lunedì 19 marzo 2018

Il gioco TOPATOPA 'nascondino' e molto altro.


                                                              

   A Lecce dei Marsi il gioco del “nascondino” veniva chiamato topatopa [1] e a Rocca di Botte-Aq topo topo . In altri paesi della Marsica, ad indicare lo stesso gioco, bastava la sola topa, come a Trasacco e Luco dei Marsi.  Ormai ben lo sappiamo, non bisogna credere per nulla che queste denominazioni siano dovute all’inventiva estemporanea di qualche ragazzo e che si siano poi affermate definitivamente.  La denominazione infatti ricorre non solo nella Marsica, ma anche altrove in Abruzzo, nel Lazio e addirittura a Milano (toppa) e nel Trentino (tupa).  Questo fatto depone a favore di una sua origine antica, preistorica, in direzione di un significato che doveva essere, né più né meno, che quello di ‘nascondino, luogo nascosto, tana, buco’.  In effetti un altro nome del gioco era proprio tana, diffuso in molte parti d’Italia.

   C’è un’altra osservazione importante da fare. In greco il termine tóp-os, il cui significato più diffuso e noto è ‘luogo’, indicava anche, in Aristotele, l’organo sessuale femminile (cfr. il vocab. Rocci). Ora, non si può negare che questo termine, a parte la desinenza –os, assomigli ad uno dei nomi più diffusi tra noi per designare l’organo femminile, e cioè topa.  Ma perché faccio un simile accostamento? Il motivo è che, a mio avviso, tutte le voci, dialettali o no, che si riferiscono all’organo sessuale femminile, anche quando sembra che esse indichino tutt’altro, in verità all’origine esprimevano, una volta tolte le incrostazioni superficiali, il concetto di “fessura, cavità, buco” come ho avuto modo di mostrare in alcuni articoli per alcune di esse[2].  E che cosa c’entra questo con la voce topa ‘nascondino’? C’entra perché secondo me questa voce, in tempi lontani o lontanissimi, doveva avere proprio il significato di ‘nascondino, nascondiglio, tana, buco’, cioè il nome stesso del gioco.  Solo che a questo mio saldo convincimento si oppone la vulgata di tutti gli studiosi secondo cui l’organo femminile suddetto è chiamato topa per via figurativa a causa della somiglianza dei peli neri del pube a quelli di una talpa o un topo, e rincarano la dose osservando che anche la sorca ‘organo femminile’ è così chiamata perché simile ad un sorco, sorcio, dal lat. soric-e(m) ‘topo, sorcio’.  E così sembra che, effettivamente, non mi resti che arrendermi e tacere.  Io, però, non demordo perché conosco le mille trappole che le parole, con le loro radici in vita da decine di migliaia di anni, fanno scattare prima di concedere la loro ben custodita intimità. 

   Il ragionamento dei linguisti, che sembra ineccepibile, mostra in realtà qualche punto debole che può inficiarne la validità: come mai solo il pube femminile sarebbe coinvolto nella somiglianza col pelo del topo e non anche il pube maschile, del tutto simile? La lingua, inoltre, che è solita nominare direttamente le cose (come ho mostrato sovente nei miei articoli), contrariamente a quello che appare in superficie, perché mai dovrebbe confondere i peli del pube con l’organo genitale femminile? D’accordo, questi sono solo indizi, anche se sufficienti,però, a mettere in dubbio la veridicità della vulgata dei linguisti.  Ma l’it. toppa ‘buco della serratura’ viene ad assumere in questo contesto la dignità di “prova”, insieme al milanese toppa ‘gioco del nascondino’, al sardo tupa ‘tana’ ma anche ‘buco della serratura’ e al trentino tupa ‘gioco del nascondino’, anche per la facile allusione dell’espressione “buco della chiave” all’atto sessuale, e ci conferma così il sempre presente principio che l’uomo, dando vita al linguaggio, ha normalmente indicato le cose realisticamente per quello che erano e non perché esse fossero simili ad altre che d’altronde, soprattutto alle origini, egli doveva in gran parte ancora nominare.  Siamo pertanto più attenti quando analizziamo i fenomeni linguistici e in questo caso non lasciamoci fuorviare dalla forza seduttiva del pelo, come recita anche un detto volgare. Questa forza del pelo ha inoltre permesso al locutore di scivolare inavvertitamente, quasi con naturalezza, da una parola realisticamente cruda e diretta per i genitali femminili verso l’uso di un termine omofono ma di significato diverso che comunque si prestava  ad indicare per via figurata ed eufemistica una cosa così pruriginosa come i genitali femminili: ma che si tratti per così dire di falso gioco eufemistico, perché sotto la superficie del termine ben si nasconde l’originario termine diretto e crudo, credo di averlo sufficientemente mostrato sopra, come del resto è avvenuto anche per la coppia fresca/fregna di cui ho parlato nell’articolo sopra citato. Pertanto è molto probabile che i numerosi termini, con cui viene indicato nei dialetti l’organo sessuale femminile, nascondano un meccanismo simile in base al quale si deve andare a cercare in fondo ai vari significati superficiali quelli di buco, cavità, insenatura, ecc. più direttamente rispondenti alla cosa da nominare. A rendere poi questa operazione non sempre facile c’è da notare che, in questi casi, le parole che indicavano direttamente i genitali femminili caddero dall’uso facilitando l’impressione, anzi, la certezza che, sotto i termini omofoni subentrati al loro posto, non ci fosse nessun altro termine da cercare: errore gravissimo che insieme a qualche altro ha impedito, a mio avviso, alla linguistica di aprire panorami nuovi nella ricerca, molto diversi da quello tradizionale.  Ma è un fatto che, se i termini con i significati nudi e crudi sono scomparsi, restano comunque, nei dialetti ma anche nell’italiano stesso o in altre lingue, diversi altri termini più o meno omofoni col significato generico di ‘cavità’, affine a quello di organo sessuale femminile.  Fatto che conferma la bontà di ciò che vado sostenendo.  Ma per tagliare definitivamente la testa al toro riguardo ai cosiddetti significati figurati o metaforici delle parole voglio fare l’esempio di una espressione che ho decifrato proprio qualche giorno fa.
   
