono una diretta derivazione dell'idea primordiale di 'forza,tensione'?
venerdì 3 luglio 2009
Il linguaggio e la filogenesi
Credendo nell’evoluzionismo darwiniano considero il linguaggio una mera funzione dell’organo del cervello, non molto diverso per quanto riguarda la sua formazione, dal meraviglioso organo della vista, ad esempio, strumento perfetto evolutosi nel corso di milioni di anni, a partire dagli invertebrati. Solo che la vista ha, diciamo così, la sua sede in un organo ben definito, l’occhio, esclusivamente preposto all’esplicazione di quella funzione anche se collegato anch’esso al cervello attraverso il nervo ottico, mentre il linguaggio, considerato nella sua funzione di elaboratore di concetti, è solo una delle attività e delle funzioni del cervello, la quale ne coinvolge segnatamente alcuni settori ma anche diversi altri le cui modalità d’intervento, nel gran concerto allestito per la produzione del linguaggio, non sono però ancora ben chiare. Inoltre l’occhio, attraverso la retina, trasforma gli impulsi luminosi in immagini della realtà sostanzialmente identiche per tutti gli uomini, mentre il linguaggio, considerato sotto l’aspetto del mezzo sonoro di cui si serve per la trasmissione dei concetti, sembra refrattario a qualsiasi parametro unificatore delle macroscopiche diversità fra le lingue. Così stando le cose, potremmo concludere che, sì, gli involucri sonori delle parole (significanti), peraltro semplici veicoli di trasmissione, sono diversi di lingua in lingua, ma che i concetti da essi trasportati (significati) sono più o meno simili presso tutti i popoli, e potremmo sentirci con ciò appagati. Ma resterebbe comunque irrisolto il problema importante dell’origine dei tanti concetti di ogni lingua, e se noi credessimo di risolverlo sostenendo che essi non sono altro che riflessi carichi delle condensate caratteristiche essenziali di ognuna delle varie entità del mondo reale, come del resto ha fatto la filosofia da Socrate in poi, ci troveremmo dinanzi ostacoli insormontabili, a partire dalla necessità di chiarire, prima della nominazione delle cose, quali fossero quelle caratteristiche, compito per nulla agevole, come ho spiegato negli articoli “ Fonte della Vita e Fonte Vipera nel Parco dei Sibillini” e “ Riflessioni sulla natura del concetto”. Sembrerebbe restare, allora, la sola possibilità che il concetto sia stato il prodotto del cervello, libero, estroso, casuale, imprevedibile, diverso per ogni singolo referente da comunità a comunità di parlanti, cosa che delineerebbe uno scenario iniziale caratterizzato da anarchia e caos, i quali si sarebbero assommati alla altrettanta libertà, starei per dire libertinaggio, con cui le etichette sonore venivano contemporaneamente applicate ai concetti. Ma in questo modo saremmo costretti ad ammettere che la lingua non è un prodotto coerente della evoluzione dell’animale uomo, non presentando nessuna qualità, nessun meccanismo fondamentale, né nel significante né nel significato, che rechi un’impronta, un segno di quel lungo cammino comune compiuto dall'ominide per arrivare alla elaborazione ed esplicitazione dei concetti, ed essendo inoltre segnata dalla sbrigliatissima inventività del soggetto o del gruppo di appartenenza. E’ questo a mio avviso un salto biologico del tutto innaturale, che aprirebbe uno iato incolmabile, incomprensibile per ogni uomo di scienza, tra un prima ed un poi completamente estranei tra di loro, nel senso che il poi dovrebbe così essere considerato derivato da un prima di tutt'altra natura, in quanto qui non sono in gioco solo alcune cratteristiche di un sistema, quello linguistico, che potrebbero essere anche completamente nuove rispetto al sistema psichico immediatamente precedente, come avviene spesso nell’evoluzione, ma è l’intero fenomeno lingua a rimanere sprovvisto di una solida base evoluzionistica, come se esso fosse stato calato improvvisamente dal Cielo ed immesso gratuitamente nei circuiti cerebrali. Eppure tutti gli esseri viventi avevano cominciato a prendere nota, per così dire, del mondo circostante sin da tempi remotissimi, a cominciare dal paramecio (Paramaecium), protozoo che quando si imbatte in un ostacolo “ prima si ritira e poi riprende a nuotare in avanti, in un’altra direzione scelta a caso” [1]. Esso quindi sa già qualcosa di ‘oggettivo’ sul mondo esteriore. Come mai allora, con la comparsa del linguaggio nell’uomo, è come se, stando alle considerazioni fatte prima sulla genesi del concetto, tutta l’esperienza precedentemente immagazzinata dagli esseri viventi che hanno preceduto l’uomo nella catena evolutiva si fosse volatilizzata, non entrando nella elaborazione dei concetti, che pure in gran parte si riferiscono a quella realtà esteriore?
