martedì 30 giugno 2009

San Zopito, san Pietro, Giove ed altro

L’epiteto tany()-pteros ‘ dalle lunghe ali’ nell’inno omerico a Selene. E’ altamente improbabile che un poeta greco, sia pure dell’età arcaica, abbia potuto inventare un attributo così strano per la luna, anche se vista nelle vesti di una divinità. Si deve ragionevolmente pensare che tany()-pteros ‘ dalle lunghe ali’ sia il relitto di parola arcaica riferita alla luna, presente magari in qualche parlata locale, o piuttosto la sopravvivenza, nella tradizione poetica, di qualche raro epiteto lunare. Secondo il mio modo di vedere esso si spiega comunque benissimo se si mette in rapporto con nomi simili della tradizione mitica e del lessico greco della medesima area semantica. Fermo restando l’assunto, di cui sono certo, che questi composti nascono sotto la spinta della ripetizione tautologica dello stesso concetto nelle due componenti, mi viene naturale collegare –pteros al termine celtico patera, fornitoci da Ausonio, che significa ‘sacerdote di Apollo’; alle tre patere d’oro situate dinanzi alla statua di Giunone nel tempio di Giove sul Campidoglio; a Saint Patr-ik che, nella leggenda, accende il fuoco pasquale qualche istante prima che i druidi accendano il loro fuoco pagano sulla collina di Tara; al colle di San Pietro, con relativa chiesa di San Pietro sorta come riadattamento di un precedente tempio pagano nell’area di Alba Fucens, dedicato, secondo una tradizione giunta fino a noi, agli dèi della luce diurna o solare, Giove[1] o Apollo; al monte San Pietro nel territorio di Aielli-Aq, con la chiesa medievale di San Pietro[2] quasi sulla sommità, i cui ruderi, noti come Casarilë Santë Petrë, sfidano ancora i secoli e forse sono l’ultimo indizio del culto, in quel sito, di una originaria e antichissima divinità della luce; al concetto, in ultima analisi, di espansione, diffusione, emanazione proprio della luce, ma anche delle acque, del vento, e di ogni cosa che possa essere collegata al movimento, e ben presente nell’etimo di –pteros che è lo stesso di lat. pet-ere ‘andare, assalire, chiedere’, greco -pt-omai ’cado’, greco pot-amόs ’fiume’, greco pét-omai ’io volo’: ecco perché tany()pteros è, in poesia, un normale esornativo per gli uccelli che sono naturalmente ‘veloci, volanti’ e ‘volatili’ piuttosto che, letteralmente, ‘dalle lunghe ali’ per cui il termine poteva inizialmente indicare anche gli uccelli tout court. Una volta viene usato addirittura per la mosca “schizzante” (Simonide, fr. 6). Un termine simile è taný-dromos ‘veloce nella corsa’; anche όrnis ‘uccello’ sfrutta quasi certamente il concetto di ‘movimento’ (cfr. όrnymi ‘metto in moto, eccito, sollevo, ecc.’). Le chiese di San Pietro su menzionate ci ricollegano alla stupenda festa di San Zopίto che si svolge, in concomitanza con la Pentecoste, a Loreto Aprutino-Pe. Un bue bianco, caratteristicamente addobbato con uno specchio ovale in mezzo alla fronte ( chiaro simbolo del disco del sole, a mio parere) e cavalcato da un angelo (un ragazzino biondo in tunica bianca con un fiore rosso tra le labbra e molti monili d’oro attorno al collo) munito di un parasole, entrava in passato nella chiesa di San Pietro (ora, ahimè, si ferma sul sagrato per divieto di qualche autorità religiosa) e andava ad inginocchiarsi, come per mesi era stato addestrato a fare, dinanzi al busto ligneo di San Zopito. Ora, senza soffermarmi su altri particolari interessanti, mi pare che non si possa negare la "solarità" di questa antica divinità il cui strano nome, se rettamente inteso, ci porta dritto dritto a un equivalente del lat. Iu-piter, in cui la componente Iu- risulta da un precedente Dieu-, come tutti sanno. Solo che in questo caso il nesso Di- ha dato come esito un’affricata sonora, come è avvenuto normalmente all’interno o alla fine di tante altre parole. Che la componente –pito sia la continuazione di –piter mi pare confermato dal nome della chiesa di San Pietro, dove entra il bue e dove si conserva il busto del Santo, nonché dall’imprecazione Dio prete![3] in uso in Romagna, in cui 'prete' è l’esito dell’originario piter, avendo subito la stessa metatesi della diffusa voce dialettale preta, dal lat. petra, e il normale passaggio