    Mi sono chiesto perché, per definire una persona molto bassa, si usa dire, non sempre scherzosamente, “è un tappo, è un tappetto”.  Perché mai l’inventore, diciamo così, di questa curiosa espressione è ricorso al tappo, tra i tanti piccoli oggetti, sinonimi o meno di tappo, come cavicchio, zipolo, legnetto, cece, cicerchia, puntina, fuscello, pagliuca, ecc.? Dopo aver riflettuto un po’, poco convinto del significato metaforico di tappo, mi è venuto in mente l’aggettivo greco tap-ein-ós ‘umile, misero’ ma anche ‘basso (di luogo), basso di statura’.  In italiano tapino ha mantenuto solo il significato figurato di ‘misero, infelice, povero, ecc.’ e chi cita il termine greco solitamente dimentica questo significato che doveva essere quello concreto originario. La forma dialettale tappìnë[3] con la labiale raddoppiata ci fa capire che la parola dovette essere intesa ad un certo momento come diminutivo di tappo e questo favorì l’origine dell’espressione suddetta essere un tappo ‘essere assai basso’.  Ma poteva esserci in Grecia e altrove un sostantivo poi caduto in disuso, formato dalla radice dell’aggettivo tap-ino.  Le tappine in Sicilia e altrove sono scarpe basse, senza tacco, pianelle. Nella laguna veneta le tappine sono fondali bassi, secche. Anche nella lingua spagnola il termine tapón ‘tappo’ viene usato, familiarmente, per ‘persona bassa’. 

  Qualcuno fa derivare l’aggettivo tapino dall’ant.fr. tapin ‘nascosto, silenzioso’ di origine germanica, cfr. gotico tapp-jan ‘nascondere’, che per me è variante, nella radice, di it.topa ‘genitali femminili’ o it. topa ’nascondino’.  D’altronde anche l’ingl. tap ‘zipolo,tappo’, ted.occid. tap ‘tappo’, ted. moderno zapf ‘zipolo,tappo’ insieme all’it.tappo condividono con il verbo gotico citato la funzione di “nascondere” nel senso di  ‘coprire, chiudere’ in riferimento ai vari buchi di recipienti contenenti in genere liquidi.  Da non dimenticare la variante ingl. top ‘tappo’ come nell’espressione (bottle) top ‘tappo della bottiglia’ nonché il sardo tup-óne ‘tappo’, anche piccolo, in cui il falso suffisso –óne non è accrescitivo. La lingua è terribilmente versicolore, ingannevole e sempre pronta a mescolare le carte in tavola; infatti in questo caso cerca di insinuare nella mente del parlante l’idea che quel top abbia il normale significato di ‘cima, punta,apice,colmo’ del collo della bottiglia dove si trova il buco col tappo.  Ma a noi non ci frega! Sappiamo che la parola deve indicare la cosa in sé e non per via metaforica. Infatti il verbo to top vale anche ‘coprire’, significato che scivola facilmente in quello di ‘chiudere’, e in diversi altri. E in effetti se ci si riflette un po’ il significato di ‘essere in cima’ in questo caso non è altro che lo sviluppo del significato di ‘coprire’: qualcosa che copre un’altra cosa, deve stare spesso in cima, sopra all’altra, non importa se con contatto o senza. La parola top è usata anche per indicare una vasta gamma di indumenti della parte superiore del corpo, compreso il reggiseno: da quello che abbiamo detto, però, il concetto di ‘parte superiore’ nella definizione del termine è qualcosa che è subentrato successivamente, per via dell’incrocio di top ‘cima, vertice’ con l’originario *top ‘copertura, coperta ’ e quindi ‘giacca, maglia, indumento’, col quale siamo tornati, se vogliamo, all’italiano  dialettale tupa ‘cavità, buco, tana, nascondino’ e dialett. topa ‘genitali femminili’ . Ma c’è ancora l’it. toppa (rammendo di uno strappo) il cui senso originario doveva essere quello di chiusura, ostruzione, copertura e di pezzo di stoffa che si prestava a riparare un buco, uno strappo in un indumento. E l’it. in-toppo nel senso appunto, di ‘ostacolo, ostruzione’ dove lo mettiamo?. La ciliegina sulla torta è per me rappresentata, però, dal nome composto inglese top secret ‘massimo segreto ’ che, come ho mostrato per altri composti in altri articoli, inizialmente doveva essere una tautologia in cui la prima componente top aveva lo stesso significato di secret ‘segreto, nascosto’ di origine latina.  Successivamente l’espressione si è prestata, a causa dell’incrocio con top ‘massimo’, ad esprimere un segreto particolarmente riservato. Allo stesso modo dobbiamo toglierci dalla mente che l’it. topaia ‘buco di topi, bugigattolo, stamberga’ deve il suo nome a quello del roditore. Diceva pressappoco il Saussure che la lingua, contrariamente all’idea falsa che ce ne facciamo, non è un meccanismo creato apposta per la descrizione dei concetti che deve esprimere[4]. Essa si arrangia come meglio può, riciclando spesso parole che originariamente avevano un altro significato, fortuitamente sostituito da uno più moderno e diffuso, proprio di un altro termine omofono.

   I riferimenti relativi a questa radice non finiscono qui.  Anche il lat. tub-u(m) ‘tubo, condotto’ e il lat. tub-a(m) ‘tromba’, ingl. tub ‘mastello, tinozza’, ted. Topf ‘pentola’ in quanto  “cavità”,  fanno parte della stessa famiglia unitamente alla variante oscoumbra tufa che continua in svariati dialetti italiani nelle forme tofa, tufa, tuva, ecc. indicanti una grossa conchiglia tortile di forma conica usata un tempo da pescatori e pastori a mo’ di tromba.[5]  Nell’antichità latino-greca la tofa era simbolo di fertilità femminile per ovvi motivi, credo, data l’apertura della conchiglia che dava l’idea dei genitali femminili o della cavità conica dell’utero. Ma poteva anche darsi che in qualche lingua con quel termine si indicassero chiaramente i genitali femminili: cfr. il gr. top-os 'genitali femminili' sopracitato. In napoletano un insulto rivolto a madri o sorelle di qualcuno era quello di tofa  che significava e significa ancora ‘puttana, zoccola’, voce quest’ultima che ha nei dialetti due significati, quello di ‘topo di chiavica’ e quello di ‘puttana’ oltre a quello di ‘organo sessuale femminile’[6]. In paesi dell’Estremo Oriente ancora oggi si suona questa conchiglia in occasione di cerimonie relative alla fertilità e alla nascita. Era qui allora che, a mio avviso, gli etimologi dovevano cercare per trovare la spiegazione del dial. topa ‘organo sessuale femminile’! Ma la voce topa ‘femmina del topo’ o anche ’talpa’ era la più comune, la più diffusa e anche la più a portata di mano nel nostro cervello, sicchè si superò anche il naturale ribrezzo che il roditore, in specie quello di fogna, suscita e che avrebbe dovuto in qualche modo impedire il paragone tra i due referenti. Le due tope, insomma, erano a mio parere impossibili da paragonare vicendevolmente in quanto generanti sentimenti diametralmente opposti: attrazione e repellenza.  Della stessa famiglia sono a mio parere le voci dialettali corse tofone, tufone, tafone[7] ’foro,buco,burrone’ nonché il gallurese tavoni ‘breccia, buco nel muro’ e la voce tàfano ‘ano’ del dialetto di Aielli-Aq, il mio paese, e di altri.