La risposta sta nel rovesciamento di quelle considerazioni sulla natura del concetto, il quale in realtà è profondamente radicato nell’ humus che ha alimentato la vita evolutiva dell’uomo. Esso è, a mio avviso, proprio l’estrinsecazione di quel vago sapere che già il paramecio andava elaborando, circa l’esistenza di qualcosa d’altro da sé nell’ambiente circostante, sapere che si ritrova dietro ogni singolo concetto di ogni lingua, come vado sostenendo e scrivendo da anni nelle mie riflessioni. In questo senso è allora indiscutibile che la Lingua resta un sistema stupendamente e saldamente unitario, pur nella fantasmagorica mutevolezza dei suoi significati di superficie . Un sistema sviluppatosi al fine di concepire ed esprimere un solo concetto, quello di ‘esistenza, essere’, sotteso ad ogni vocabolo di ogni lingua, concetto che comunque, fino al momento in cui non fu abbinato ad un suono, rimase pur sempre avvolto in un nimbo di indeterminatezza aurorale, che lo rendeva più simile ad una volontà di espressione che a qualcosa di finalmente delimitato con chiarezza. Il concetto di ‘essere’, infatti, pur essendo ormai inserito a pieno titolo nella trama degli altri concetti, conserva ancora, se ci fermiamo un po’ a riflettere, la sua vaghezza originaria: se proviamo infatti a definire che cosa sia effettivamente l’ ‘essere’, ci accorgiamo di dover fare un buco nell’acqua, giacchè non potremo mai evitare, per definirlo, di usare il verbo essere , che ci costringerebbe ad un circolo vizioso tautologico e sterile: se questo verbo infatti viene usato nel senso di 'esistere' non farebbe altro che sottolineare quello che l' 'essere' già include di per sè ; se poi viene usato come copula non troveremmo nessun predicato, che possa aggiungere qualche nozione in più rispetto a quelle già contenute nell' 'essere', massimo genere esistente, che, come tale, è destinato quindi a vivere in splendida solitudine.
Concludendo, voglio far notare che l'idea socratica del concetto è vera nella misura in cui essa restringe tutte le proprietà delle cose, che dal concetto sarebbero espresse in forma essenziale, ad una sola, quella dell' ''essere'', appunto, perchè non si può negare che il concetto resta pur sempre un riflesso, nel cervello, di quella realtà esteriore che lo ha plasmato costantemente in tutta la filogenesi.
[1] Cfr, Konrad Lorenz, L’altra faccia dello specchio, Ed. Club degli Editori su licenza Adelphi, Cles (TN),1980, p. 25.
La risposta sta nel rovesciamento di quelle considerazioni sulla natura del concetto, il quale in realtà è profondamente radicato nell’ humus che ha alimentato la vita evolutiva dell’uomo. Esso è, a mio avviso, proprio l’estrinsecazione di quel vago sapere che già il paramecio andava elaborando, circa l’esistenza di qualcosa d’altro da sé nell’ambiente circostante, sapere che si ritrova dietro ogni singolo concetto di ogni lingua, come vado sostenendo e scrivendo da anni nelle mie riflessioni. In questo senso è allora indiscutibile che la Lingua resta un sistema stupendamente e saldamente unitario, pur nella fantasmagorica mutevolezza dei suoi significati di superficie . Un sistema sviluppatosi al fine di concepire ed esprimere un solo concetto, quello di ‘esistenza, essere’, sotteso ad ogni vocabolo di ogni lingua, concetto che comunque, fino al momento in cui non fu abbinato ad un suono, rimase pur sempre avvolto in un nimbo di indeterminatezza aurorale, che lo rendeva più simile ad una volontà di espressione che a qualcosa di finalmente delimitato con chiarezza. Il concetto di ‘essere’, infatti, pur essendo ormai inserito a pieno titolo nella trama degli altri concetti, conserva ancora, se ci fermiamo un po’ a riflettere, la sua vaghezza originaria: se proviamo infatti a definire che cosa sia effettivamente l’ ‘essere’, ci accorgiamo di dover fare un buco nell’acqua, giacchè non potremo mai evitare, per definirlo, di usare il verbo essere , che ci costringerebbe ad un circolo vizioso tautologico e sterile: se questo verbo infatti viene usato nel senso di 'esistere' non farebbe altro che sottolineare quello che l' 'essere' già include di per sè ; se poi viene usato come copula non troveremmo nessun predicato, che possa aggiungere qualche nozione in più rispetto a quelle già contenute nell' 'essere', massimo genere esistente, che, come tale, è destinato quindi a vivere in splendida solitudine.