della /i/ tonica breve in /e/, come in 'vetro', dal lat. vitrum. Ahimè! quella che all’origine era una innocua invocazione o esclamazione (o Giove! oppure per Giove!) ha subito un processo di degenerazione, destino impietoso di ogni terrena cosa, trasformandosi in una curiosa imprecazione! Ricordo anche che, dalle nostre parti, sentivo spesso in giro pronunciare la blanda imprecazione Dio frate!, specchio del greco Zeús phrátrios , cioè Zeus protettore delle fratrie o, latinamente, delle gentes. Ma il significato originario di phrátrios doveva essere, secondo me, lo stesso di Zeus (splendore), più vicino al ted. brodeln ’bollire’ o ted. braten ’arrostire’ o ingl. to burn ‘ardere’ che alla nozione di ‘fratello’. Tra le mandrie di buoi sacri al Sole è famosa quella violata dai compagni di Ulisse arrivati in Trinacria. I Dios-curi, figli di Giove e di Leda, ai quali veniva attribuito anche il fuoco di Sant’Elmo, nell’inno omerico loro dedicato, accorrono xouthêisi pter-ýg-essi ‘ con le ali veloci’ alle invocazioni dei marinai in difficoltà nel mare agitato. E ugualmente non può meravigliare il fatto che i due gemelli, alle loro apparizioni, siano seguiti da uno stormo di rondini se è vero che xouthos equivale a “rondine”[4]. Anche in questo caso io penserei che le ali loro attribuite siano dovute al gioco delle assonanze come dimostra anche il relativo aggettivo xouthόs dai significati molteplici di 'giallo-oro, fulvo, chiaro, sonoro, acuto, agile, veloce', tutti riconducibili, secondo me, all’idea basilare di movimento,vivacità. Nel mito poi, Xouthόs, marito di Creusa, svolge il ruolo di padre putativo di Ione, figlio che Creusa aveva avuto da Apollo. Si è quindi sempre nell’ambito di termini, a mio avviso, collegabili con la luminosità del dio del sole. Nello Ione di Euripide c’è un passo in cui Ione, custode del tempio di Apollo a Delfi, descrivendo il suo duro, anche se gradito, lavoro di uomo delle pulizie, afferma che tutti i giorni deve svolgere il suo servizio hám’ halίou / ptér-ygi thoâi (letteral. ‘ con del sole l’ala veloce’, cioè ‘ col primo sorgere del sole’, vv. 122-23). Credo che anche quest’espressione vada inserita nel contesto di una tradizione poetica o mitica antichissima all’origine della quale il valore di ptér-yx (ala) doveva essere semplicemente quello di 'luce'. La componente tany()- corrisponde pari pari al greco Tán ( ma anche alle varianti Dán, Zán, Zén,ecc.), forma dialettale di Zeus ( da *Di-eus: cfr. lat. di-es 'giorno', lat. Iu-piter in cui -piter, insieme a pater, è variante di -pteros). Non è un caso se anche la radice di tany- ci riconduce all’idea di estensione,espansione di cui sopra (cfr. lat. ten-eo, ten-do). Se andiamo a dare un’occhiata al mito ci accorgiamo, ad esempio, che Danae, la figlia di Acrisio, rinchiusa dal padre in una torre, viene visitata da Zeus sotto forma di una pioggia d’oro. L’oro è l’effetto della luminosità che sta dietro Dán (Zeus) e dietro il greco danόs (arido, secco, da daίō=ardo, divampo, incendio). La stessa radice si ritrova nella festa celtica del 1° maggio, che segnava l’inizio della bella stagione, e che portava il nome di Bel-taine ‘fuoco di Bel’, della divinità cioè che corrispondeva all’Apollo greco-latino, essa stessa portatrice di una radice ‘luminosa’. Alcuni esegeti del mito, votati ad una spiegazione razionale a tutti i costi, pensano che esso adombri la bonifica di terreni aridi e non sospettano nemmeno per un istante che la spiegazione corretta sarebbe lì a portata di mano se solo scorgessero gli incontri del tutto casuali delle radici interessate. I riflessi di questo oro si notano, a mio parere, anche nel nome del centro religioso di Dan nella Bibbia dove il re Geroboamo fece collocare uno dei vitelli d’oro da lui fatti modellare, forse rappresentazione di Jahvè (cfr.1Re, 12, 28-29). Per l’idea di pioggia e di acqua corrente basti tenere d’occhio la serie, abbondande e ininterrotta attraverso tutta l’Europa ed altri continenti, di idronimi come Dan-ubio, Don, Tanai, Tan-aro, Fonte di Ten-era (Aielli-Aq), Sorgente Acqua delle Donne (Vallepietra-Roma), Sorgente Duna (Bisegna-Aq) e tanti altri. Anche Giovanni Semerano, il noto semitologo recentemente scomparso, si