   La topa è una imbarcazione (quindi una cavità) a fondo piatto della Laguna di Venezia, che nel nome richiama l’ingl. tub ‘tinozza’ sopra citato’, termine che vale anche ‘sorta di imbarcazione’. A Frassinoro-Mo la voce topa indica un copricapo a busta realizzato con pelliccia, simile al colbacco, e lo si fa derivare da topa ‘genitali femminili’ ma si trascura il fatto che topa  è anche un termine hindi che indica varie specie di ‘copricapi’ o anche il ‘cofano’. Nel caso della topa di Frassinoro ritorna la tentazione di crederla derivata figuratamente dall’idea di ”pelo, pelame”  connessa con quella di “topo”.  Il fatto è che la radice top aveva già in ingl. dial.  il sign. di ‘ciuffo, bioccolo’ come in ingl. tuft ‘ciuffo, fiocco ’ e ant.fr. top ‘ciuffo’; quindi, anche per questa via si dovrebbe escludere il tentativo di collegare i termini alla peluria del roditore. Ma c’è da supporre che questi significati di ‘ciuffo, pelame’ rinviano all’idea di “insieme, gruppo, unione’, già adombrata nel significato di ‘coprire’ che la radice come abbiamo visto aveva; infatti l’idea di “coprire” coinvolge anche quella di ‘stare addosso, formare un gruppo, un insieme, una massa’ come risulta evidente, ad esempio, nella voce del dialetto di Trasacco-Aq toppë ‘gruppo di persone, assembramento, capannello di gente, bioccolo, groviglio, grumo di farina’.  Da questo si capisce bene anche l’origine del dialettale abruzzese toppa ‘zolla’ e toppa ‘palla di neve’, nonché il sardo tupa ‘macchia, cespuglio’ che abbiamo più sopra incontrato ma col significato di ‘tana, buco della serratura’.

  Questa radice TOP- ha avuto la fortuna, dunque, di conservarsi, con le sue varianti e con gli svariati significati, riallacciabili comunque gli uni agli altri, in diverse lingue o nella stessa lingua.  Naturalmente non credo di averli elencati tutti. Qualcuno è rimasto fuori.  Ma è ora di passare ad analizzare velocemente, per non rendere l’articolo troppo lungo, l’altra voce dialettale sorga, soreca ‘organo sessuale femminile, che avevamo introdotta all’inizio dell’articolo e da cui pare derivare anche la voce regionale zoccola, più sopra citata, attraverso un diminutivo lat.*sorc-ula(m) da lat.sorex, -icis ‘topo’, incrociato con it. zoccolo da lat. volg. *socc-ul-u(m), diminutivo di lat. socc-u(m)’zoccolo,sandalo’.

    La radice di soreca, sorega deve essere quella di gr. sarko-phágos ’sarcofago’, parola che i greci credevano erroneamente che indicasse una pietra calcarea che consumava (-phágos) rapidamente la carne (sarco-) dei cadaveri.  La verità è che essi si trovarono di fronte ad un composto il cui significato superficiale era cetamente quello, ma in epoche preistoriche esso dovè indicare proprio il ‘sarcofago, cassa da morto, urna, loculo’ in quanto ‘cavità’.  La radice della prima componente secondo me è la stessa di gr. sarg-ánē ‘canestro, cesta’, gr. sṓrak-os ‘paniere, cestello’, gr. súrikh-os ‘paniere, cestello’, in quanto ‘cavità’, non importa se fatta di vimini o altro, anche se radici per l’uno e l’altro concetto si saranno senz’altro incrociate.  Il termine che taglia la testa al toro è sarrac-à ‘seppellire, sotterrare’[8] del dialetto di Trasacco-Aq. e sarrac-à ‘sotterrare, nascondere’[9] di Luco dei Marsi-Aq.  Qui il raddoppiamento della liquida /r/ sarà dovuto alla necessità di distinguere il verbo dall’altro in uso dalle nostre parti ed altrove e cioè saracà ‘battere, percuotere’.  Le citate parole greche per ‘canestro, cesta’ sono ampliamenti e varianti della radice di gr. sor-ós ‘serbatoio, urna, cassa da morto, bara’, gr. sor-éllē ‘urna cineraria’. Molti sono i termini sparsi in molte parti d’Europa che hanno il significato di ‘indumento, camicia’ in quanto ‘cavità’ che avvolge e copre, com ingl. dial. sark ‘camicia’, rum. sarica ‘mantello di lana’, lat. sarc-ina(m) ‘fagotto, bagaglio, involto’  che non va accostato direttamente al verbo sarc-ire ‘cucire’, per quanto i due concetti, che a noi appaiono diversi,  possono trovare un punto di contatto nell’idea di ‘unione, connessione, accumulo, compressione, avvolgimento’.  Per questa via si può arrivare a spiegare facilmente anche l'it. sar(a)cin-esca, in quanto 'connessione, cucitura, chiusura', allontanando così anche l'ombra fastidiosa dei saraceni che ne avrebbero inventato l'uso. D'altronde la parola era lì con  tutta la sua forza evocatrice e non si poteva nemmeno lontanamente supporre che essi avessero dato alla parola solo il contributo, forse, della /a/ tra parentesi a causa dell'incrocio tra i due termini simili.  E' stata proprio la facilità ad individuare abbastanza spesso le più probabili radici, che non mi pare faciloneria, ad avermi dato la forza di continuare per tanti anni nella ricerca, e a convincermi sempre più della reale produttività del mio metodo d'indagine.  