Concludendo, voglio far notare che l'idea socratica del concetto è vera nella misura in cui essa restringe tutte le proprietà delle cose, che dal concetto sarebbero espresse in forma essenziale, ad una sola, quella dell' ''essere'', appunto, perchè non si può negare che il concetto resta pur sempre un riflesso, nel cervello, di quella realtà esteriore che lo ha plasmato costantemente in tutta la filogenesi.
[1] Cfr, Konrad Lorenz, L’altra faccia dello specchio, Ed. Club degli Editori su licenza Adelphi, Cles (TN),1980, p. 25.
martedì 30 giugno 2009
San Zopito, san Pietro, Giove ed altro
Comincio con l'epiteto tany(sί)-pteros ‘dalle lunghe ali’ dell'inno omerico a Selene. E’ altamente improbabile che un poeta greco, sia pure dell’età arcaica, abbia potuto inventare un attributo così strano per la luna, anche se vista nelle vesti di una divinità. Si deve ragionevolmente pensare che tany(sί)-pteros ‘ dalle lunghe ali’ sia il relitto di parola arcaica riferita alla luna, presente magari in qualche parlata locale, o piuttosto la sopravvivenza, nella tradizione poetica, di qualche raro epiteto lunare. Secondo il mio modo di vedere esso si spiega comunque benissimo se si mette in rapporto con nomi simili della tradizione mitica e del lessico greco della medesima area semantica. Fermo restando l’assunto, di cui sono certo, che questi composti nascono sotto la spinta della ripetizione tautologica dello stesso concetto nelle due componenti, mi viene naturale collegare –pteros al termine celtico patera, fornitoci da Ausonio, che significa ‘sacerdote di Apollo’; alle tre patere d’oro situate dinanzi alla statua di Giunone nel tempio di Giove sul Campidoglio; a Saint Patr-ik che, nella leggenda, accende il fuoco pasquale qualche istante prima che i druidi accendano il loro fuoco pagano sulla collina di Tara; al colle di San Pietro, con relativa chiesa di San Pietro sorta come riadattamento di un precedente tempio pagano nell’area di Alba Fucens, dedicato, secondo una tradizione giunta fino a noi, agli dèi della luce diurna o solare, Giove[1] o Apollo; al monte San Pietro nel territorio di Aielli-Aq, con la chiesa medievale di San Pietro[2] quasi sulla sommità, i cui ruderi, noti come Casarilë Santë Petrë, sfidano ancora i secoli e forse sono l’ultimo indizio del culto, in quel sito, di una originaria e antichissima divinità della luce; al concetto, in ultima analisi, di espansione, diffusione, emanazione proprio della luce, ma anche delle acque, del vento, e di ogni cosa che possa essere collegata al movimento, e ben presente nell’etimo di –pteros che è lo stesso di lat. pet-ere ‘andare, assalire, chiedere’, greco pί-pt-omai ’cado’, greco pot-amόs ’fiume’, greco pét-omai ’io volo’: ecco perché tany(sί)pteros è, in poesia, un normale esornativo per gli uccelli che sono naturalmente ‘veloci, volanti’ e ‘volatili’ piuttosto che, letteralmente, ‘dalle lunghe ali’ per cui il termine poteva inizialmente indicare anche gli uccelli tout court. Una volta viene usato addirittura per la mosca “schizzante” (Simonide, fr. 6). Un termine simile è taný-dromos ‘veloce nella corsa’; anche όrnis ‘uccello’ sfrutta quasi certamente il concetto di ‘movimento’ (cfr. όrnymi ‘metto in moto, eccito, sollevo, ecc.’). Le chiese di San Pietro su menzionate ci ricollegano alla stupenda festa di San Zopίto che si svolge, in concomitanza con la Pentecoste, a Loreto Aprutino-Pe. Un bue bianco, caratteristicamente addobbato con uno specchio ovale in mezzo alla fronte ( chiaro simbolo del disco del sole, a mio parere) e cavalcato da un angelo (un ragazzino biondo in tunica bianca con un fiore rosso tra le labbra e molti monili d’oro attorno al collo) munito di un parasole, entrava in passato nella chiesa di San Pietro (ora, ahimè, si ferma sul sagrato per divieto di qualche autorità religiosa) e andava ad inginocchiarsi, come per mesi era stato addestrato a fare, dinanzi al busto ligneo di San Zopito. Ora, senza soffermarmi su altri particolari interessanti, mi pare che non si possa negare la "solarità" di questa antica divinità il cui strano nome, se rettamente inteso, ci porta dritto dritto a un equivalente del lat. Iu-piter, in cui la componente Iu- risulta da un precedente Dieu-, come tutti sanno. Solo che in questo caso il nesso Di- ha dato come esito un’affricata sonora, come è avvenuto normalmente all’interno o alla fine di tante altre parole, ma anche nel gr. Zéus 