è interessato alla radice in questione; nel suo L’infinito:un equivoco millenario[5], infatti, egli testualmente afferma: “Il gioco delle assonanze dalle quali scaturiscono realtà imprevedibili si avverte anche nel nome di Dioniso, che per gli Eoli è Zόnnysos. Tale nome risulta della stessa base del nome del cretese Zeus, tramandato da Evemero, Zan. Nell’antica lingua che costituisce il piano dei più solidi riferimenti storici, in queste ricerche delle antichità che dettero origine alla civiltà d’Occidente, Zan richiama accadico zananu (piovere), zunnu (pioggia), che verrà confuso con l’omonimo accadico zunnû (molto infuriato) quale si conviene al Dioniso plebeo, insofferente di ogni ostilità al suo culto”. I Ti-tani, narra il mito, furono spodestati da Zeus dopo una lotta decennale. Ma le due componenti di Ti-tano ( Ti- è variante di Di-) stanno lì ad attestarci che si tratta solo di altro nome di Zeus, composto con le medesime radici di cui esso stesso si nutre come abbiamo visto, e che può semmai adombrare il passaggio, per una determinata regione della Grecia, da una fase linguistica ad altra. Essi, poi, erano giganti in virtù, ancora una volta, dell’incrocio con il verbo ti-taίno (tendere,estendere). Linguisticamente è da dedurre quindi, a mio avviso, che le due componenti del verbo contenessero dentro di sé un significato generico che, all’origine, accomunava l’idea del 'tendere, estendere' con quella di 'irraggiare, effondere, illuminare' per quanto la nostra mente oggi si senta restia ad accettarlo, abituata com’è a distinguere, contrapporre e sottilizzare. Ma si potrebbero elencare diversi verbi e nomi greci che, contemporaneamente, esprimono movimento più o meno rapido e luminosità. Anche la lotta estesa per la durata di dieci anni sostenuta contro Zeus potrebbe essere il risultato dell’idea di 'estensione e di tensione' (cfr. il lat. contendere) contenuta nel verbo suddetto. E’ interessante infine notare come il quadro linguistico dei tempi remoti, che emerge da questi confronti e constatazioni, sia molto mosso e variegato con una ridondanza di forme che, sia pure diluite lungo una linea prospettica diacronica e diatopica, attestano comunque una notevolissima varietà di parlate locali, destinate poi in qualche modo a scomparire o ridursi ai margini via via che un idioma fatalmente prendeva il sopravvento sugli altri in concomitanza del costituirsi di un’entità statuale sempre più vasta e più forte. Non c’è quindi da meravigliarsi, ad esempio, se la radice di Zeus, oltre che negli esempi precedenti, si ritrova anche nel nome Pán-dia, una festa ateniese a lui dedicata, la cui prima componente non è da intendere come “tutto”, ma da ritenere in rapporto con il greco Pan, dio del sole meridiano, e con il simbolo ebraico del Sole, il Penû’El, come vuole a ragione il Semerano[6]. Non sarebbe quindi un caso se proprio nella grotta di Pan, nelle Macre di Atene, Creusa fu sedotta da Apollo e se nella stessa diede alla luce Ione. Entrano in gioco anche i termini panόs ‘fiaccola’(variante di phanόs ‘fiaccola’: cfr. phanaĩos ‘apportatore di luce’, epiteto di Zeus e di Apollo) e Pan-dίa, riferito talora come attributo, ma anche autonomamente, a Selene la quale, per soprammercato, ebbe una figlia da Zeus chiamata, manco a dirlo, proprio Pan-dίē, secondo l’inno omerico di cui sopra (v.15). Cfr. anche Diό-pan, inteso come ‘Giove-Pane’. Dimenticavo di aggiungere che San Zopito di Loreto Aprutino, di cui ho parlato sopra, sarebbe arrivato per la prima volta in processione dalla non lontana città di Penne, riconfermando la sua radice ‘solare’. [1] Cfr. Luigi Mammarella, Alba Fucens, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 1987, p. 73. [2] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano-Aq, 1869, p. 146 [3] Cfr. Aurelio Nardelli, Il secolo XX (breve?-lungo?), E. D. C. Editrice, Avezzano, 2005, p.225. [4] Cfr. Robert Graves, I Miti Greci, Edizione CDE spa, su licenza della Longanesi & C., Milano, 1985, p.144 n. 1, p.227 n.6. [5] Cfr. Giovanni Semerano, L’infinito: un equivoco millenario, Bruno Mondadori, Milano, 2001. p.131. [6] Cfr. Giovanni Semerano, op. cit., p.131.

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