    L’ingl. dial. sark ‘camicia’ sopra citato,  presenta varianti numerose in Europa, oltre l’ant. ingl. serc, serce, con significati uguali o un po’ diversi  come ant. sl. sraka ‘tunica’, russo soročka ‘camicia’, bosniaco saruk 'turbante', rom. sarica ‘mantello di lana’ , finland. sarkki ‘camicia’, lit. sarkas ‘camicia’, russo soreka ‘antico copricapo femminile’, abr. sàrica ‘camiciotto di lino usato dai contadini al lavoro’,  abr. sàrëchë ‘giubba’[10]. Il tipico copricapo filippino fatto con foglie di bambù è chiamato, da una lingua locale, sarok. Non può essere scartato nemmeno il sarong, il drappo di cotone o lino avvolto intorno alla vita, in molti paesi del sud-est asiatico, se esso significa etimologicamente 'guaina, copertura', secondo il dizionario Webster.  Ce ne sono altri nei dialetti italiani. In questo contesto è molto interessante, per scoprire i numerosi influssi reciproci delle parole, riflettere su alcune definizioni come quella dell’abr. surëc-onë ‘topo tettaiolo’ che formalmente sembra solo un accrescitivo di abr. sorëchë ‘sorcio, grosso topo’, parola che però nei dialetti già di per sé esprimeva spesso  la dimensione accrescitiva, indicando il topo di fogna, cioè la zoccola, denominazione etimologicamente legata all’altra voce, come abbiamo già visto. Il topo tettaiolo vive nei tetti, nelle soffitte, negli scantinati ma come mai la parola portava spesso con sé la precisazione che si trattava di topo di fogna o di soffitta? La risposta è che essa, nel lontano passato, si era incrociata con altra parola indicante una buca, una tana o anche un ambiente più o meno disordinato o degradato come una stamberga, un tugurio, una prigione (di quelle di una volta), un bugigattolo.  La fogna, abituale residenza di questi ratti, è appunto un canale di smaltimento di acque reflue, generalmente sotterraneo e angusto, e la soffitta di una casa è appunto lo spazio ristretto del sottotetto.  Ora, la radice di ingl. sark ‘camicia’ sopra incontrata è usata ad indicare in edilizia le sark-ing boards ‘tavole di copertura’, pannelli o tavole più o meno sottili che si inchiodano alle travi del tetto per sostenere poi le tegole o lastre di ardesia.  Eccola allora la radice, che, con le molte varianti, doveva essere alla base della relativa parola scomparsa ma solo dopo essersi incontrata con l’altra per ‘topo’ ed averne ampliato il significato in ‘topo di fogna, di scantinato, di soffitta’. C’è comunque il marchigiano (Arcevia-An) sorchi-àra ‘prigione’[11] che ci dà una mano. Il termine non è sorci-àra da sorce ’sorcio’, come ci saremmo aspettati, ma deve essere lo sviluppo di un lat. mediev, *sorc-ul-ari-a(m) > *sorcl-ari-a(m) > sorchi-ara, derivato non da un diminutivo per ‘sorcio’ ma di uno per ‘stamberga, bugigattolo, prigione’. Buon ultimo mi pare opportuno citare anche il gr. súrigg-s ‘siringa, zampogna, custodia della lancia, vena, fistola, corridoio, galleria, tomba egiziana (scavata nella roccia)’.  I vari significati ruotano tutti intorno al concetto di ‘cavità, condotto’ e la parola sembra una variante della radice di cui stiamo parlando.  Anche l’espressione topo tettaiolo deve essere il risultato dell’incrocio di un termine topo per ‘copertura’, come si è visto più sopra, con la parola lat. tect-u(m) ‘tetto’, in quanto ‘copertura’. Le parole sono certo antichissime ed hanno avuto modo di incontrarne diverse con le quali hanno intrecciato una relazione!

   Non vorrei dimenticare l’it. sarrocch-ino o sanrocch-ino, un corto mantello di cuoio o di tela incerata, usato un tempo dai pellegrini. Esso, secondo me, ci riporta alla multiforme radice sopra citata col significato generico di ‘copertura’.  Molti, spiegandone la storia, si lasciano ingannare dal fatto che san Rocco, il protettore dalla peste ed altre malattie, usualmente viene rappresentato con un mantello di quel tipo.  Non tengono conto, costoro, che il nome e la figura di questo Santo, storicamente molto incerta e fumosa, saranno stati alimentati dall’apporto delle parole, almeno di alcune, che avrà incontrato in Europa. Pare, ma non è certo, che fosse nato a Montpellier in Francia. E non si può quindi non riflettere che il suo nome quasi coincide col medio alto tedesco sarrok ‘veste militare’[12], appartenente alle radici suddette.

  Chiudo citando una curiosa e interessantissima espressione del dialetto lucano di Gallicchio-Pt e cioè cammisë d’u surgë ‘camicia del topo’[13], gioco in cui due persone si passano con le mani un filo legato alle estremità e lo guidano sapientemente a formare un intreccio, che sarebbe quindi la camicia del topo, ma in realtà i due termini pervenuti da tempi lontanissimi, attraverso quel gioco, dovevano indicare proprio un intreccio, una sorta di tessuto la cui radice (quella di surgë ) si incrociò con altro termine simile che con quella radice indicava appunto una maglia, una camicia. L’idea di ‘tessere, intrecciare, connettere’  può declinarsi sia come ‘unione di più cose (in questo caso fili ) e quindi di ‘panno, tessuto’, sia come ‘copertura, indumento, ecc.’. Il napoletano la surëchë[14] significa anche ‘tipica acconciatura femminile’, che dovrebbe corrispondere a quella un tempo usuale tra le donne e chiamata crocchia o anche cipolla: un intreccio  di capelli o trecce ravvolti sulla nuca o sul capo.



[2] Cfr. ad es. l’articolo “Fischia-froce […]” presente nel mio blog (aprile 2011) pietromaccallini.blogspot.it.

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, Adelmo Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. F. de Saussure, Corso di linguistica generale (tradotto e commentato da T. De Mauro), Editori Laterza,1076, p.104.