'Giove'. Che la componente –pito sia la continuazione di –piter mi pare confermato dal nome della chiesa di San Pietro, dove entra il bue e dove si conserva il busto del Santo, nonché dall’imprecazione Dio prete![3] in uso in Romagna, in cui 'prete' è l’esito dell’originario piter, avendo subito la stessa metatesi della diffusa voce dialettale preta, dal lat. petra, e il normale passaggio della /i/ tonica breve in /e/, come in 'vetro', dal lat. vitrum. Ahimè! quella che all’origine era una innocua invocazione o esclamazione (o Giove! oppure per Giove!) ha subito un processo di degenerazione, destino impietoso di ogni terrena cosa, trasformandosi in una curiosa imprecazione! Ricordo anche che, dalle nostre parti, sentivo spesso in giro pronunciare la blanda imprecazione Dio frate!, specchio del greco Zeús phrátrios , cioè Zeus protettore delle fratrie o, latinamente, delle gentes. Ma il significato originario di phrátrios doveva essere, secondo me, lo stesso di Zeus (splendore), più vicino al ted. brodel-n ’bollire’ o ted. braten ’arrostire’ o ingl. to burn ‘ardere’ che alla nozione di ‘fratello’. Tra le mandrie di buoi sacri al Sole è famosa quella violata dai compagni di Ulisse arrivati in Trinacria. I Dios-curi, figli di Giove e di Leda, ai quali veniva attribuito anche il fuoco di Sant’Elmo, nell’inno omerico loro dedicato, accorrono ksouthêisi pter-ýg-essi ‘ con le ali veloci’ alle invocazioni dei marinai in difficoltà nel mare agitato. E ugualmente non può meravigliare il fatto che i due gemelli, alle loro apparizioni, siano seguiti da uno stormo di rondini se è vero che ksouthos equivale a “rondine”[4]. Anche in questo caso io penserei che le ali loro attribuite siano dovute al gioco delle assonanze come dimostra anche il relativo aggettivo ksouthόs dai significati molteplici di 'giallo-oro, fulvo, chiaro, sonoro, acuto, agile, veloce', tutti riconducibili, secondo me, all’idea basilare di movimento,vivacità. Nel mito poi, Ksouthόs, marito di Creusa, svolge il ruolo di padre putativo di Ione, figlio che Creusa aveva avuto da Apollo. Si è quindi sempre nell’ambito di termini, a mio avviso, collegabili con la luminosità del dio del sole. Nello Ione di Euripide c’è un passo in cui Ione, custode del tempio di Apollo a Delfi, descrivendo il suo duro, anche se gradito, lavoro di uomo delle pulizie, afferma che tutti i giorni deve svolgere il suo servizio hám’ halίou / ptér-ygi thoâi (letteral. ‘ con del sole l’ala veloce’, cioè ‘ col primo sorgere del sole’, vv. 122-23). Credo che anche quest’espressione vada inserita nel contesto di una tradizione poetica o mitica antichissima all’origine della quale il valore di ptér-yx (ala) doveva essere semplicemente quello di 'luce'. La componente tany(sί)- corrisponde pari pari al greco Tán ( ma anche alle varianti Dán, Zán, Zén,ecc.), forma dialettale di Zeus ( da *Di-eus: cfr. lat. di-es 'giorno', lat. Iu-piter in cui -piter, insieme a pater, è variante di -pter-os; lat. Iov-emì 'Giove'). Non è un caso se anche la radice di tany- ci riconduce all’idea di estensione,espansione di cui sopra (cfr. lat. ten-eo, ten-do). Se andiamo a dare un’occhiata al mito ci accorgiamo, ad esempio, che Danae, la figlia di Acrisio, rinchiusa dal padre in una torre, viene visitata da Zeus sotto forma di una pioggia d’oro. L’oro è l’effetto della luminosità che sta dietro Dán (Zeus) e dietro il greco danόs (arido, secco, da daίō=ardo, divampo, incendio). La stessa radice si ritrova nella festa celtica del 1° maggio, che segnava l’inizio della bella stagione, e che portava il nome di Bel-taine ‘fuoco di Bel’, della divinità cioè che corrispondeva all’Apollo greco-latino, essa stessa portatrice di una radice ‘luminosa’. Alcuni esegeti del mito, votati ad una spiegazione razionale a tutti i costi, pensano che esso adombri la bonifica di terreni aridi e non sospettano nemmeno per un istante che la spiegazione corretta sarebbe lì a portata di mano se solo scorgessero gli incontri del tutto casuali delle radici interessate. I riflessi di questo oro si notano, a mio parere, anche nel nome del centro religioso di Dan nella Bibbia dove il re Geroboamo fece collocare uno dei vitelli d’oro da lui fatti modellare, forse rappresentazione di Jahvè (cfr.1Re, 12, 28-29). Per l’idea di pioggia e di acqua corrente basti tenere d’occhio la serie, abbondande e ininterrotta attraverso tutta l’Europa ed altri continenti, di idronimi come Dan-ubio, Don, Tanai, Tan-aro, Fonte di Ten-era (Aielli-Aq), Sorgente Acqua delle Donne (Vallepietra-Roma), Sorgente Duna (Bisegna-Aq) e tanti altri. Anche Giovanni Semerano, il noto semitologo recentemente scomparso, si è interessato alla radice in questione; nel suo L’infinito:un equivoco millenario[5], infatti, egli testualmente afferma: “Il gioco delle assonanze dalle quali scaturiscono realtà imprevedibili si avverte anche nel nome di Dioniso, che per gli Eoli è Zόnnysos. Tale nome risulta della stessa base del nome del cretese Zeus, tramandato da Evemero, Zan. Nell’antica lingua che costituisce il piano dei più solidi riferimenti storici, in queste ricerche delle antichità che dettero origine alla civiltà d’Occidente, Zan richiama accadico zananu (piovere), zunnu (pioggia), che verrà confuso con l’omonimo accadico zunnû (molto infuriato) quale si conviene al Dioniso plebeo, insofferente di ogni ostilità al suo culto”. I Ti-tani, narra il mito, furono spodestati da Zeus dopo una lotta decennale. Ma le due componenti di Ti-tano ( Ti- è variante di Di-) stanno lì ad attestarci che si tratta solo di altro nome di Zeus, composto con le medesime radici di cui esso stesso si nutre come abbiamo visto, e che può semmai adombrare il passaggio, per una determinata regione della Grecia, da una fase linguistica ad altra. Essi, poi, erano giganti in virtù, ancora una volta, dell’incrocio con il verbo ti-taίno (tendere,estendere). Linguisticamente è da dedurre quindi, a mio avviso, che le due componenti del verbo contenessero dentro di sé un significato generico che, all’origine, accomunava l’idea del 'tendere, estendere' con quella di 'irraggiare, effondere, illuminare' per quanto la nostra mente oggi si senta restia ad accettarlo, abituata com’è a distinguere, contrapporre e sottilizzare. Ma si potrebbero elencare diversi verbi e nomi greci che, contemporaneamente, esprimono movimento più o meno rapido e luminosità. Anche la lotta estesa per la durata di dieci anni sostenuta contro Zeus potrebbe essere il risultato dell’idea di 'estensione e di tensione' (cfr. il lat. contendere) contenuta nel verbo suddetto. E’ interessante infine notare come il quadro linguistico dei tempi remoti, che emerge da questi confronti e constatazioni, sia molto mosso e variegato con una ridondanza di forme che, sia pure diluite lungo una linea prospettica diacronica e diatopica, attestano comunque una notevolissima varietà di parlate locali, destinate poi in qualche modo a scomparire o ridursi ai margini via via che un idioma fatalmente prendeva il sopravvento sugli altri in concomitanza del costituirsi di un’entità statuale sempre più vasta e più forte. Non c’è quindi da meravigliarsi, ad esempio, se la radice di Zeus, oltre che negli esempi precedenti, si ritrova anche nel nome Pán-dia, una festa ateniese a lui dedicata, la cui prima componente non è da intendere come “tutto”, ma da ritenere in rapporto con il greco Pan, dio del sole meridiano, e con il simbolo ebraico del Sole, il Penû’El, come vuole a ragione il Semerano[6]. Non sarebbe quindi un caso se proprio nella grotta di Pan, nelle Macre di Atene, Creusa fu sedotta da Apollo e se nella stessa diede alla luce Ione. Entrano in gioco anche i termini panόs ‘fiaccola’(variante di phanόs ‘fiaccola’: cfr. phanaĩos ‘apportatore di luce’, epiteto di Zeus e di Apollo) e Pan-dίa, riferito talora come attributo, ma anche autonomamente, a Selene la quale, per soprammercato, ebbe una figlia da Zeus chiamata, manco a dirlo, proprio Pan-dίē, secondo l’inno omerico di cui sopra (v.15). Cfr. anche Diό-pan, inteso come ‘Giove-Pane’. Dimenticavo di aggiungere che San Zopito di Loreto Aprutino, di cui ho parlato sopra, sarebbe arrivato per la prima volta in processione dalla non lontana città di Penne, riconfermando la sua radice ‘solare’.
[1] Cfr. Luigi Mammarella, Alba Fucens, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 1987, p. 73.
[2] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano-Aq, 1869, p. 146
[3] Cfr. Aurelio Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E. D. C. Editrice, Avezzano, 2005, p.225.
[4] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, Edizione CDE spa, su licenza della Longanesi & C., Milano, 1985, p.144 n. 1, p.227 n.6.
[5] Cfr. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario, Bruno Mondadori, Milano, 2001. p.131. [6] Cfr. Giovanni Semerano, op. cit., p.131.