[5] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I Dialetti Italiani, UTET, Torino, 1998, sub v. tófa e tùfa.

[6] Cfr. Q . Lucarelli, Biabbà Q-Z, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq 2003, sub v. zòcquela.

[8] Cf. Q. Lucarelli, Biabbà Q-Z, cit.

[9] Cfr. G.Proia, La parlata di Luco dei Marsi, Grafiche Cellini, Avezzano-Aq, 2006.

[10] Cfr. D. Bielli, cit.

[11] Cfr. Cortelazzo-Marcato, cit.

[14] Cfr. Ivan Cavicchi, In mezzo al petto tuo, Ediz. Dedalo, Bari, 2009, p. 207.

sabato 24 febbraio 2018

Il buran


                                                                                 

Fra poco arriverà tra noi il buran, vento delle steppe russe portatore di bassissime temperature e di neve.  La forma burjan è meno corretta.  Il termine richiama la parola turco-russa buraan ‘vento molto forte’. Esso deve avere a che fare con la radice di ant. slavo burja ‘tempesta, procella’ nonché con la bora, noto vento triestino.  Ma non va dimenticato nemmeno il gr. boré-as ‘borea,tramontana, vento di nord-est’, lat. bore-as dello stesso significato e l’it. burr-asca.  E la parola italiana boria dove la mettiamo? Anch’essa a mio avviso scaturisce dalla stessa radice, nel significato di ‘aria (d’importanza)’ propria dell’espressione darsi delle arie.  Ma esiste in italiano, proveniente dai dialetti, anche la buriana ‘temporale’ e ‘chiasso, trambusto, scompiglio’.  Secondo me non vuol dire molto il fatto che questa parola è attestata piuttosto tardi (1797): essa poteva aver vivacchiato per secoli all’ombra di qualche dialetto poco noto.

Dai precedenti esempi si può derivare che il significato di fondo della radice in questione doveva essere quello di ‘agitare, agitarsi, muoversi, spingere, fare forza, vivere’, che è il significato iniziale di tutte le radici: questo è un assunto della mia linguistica.   Interessanti sono in proposito alcune voci abruzzesi[1] come vurë o vurrë ‘borea, tramontana’, ma anche ‘forza, vigore (della terra)’.  Quest’ultimo  significato è dunque quello iniziale della radice di cui abbiamo parlato.  I vari significati che la radice, specializzandosi, assume nel corso di migliaia di anni possono a loro volta incrociarsi tra loro e dar vita ad un termine composto da più significati come il russo-turco bur-aan che contiene il valore non solo di ‘vento’ ma anche di ‘forte’: i due concetti rientrano in quelli iniziali. Infatti, sempre nel Vocabolario abruzzese citato, la voce vurrë significa ‘vivace’ che sostanzialmente equivale a ‘forte’.  Sempre nel vocab. del Bielli si incontra vurrià 'frullare',significato che esprime tutta la violenza vorticosa della radice in questione e che non deve essere diversa da quella di lat. vir-u(m) ' uomo (forte)'.

I significati ruotanti intorno all’idea di “forza” delle voci abruzzesi, che hanno in comune la radice con quella di “borea, bora”, attestano che la parola “bora” esisteva tra noi già prima che essa ci arrivasse dal greco boré-as, come ho mostrato per altri termini. Quindi bisogna ridimensionare di molto, a mio parere, l’apporto di parole greche provenienti, molto più tardi, dall’area magno-greca.



[1] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

sabato 27 gennaio 2018

La radice KUPR-, KUFR-, KUPAR-, KAPR-, ecc. già incontrata nell'articolo precedente Ciprigna

              


   Secondo i canoni fondamentali della mia linguistica la radice suddetta, oltre ad avere, tra gli altri, il significato di ‘altura’, come abbiamo visto nell’articolo su Ciprigna, ebbe anche quello specularmente opposto di ‘valle, cavità, profondità, anfratto, insenatura, urna, recipiente, tomba, ecc.’. Del resto anche il lat. alt-u(m) valeva, come sappiamo, ‘elevato’ e ‘profondo’. Tutti i vocaboli simili, anche quando si sono specializzati nelle varie lingue, assumendo solo uno dei due significati, all’origine obbedivano allo stesso meccanismo. Esiste infatti un gr. Kúpria usato da Dioscoride col significato di métalla, secondo il vocabolario del Rocci, termine che normalmente vale ‘miniere’, ma potrebbe indicare anche i ‘metalli’. 

   Ora una miniera è anche etimologicamente un ‘cunicolo, scavo’ praticato per estrarre  minerali. Taluno ritiene che il nome stesso dell’isola di Cipro possa derivare dal suddetto nome per ‘miniere’ o ‘metalli’, ma la cosa è più complicata di quanto si possa pensare: abbiamo visto che la radice poteva avere anche il significato di ‘altura, monte’, il quale all’origine copriva anche quello di ‘isola’, come ho mostrato in altro articolo.  Che la radice valesse ‘cavità, valle’ e simili è dimostrato, secondo me, anche da toponimi come Valle Cupoli, dizione erratissima nella tavoletta dell’IGM riguardante il territorio di Aielli-Aq, una maldestra italianizzazione del dialettale aiellese Iuprë, detto altrimenti anche Fossë dë Iuprë (Fosso di Iuprë). Che la voce Iuprë derivi da *Kuprë è confermato dal dialetto del confinante paese di Celano, in cui la suddetta valle è chiamata appunto Kuprë.   Se qualcuno si meraviglia di simili trasformazioni linguistiche pensi al dialettale iatta ‘gatto, gatta’ da un precedente cattus, catta.