[1] Cfr. Luigi Mammarella, Alba Fucens, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 1987, p. 73.
[2] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano-Aq, 1869, p. 146
[3] Cfr. Aurelio Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E. D. C. Editrice, Avezzano, 2005, p.225.
[4] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, Edizione CDE spa, su licenza della Longanesi & C., Milano, 1985, p.144 n. 1, p.227 n.6.
[5] Cfr. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario, Bruno Mondadori, Milano, 2001. p.131. [6] Cfr. Giovanni Semerano, op. cit., p.131.
Origine degli agionimi relativi ai centri abitati e ai luoghi di culto cristiani
Solitamente, quando si è dinanzi al problema di spiegare l’origine del nome di un paese costituito da un agionimo, si pensa alla particolare devozione che gli abitanti dovettero avere per quel determitato santo ai primordi del Cristianesimo o nel Medioevo, e all’erezione in suo onore di qualche cappella o chiesa il cui nome sarebbe poi passato all’abitato. Io penso che nella maggior parte dei casi, invece, l’abitato preesistesse, fosse pure uno sparuto gruppo di famiglie e capanne, o che almeno ne preesistesse il toponimo, soprattutto se si trattava di fonti, corsi d’acqua, colli.
I paesi in genere non nascono perché qualcuno, re, condottiero, ecc. decide di fondarne uno con un nome da lui imposto, o perché così decide un gruppo di uomini riuniti a parlamento, bensì per processo naturale di agglomerazione di persone, famiglie, attorno ad una fonte, un ponte, su un colle (possibilmente con sorgenti) ecc., tutte realtà geografiche che avevano già da tempo, forse immemorabile già allora, il loro bel nome. Ora, si dava spesso il caso che questo antichissimo nome, designante la realtà geografica interessata, andava a combaciare, con l’avvento del Cristianesimo, con quello di un santo più o meno noto, o più o meno realmente esistito, e il gioco era fatto. Così si spiegano anche quei nomi strani di santi come quello del paese sardo di Santu Lussurgiu o quello del protettore di Loreto Aprutino (Pescara), san Zopito.
Emblematico a tal proposito è il nome del paese di Santa Anatolia-Ri, di cui tratto nell’articolo dedicato alla madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana, il cui nome antico, scaturito dalle abbondanti sorgenti del luogo, chiaramente doveva corrispondere al greco anatolé ‘sorgente’. Ma interessantissima è la vicenda dei nomi dei paesi umbri Foligno, sul fiume Topino, e Ponte Felcino, sul fiume Tevere, e dei rispettivi nomi dei santi patroni san Feliciano e san Felicissimo. La voce “Foligno” si spiega alla perfezione se la si intende derivata da una forma latina *Fuliginium con vocale anaptittica /i/ inserita nel gruppo /-lg-/ della corispettiva forma attestata Fulginium. La gutturale sonora intervocalica è caduta anche nei nostri dialetti arcaici: Aielli, dal lat. Agellum, ha dato in dialetto Aéjje. Anche la ‘fuliggine”, dal lat. fuliginem, si ritrova in aiellese nella forma fijjìna, con palatalizzazione della liquida e il dileguo totale della gutturale sonora. Si dà il caso che una divinità Fulginia fosse già in antico protettrice della città, come risulta da un’epigrafe del C.I.L. Arrivato il Cristianesimo, la suddetta divinità non ha visto l’ora di trasformarsi, secondo me, nel più credibile Feliciano , aiutato anche dalle pronunce locali che in genere fanno oscurare i timbri delle vocali precedenti la sillaba tonica, per cui un eventuale opaco *Fuliciáno si sarebbe inevitabilmente trasformato nel trasparente Feliciano.
Il caso di Ponte Felcino, a 7 km da Perugia, serve da conferma a quanto finora detto. Il santo protettore del paese è Felicissimo, nome che ripete, nella forma superlativa, la stessa base del toponimo: anche qui probabilmente esisteva un culto precristiano che assunse poi le vesti cristiane. Ora, a giochi fatti, addirittura si innesca un processo inverso a quello che ha dato origine al nome del Santo, tanto che il nome del paese Ponte Felcino è fatto da taluni derivare, per deformazione volgare, da quello del Santo e non viceversa: certamente costoro non sanno che è attestato in epoca antica a Perugia un etnico felcinate da riferire forse proprio a questa località vicina alla città, anche se oscura in passato, e non alla nota Fulginium[1]. I meccanismi mentali che producono queste metamorfosi operano tuttora in piena era tecnologica. Infatti se si cerca in Internet Ponte Felicino, si incontra, tra l’altro, un discreto numero di commercials che reclamizzano merci e marchi di negozi presenti anche a Ponte Felcino, nome che, alle orecchie dei compilatori dei rispettivi siti e quindi nella scrittura, si trasforma costantemente ed automaticamente in quello di Ponte Felicino che non esiste, come non sono mai esistiti, almeno come diretti responsabili del nome attuale dei rispettivi paesi, né san Feliciano né san Felicissimo.