   Continuando con lo stesso ragionamento non si può tacere del fr. havre ‘porto, piccolo porto, rifugio’ che va messo in rapporto, in quanto insenatura, con la radice  KAPR-, variante di KUPR-, e confrontato col composto tautologico   fr. havre-sac ‘zaino’. Uno zaino è appunto un specie di sacco, e un sacco è una sorta di cavità, cunicolo.  I linguisti, non avendo individuato il meccanismo tautologico nella formazione dei composti, invece di rivolgere l’attenzione al fr. havre, rimandano il composto al germanico, come l’ingl. haver-sack ‘sacco, zaino’, che inizialmente avrebbe avuto il significato di ‘sacco per avena (ingl. haver-)’, cfr. ted. Hafer ‘avena’.  Questo, invece, è un bell’esempio di come si sono formati i composti attuali delle lingue germaniche: essi erano composti tautologici che si sono poi prestati, per incrocio con altri termini simili a una delle due componenti, a reinterpretazioni in cui una delle vecchie componenti è diventata il cosiddetto determinante (haver-) e l’altra il determinato (-sack).  A mio avviso la radice di fr.havre ‘porto, rifugio’, si ripresenta nel tedesco Haf-en ‘porto’ ma anche ‘pentola’ in quanto recipiente, cavità, insenatura.  Anche l’etrusco capra ‘recipiente, urna, sarcofago, tomba’ fa parte del gruppo.  Il fr. gouffre ‘baratro,abisso, voragine’ ci riporta alle forme KUPR-,KUFR- piuttosto che al gr. kólp-os ‘golfo’ come sostengono i più. Ugualmente il fr. coffre ‘cofano, scrigno’.  Il dialettale piemontese cabǜrna o caborna ‘catapecchia, ripostiglio’[1] è simile al provenzale moderno caborno, caberno ‘caverna’.  Queste forme che secondo me risultano composte di due elementi tautologici, e cioè cap- o  cab- e -ern  o –orn (della famiglia di it. urna, arnia), vanno accostate anche all’abruzzese cap-ërn-at-úra[2] ‘capruggine’, incavo o incisione praticata all’interno delle botti per potervi incastrare il fondo. L’it. capru-ggine presenta anch’esso, nella prima componente, la medesima radice KAPR-.

 Il mondo, fino a non molti anni orsono, sembrava sconfinato, ma le parole ci attestano, a mio parere, che le lingue che parliamo non sono così estranee tra loro per quanto riguarda le radici usate.



[1] Cfr.  M.Cortelazzo- C.Marcato, I dialetti italiani, UTET 1998, Torino, sub voce.

[2] Probabile nome d’azione da un verbo *capern-are, come lav-at-ura < lav-are,  pul-it-ura <pul-ire. 

giovedì 11 gennaio 2018

Ciprigna

                                                                      

   Sono rimasto molto stupito quando ho letto, nel vocabolario abruzzese online Treppecore, la voce ciprignë col significato di ‘luna’.  Io conoscevo l’aggettivo fin dagli anni lontani della prima adolescenza, quando già in I° media, si leggeva durante tutto l’anno l’Iliade di Omero ed ebbi così modo di apprendere che ciprigna e cipria erano appellativi della dea Afrodite, la Venere latina, la quale avrebbe avuto quegli epiteti, oltre a quello di Cipride, perché  nata nel mare presso l’isola greca di Cipro a sud della penisola anatolica, secondo il racconto mitologico che peraltro, come al solito, non era univoco in quanto, in altra versione, la dea sarebbe nata nel mare presso l’isola di Citera a sud del Peloponneso, in tutt’altra area geografica. 

    Ora, in un primo momento ho pensato che la parola in questione potesse rappresentare un prestito dotto dall’italiano del dialetto abruzzese, ma successivamente il suo significato di ‘luna’, nome comune non riferito alla dea Venere e tanto meno alla dea Luna, mi ha fatto pensare diversamente ed arrivare alla soluzione che esporrò e che ritengo veritiera.

Di solito il concetto di “bello, bellezza” scaturisce da quello di “luce, luminosità” da cui a sua volta deriva spesso quello di “luna”, termine dal lat. *leukn-a(m) ‘quella che brilla”, dalla radice di lat. luc-e(m) ‘luce’. Ecco quindi la strada che collega a mio avviso l’abruzzese ciprignë ‘luna’ e l’italiano epico-letterario Ciprigna ‘Venere’, anche nella forma di aggettivo femminile nell’espressione, ad esempio, di ciprigna dea.  Il fatto è linguisticamente molto interessante perché induce a constatare che il termine ciprignë, nel valore di ‘luna’ in quanto ‘luminosità’, non può essere fatto derivare da un supposto lat. *Cyprigenu(m) a sua volta dal gr.Kupro-genés ‘nato/a a Cipro’, detto della dea Afrodite-Venere che, secondo una delle due leggende citate, era sorta dalla spuma del mare prossimo all’isola.  Sorge di conseguenza il forte sospetto che anche il lat. cypr-u(m) cupr-u(m) ’rame’ traesse origine da questa radice “luminosa” circolante anche in Italia da tempo immemorabile e presente addirittura nella lingua sumerica nella Mesopotamia (cfr. zubar ‘rame’, kubar ‘bronzo’) risalente almeno al V millennio a.C.. La “luminosità” potrebbe essere quella del rame rossastro abbondante nell’isola di Cipro.  Al limite, questo vocabolo per ‘rame’ potrebbe avere anche un’altra motivazione, ma di sicuro esso ha attirato l’appellativo omofono per “luminosità”  come è successo a mio parere per il gr. kúpr-os ‘henné’, frutice  (Lawsonia inermis)  con foglie e rami rosso-marrone da cui si ricava una sostanza usata per tingere soprattutto di rosso i capelli anche con riflessi ramati: evidentemente il termine “luminoso, rosso’, poi caduto dall’uso, determinò la specializzazione di un precedente nome generico per ‘pianta’ che andava poi a coincidere formalmente con esso.