A questo punto sorge spontanea la curiosità di appurare il significato originario della radice felik in questi casi. Per me, come in tanti altri toponimi, l’etimo qui ci è fornito gratuitamente dalla parola “Ponte” che precede “Felcino”. Mi limito a citare, tra i tanti toponimi simili, la chiesa medievale Sancti Felicis in vado Albonis ricadente nel territorio di Ortona dei Marsi in un posto dove, secondo il nome (cfr. lat.vadum ‘guado, passaggio’), doveva esistere un valico. Anche il passo di Velika Vrata (Grande Porta) nell’ex Jugoslavia ripete,secondo me, nei due nomi (di cui uno assomiglia a Felice), l’identico concetto di ‘passo’. La tradizione orale sembra confermare la cosa. San Feliciano infatti sarebbe stato sepolto a Foligno presso il ponte di Cesare sul fiume Topino, dove ora si trova la cattedrale a lui dedicata. Meraviglie della fede che opera questi miracoli permettendo la ininterrotta continuità di un culto nello stesso luogo: attraverso i millenni esso non si è spostato di un centimetro! Ugualmente san Felicissimo sarebbe stato sepolto presso il fiume Tevere dove esisteva una chiesa fino a non ricordo quale epoca. Ma a noi interessa, più che la conferma del significato di ‘ponte’, la continuità tra passato e presente attestata con alto grado di probabilità dalla stretta somiglianza tra i nomi di partenza delle due località *Felcinum e Fulginium e quelli di arrivo Felicissimo e Feliciano.
[1] Aa.Vv. Popoli e Civiltà dell’Italia Antica, vol.VI, Biblioteca di Storia Patria, Roma 1978, p.118, par. 32.
I paesi in genere non nascono perché qualcuno, re, condottiero, ecc. decide di fondarne uno con un nome da lui imposto, o perché così decide un gruppo di uomini riuniti a parlamento, bensì per processo naturale di agglomerazione di persone, famiglie, attorno ad una fonte, un ponte, su un colle (possibilmente con sorgenti) ecc., tutte realtà geografiche che avevano già da tempo, forse immemorabile già allora, il loro bel nome. Ora, si dava spesso il caso che questo antichissimo nome, designante la realtà geografica interessata, andava a combaciare, con l’avvento del Cristianesimo, con quello di un santo più o meno noto, o più o meno realmente esistito, e il gioco era fatto. Così si spiegano anche quei nomi strani di santi come quello del paese sardo di Santu Lussurgiu o quello del protettore di Loreto Aprutino (Pescara), san Zopito.
Emblematico a tal proposito è il nome del paese di Santa Anatolia-Ri, di cui tratto nell’articolo dedicato alla madonna della Vittoria di Scurcola Marsicana, il cui nome antico, scaturito dalle abbondanti sorgenti del luogo, chiaramente doveva corrispondere al greco anatolé ‘sorgente’. Ma interessantissima è la vicenda dei nomi dei paesi umbri Foligno, sul fiume Topino, e Ponte Felcino, sul fiume Tevere, e dei rispettivi nomi dei santi patroni san Feliciano e san Felicissimo. La voce “Foligno” si spiega alla perfezione se la si intende derivata da una forma latina *Fuliginium con vocale anaptittica /i/ inserita nel gruppo /-lg-/ della corispettiva forma attestata Fulginium. La gutturale sonora intervocalica è caduta anche nei nostri dialetti arcaici: Aielli, dal lat. Agellum, ha dato in dialetto Aéjje. Anche la ‘fuliggine”, dal lat. fuliginem, si ritrova in aiellese nella forma fijjìna, con palatalizzazione della liquida e il dileguo totale della gutturale sonora. Si dà il caso che una divinità Fulginia fosse già in antico protettrice della città, come risulta da un’epigrafe del C.I.L. Arrivato il Cristianesimo, la suddetta divinità non ha visto l’ora di trasformarsi, secondo me, nel più credibile Feliciano , aiutato anche dalle pronunce locali che in genere fanno oscurare i timbri delle vocali precedenti la sillaba tonica, per cui un eventuale opaco *Fuliciáno si sarebbe inevitabilmente trasformato nel trasparente Feliciano.