Così cadono a cascata, l’una dopo l’altra, tutte le etimologie relative a termini contenenti questa radice, elaborate dalla linguistica tradizionale che rimane invischiata in genere nei significati apparenti e superficiali delle parole, corrispondenti spesso alle cosiddette etimologie popolari.  L’appellativo greco Kupro-genés ‘nata a Cipro, Cipria) riferito ad Afrodite ci inganna terribilmente con questo significato di superficie, giacchè il termine va interpretato a mio avviso come composto tautologico esprimente il concetto di “bellezza, splendore” in ambedue le componenti. La prima è la parola di cui stiamo parlando, per la seconda –genḗs rimando all’articolo La luna e la luce presente nel mio  blog[1], dove è ampiamente trattata. Basti qui ricordare il gr. gános ‘spendore’, il turco günes ‘sole’, l’arabo ganni ’rosso acceso’,l’albanese hane, hēnē ‘luna’. Il cornico can ‘splendore, bianchezza’. Esiste anche il gr. aphro-genḗs, riferito sempre ad Afrodite, nata dalla spuma del mare secondo il significato corrente di superficie (cfr. gr. aphr-ós ‘spuma’) .   Ma se –genḗs vale in questo caso ‘luminoso/a’ anche aphr-ós ‘delicato, molle, splendido, grazioso’ poteva avere lo stesso pieno significato di ‘luminoso, splendido,brillante’ come in quella che può essere considerata una sua variante e che costituisce la prima componente del composto usato da Euripide abro-mίtres ‘dal fulgido diadema’. In effetti l’aggettivo gr. abr-ós vale ‘delicato, molle, splendido, grazioso’.   Il dorico abṓr vale ‘aurora’. Ma non bisogna dimenticare nemmeno il termine it. afrore ‘odore sgradevole che emana dal sudore, dall’uva in fermentazione, dai carboni che cominciano ad ardere,ecc.’.  Il ribollire dei tini dà l’idea della “schiuma” da cui sarebbe nata Afrodite oltre a produrre l’aspro odor dei vini di carducciana memoria. Tutte queste connessioni sono legittime perché i vocaboli hanno un’idea di fondo genericissima, e in questo caso è facile individuarla nella forza che accende il fuoco, fa bollire l’acqua o il vino, li fa esalare o accende le cose.  Leggo nel vocabolario del Rocci che Afrodite era chiamata anche semplicemente Aphrṓ da Nicandro (III sec. d. C.). Questo nome  a mio parere non è un accorciativo come penseranno i più, perché era autosufficiente se esso all’origine bastava da sé a significare ‘bella, bellezza, splendore’ come abbiamo visto sopra. Anche il secondo elemento di gr. Afro-dίtē  doveva avere il significato luminoso del primo che si può riscontrare, ad esempio, nell’albanese dite ‘giorno’, nel gr. titṓ ‘giorno, sole’, usato da Callimaco.

Quello che vado dicendo è sconvolgente, come ho detto altre volte in altri articoli simili, perché ci induce a credere, ad esempio, che la mitologia tradizionale ci offre dei significati magari validi per il greco antico, ma spesso completamente erronei e fuorvianti per la remotissima epoca e per la lingua  in cui essa iniziò a formarsi. Abbiamo visto infatti che gli appellativi Kupro-genḗs o aphro-genḗs non significavano all’origine rispettivamente ‘nata a Cipro’ e ‘nata dalla spuma’ ma semplicemente ‘bella, splendida, luminosa’.  E’ un mondo rovesciato perché in questi casi non siamo più di fronte ad un pensiero mitico e fantasioso bensì ad uno più naturale e concreto! E pensare che tutta questa rivoluzione è partita dalla riflessione sull’abr. ciprignë ‘luna’, naturalmente inserita nel contesto della mia visione linguistica, su cui lavoro da moltissimi anni.

Gli Umbri e i Piceni adoravano una divinità della fecondità chiamata Cupra, che alcuni hanno paragonato a Giunone, altri alla Bona Dea romana. Essa era probabilmente una delle tante dee madri dell’amore e della fertilità come era in fondo la stessa Venere. La radice del nome sembra essere quella degli appellativi di Afrodite che abbiamo incontrato, inizianti con la componente Kupro-, e non è escluso che la stessa radice di lat. Cup-ίd-u(m) ‘Cupίdo’ figlio di Venere, e di lat. cup-ere ‘desiderare, bramare’ sia alla sua base. Cupra Montana-An e Cupra Marittima-Ap sono ed erano nell’antichità due centri delle Marche che probabilmente debbono il nome a questa dea a cui erano dedicati dei templi.  Dico “probabilmente” perché, secondo me, l’origine del toponimo potrebbe riferirsi ai “colli” su cui gli insediamenti sorgevano, anche quello di Cupra Marittima in realtà sorgeva su colli a nord dell’attuale città.  Inoltre una frazione di Cupramontana è chiamata proprio Poggio Cupro.  Un altro Monte Cupro si trova nella zona di Preci-Pg. Nel territorio del mio paese di Aielli-Aq esiste una contrada in forte pendio chiamata  Cipr-essa[2].  Inoltre, sempre nel territorio di Aielli, si incontra quella che  me pare una variante del nome  nell’oronimo Colle Capr-ino, come il Colle Caprino di Pescara. Del resto a Roma esisteva la Iuno Capro-tina ‘Giunone Caprotina’, venerata come dea della fecondità. Per l'elemento -tina cfr. etrusco tin 'giorno'. La rupe Tarpeia , su cui pare fosse il tempio di Iuno Moneta[3], è chiamata anche Monte Caprino mi pare a cominciare da sec.VIII d.C. Ma non è improbabile che questa denominazione secondaria della rupe famosa esistesse già nell’antichità: a Giunone, dati questi appellativi, era sacra la capra[4]. Non sarà un caso se Tito Livio (XXVII) descrivendo una solenne processione  ordinata dagli aruspici in conseguenza di un fulmine abbattutosi sul tempio di Giunone Regina sull’Aventino dice che duo cupressea signa Iunonis Reginae portabantur ‘due statue di legno di cipresso di Giunone Regina erano portate’: il cipresso era sacro a Diana[5] , dea della caccia, della luna, e sorella di Apollo, dio del sole.  Il nome Diana vale etimologicamente ‘la luminosa’. E anche Giunone rappresentava la divinità della luna! Rami di cipresso erano portati in processione per Venere: evidentemente la radice del nome si era incrociata con quella di ‘luminosità, bellezza’.  

L’it. inciprignire ‘adirarsi’ o ‘irritarsi (delle piaghe)’ contiene tutta la forza della radice incontrata che ‘ribolle, si accende, arde e brucia o si inasprisce’ a seconda dei casi. Inoltre il medio latino cypri-ana[6] indicava una forte burrasca in mare che si sviluppava, secondo i marinai cartaginesi, intorno al giorno festivo di san Cipriano. A parte la coincidenza con la festività, il termine doveva significare di proprio ‘tempesta, ribollimento’ e simili. Infine il greco kapr-áō significa ‘essere in caldo, essere libidinoso’ come l’ingl. cypr-ian che, oltre a ‘cipriota’, significa ‘uomo libidinoso’ o ‘meretrice, prostituta’. 