Il caso di Ponte Felcino, a 7 km da Perugia, serve da conferma a quanto finora detto. Il santo protettore del paese è Felicissimo, nome che ripete, nella forma superlativa, la stessa base del toponimo: anche qui probabilmente esisteva un culto precristiano che assunse poi le vesti cristiane. Ora, a giochi fatti, addirittura si innesca un processo inverso a quello che ha dato origine al nome del Santo, tanto che il nome del paese Ponte Felcino è fatto da taluni derivare, per deformazione volgare, da quello del Santo e non viceversa: certamente costoro non sanno che è attestato in epoca antica a Perugia un etnico felcinate da riferire forse proprio a questa località vicina alla città, anche se oscura in passato, e non alla nota Fulginium[1]. I meccanismi mentali che producono queste metamorfosi operano tuttora in piena era tecnologica. Infatti se si cerca in Internet Ponte Felicino, si incontra, tra l’altro, un discreto numero di commercials che reclamizzano merci e marchi di negozi presenti anche a Ponte Felcino, nome che, alle orecchie dei compilatori dei rispettivi siti e quindi nella scrittura, si trasforma costantemente ed automaticamente in quello di Ponte Felicino che non esiste, come non sono mai esistiti, almeno come diretti responsabili del nome attuale dei rispettivi paesi, né san Feliciano né san Felicissimo.
A questo punto sorge spontanea la curiosità di appurare il significato originario della radice felik in questi casi. Per me, come in tanti altri toponimi, l’etimo qui ci è fornito gratuitamente dalla parola “Ponte” che precede “Felcino”. Mi limito a citare, tra i tanti toponimi simili, la chiesa medievale Sancti Felicis in vado Albonis ricadente nel territorio di Ortona dei Marsi in un posto dove, secondo il nome (cfr. lat.vadum ‘guado, passaggio’), doveva esistere un valico. Anche il passo di Velika Vrata (Grande Porta) nell’ex Jugoslavia ripete,secondo me, nei due nomi (di cui uno assomiglia a Felice), l’identico concetto di ‘passo’. La tradizione orale sembra confermare la cosa. San Feliciano infatti sarebbe stato sepolto a Foligno presso il ponte di Cesare sul fiume Topino, dove ora si trova la cattedrale a lui dedicata. Meraviglie della fede che opera questi miracoli permettendo la ininterrotta continuità di un culto nello stesso luogo: attraverso i millenni esso non si è spostato di un centimetro! Ugualmente san Felicissimo sarebbe stato sepolto presso il fiume Tevere dove esisteva una chiesa fino a non ricordo quale epoca. Ma a noi interessa, più che la conferma del significato di ‘ponte’, la continuità tra passato e presente attestata con alto grado di probabilità dalla stretta somiglianza tra i nomi di partenza delle due località *Felcinum e Fulginium e quelli di arrivo Felicissimo e Feliciano.
[1] Aa.Vv. Popoli e Civiltà dell’Italia Antica, vol.VI, Biblioteca di Storia Patria, Roma 1978, p.118, par. 32.
lunedì 29 giugno 2009
Perchè gli aedi erano considerati ciechi
Mi sono chiesto perché gli antichi cantori epici, gli aedi, venissero in genere rappresentati come ciechi, e credo di averne scoperto il motivo nella vicinanza del termine aoidos ‘aedo,cantore’ all’aggettivo che i greci vedevano anche dietro Aides, cioè a-(w)ides ‘invisibile’ o, in senso attivo, ‘che non vede’. E in effetti anche l’idea del vedere che è in superficie nell’ inglese seer’ veggente’ a mio avviso può rimandare all’idea del ‘dire, cantare’ che mi sembra una delle più antiche in questi personaggi ( cfr. anche ingl. sooth-sayer ‘profeta, indovino, letter. dicitore di verità’, greco pro-phetes ’profeta’ da phe-mi ’dico’; cfr. anche lat. fa-ri ’parlare’, lat. fama, ecc.). Il verbo to see ‘vedere’,infatti, viene messo in rapporto col lat. sequi ’seguire (con gli occhi)’, il quale quasi combaciava con il lat. arcaico in-sece ’canta’, variante di ted sag-en ’dire’, ingl. say ‘dire’. Non essendo rimasta nell’inglese moderno la forma arcaica seyen, seggen ’dire’ era fatale che l’eventuale ‘dicitore’ si trasformasse in ‘ veggente’. Questa idea di 'veggente', relativa ai profeti, che prima erano immaginati invece ciechi, mi pare che sia piuttosto recente e sviluppatasi in conseguenza di questi scherzi nella storia delle parole. Il tutto è confermato dall’espressione inglese second sight ‘preveggenza, prescienza’ (letter. ‘seconda vista’) che all’origine doveva significare ‘vista del veggente (dicitore)’ o, meglio, ‘le cose dette dal profeta’, visto che sight ha la stessa radice di to see 'vedere', confondibile con quella del verbo che indicava il 'dire', testè analizzata. L'ingl. second è uguale o simile, ad esempio, all'aggettivo ted. sehend 'veggente'. Anche Giovanni Pascoli si era accorto di alcuni di questi giochi di parole, a proposito di aoidos ‘aedo, cantore’ (cfr. il suo saggio Il fanciullino, n.5).
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