Concludo affermando che l'abruzzese ciprigna 'luna' dimostra che parole dalla coloritura greca circolavano tra gli italici ben prima,forse millenni prima, degli spesso fantomatici influssi magno-greci, come ho asserito in diversi altri articoli.





[1] Cfr. pietromaccallini.blogspot.it, articolo La luna e la luce del  04/05/2010.

[2] Cfr. anche comune di Cipressa-Im il cui nucleo centrale è su un colle.

[3] Per quello che secondo me è il vero significato di Moneta cfr. l’articolo citato La luna e la luce.

[4] Taluni pensano che la capra era sacra a Giunone, dea della fecondità, perché questo animale sarebbe particolarmente lascivo.  A me non pare: ragazzo ne possedevamo alcune. Io credo che il nome avesse in questo caso a che fare col gr. kapr-áō ‘essere in calore, in amore’.  Ma anche in questo caso il verbo si incrocia col gr. kápr-os ‘cinghiale’, gr. kápr-aina ‘scrofa’ e potrebbe ingannevolmente suggerire che il suo significato sia mutuato dall’animale. In realtà si tratta, a mio parere, di una variante del verbo lat. cup-ere ‘desiderare, bramare’, come ho spiegato sopra.

[5] Cfr. Virgilio, Aen. III,680-1.

[6] Cfr. Du Cange, Glossarium mediae et infimae latinitatis, in rete.

domenica 5 novembre 2017

In barba a

                                                                   

   Questa locuzione prepositiva dà filo da torcere ai linguisti che, a mio avviso, non riescono a individuarne un etimo perlomeno soddisfacente, se non sicuro.  La locuzione ha in genere il valore di ‘a dispetto di, malgrado, nonostante’ ma presenta anche altre sfumature di significato come, ad esempio, ‘a danno di, in spregio di’.  Talora, con grande sicurezza, si afferma che la locuzione ha preso le mosse dall’intenzione di fare qualcosa di pregiudizievole nei confronti di qualcuno, di cui non si ha grande rispetto o considerazione, proprio sotto i suoi occhi o il suo naso, sostituendo solamente al termine naso (cfr. l’espressione sotto il naso) la barba, magari nel significato di ‘mento’.  Ma questa supposizione puramente indicativa del luogo o punto in cui avverrebbe l’azione non mi pare possa dar conto pienamente del dispetto e del malanimo contro qualcuno o qualcosa su cui si scarica l’azione.  In siciliano[1], infatti, le espressioni in varva, ‘ntra varva (in barba) di qualcuno significano ‘in odio, a scorno, ad onta’. Anche, a dire il vero, ‘davanti, in presenza’ di chi ha tutte le ragioni però per contraddire, sottintendendo quindi un’avversione rancorosa da parte di chi opera ‘davanti’ a qualcuno disprezzato. A parte il fatto che quest’ultimo significato verrebbe a contraddire quello supposto di ‘sotto il naso’, espressione usata quando si compie qualcosa di negativo nei confronti di qualcuno senza che questi se ne accorga, magari raggirandolo con abilità e garbo’.  Le sfumature di significato di ‘in barba a’, e in fondo di quasi tutte le altre espressioni, possono essere diverse e persino contrastanti, ma non è questo che ci turba.  Noi dobbiamo trovare il nucleo di significato originario da cui si sono sviluppati tutti gli altri che possono riannodarsi ad esso.  E questo nucleo pare essere la cattiva disposizione d’animo verso una persona che ci induce soprattutto a disprezzarla magari dicendole anche le cose in faccia o, al contrario, facendo in modo che nemmeno si accorga del nostro raggiro nei suoi confronti. 

    Con questa considerazione in testa ho pensato che l’espressione ‘in barba a’ in realtà tendeva un bel tranello nei nostri confronti, perché essa mostrava un volto falso e fuorviante con l’esibizione di quella barba che era quasi sicuramente il risultato di qualche antico incrocio di termini.  Pensando alle varie forme che nei dialetti sardi assume la parola “barba” (barva, varva, braba, ecc.) mi è venuto in mente il verbo it. piuttosto arcaico brav-are ‘comportarsi in modo prepotente, provocare, sfidare’ che potrebbe ben giustificare il significato fondamentale di ‘a dispetto di’ dell’espressione in questione.  Così, supponendo un sostantivo deverbativo *brava ’sfida, disprezzo, ecc.’, poteva in un lontano passato essersi verificato benissimo un suo incrocio con la forma dialettale brava per ‘barba’ ed essersi prodotta l’espressione dialettale ‘in brava a’, diventata in italiano ‘in barba a’, con l’aiuto forse della successiva scomparsa dal vocabolario del termine *brava ‘sfida, disprezzo, ecc.’. I deverbativi di questo tipo sono in effetti abbastanza numerosi come la lagna ←lagnare; la protesta ←protestare; la mescola ←mescolare; la notifica ←da notificare, ecc.  Per “barba”, però, non ho trovato nei dialetti italiani, oltre a quelli sardi, la forma brava. Nel meridione è molto diffusa la forma varva ma non è impossibile che si incontri “brava” in qualche parlata a me sconosciuta.  Inoltre la situazione dialettale, per quanto riguarda il lessico, poteva essere più mossa di quella attuale all’epoca della formazione dei dialetti. 

     Che ci sia stato l’incrocio di cui abbiamo parlato, anche al di fuori della espressione di ‘in barba a’, me lo attesta, con abbastanza sicurezza, l’altra espressione italiana che suona che barba! col significato di ‘che terribile noia, che senso di avversione, di disgusto!’.  Siamo quindi tornati alla stessa “cattiva disposizione d’animo” nei confronti di qualcuno o qualcosa, dell’espressione ‘in barba a’. E non è convincente che questo significato sia derivabile, in via figurata, dalla lunghezza di certe barbe. Di conseguenza tutti i ragionamenti, che spesso i linguisti fanno per dar forza alle interpretazioni legate alla “barba” tout court, cadono senza possibilità di appello.  Dietro il termine “barba”,dunque, ce n’è sicuramente un altro, anche se in ultima istanza potrebbe non trattarsi di quello da me supposto.   

     E’ ora il caso di parlare anche del modo di dire stare in barba di micio che mi sembra molto istruttivo per capire gli incroci delle parole.  Carlo Lapucci[2] lo spiega trascrivendo pari pari l’interpretazione di Rigutini e Fanfani[3] che cito: «Stare agiatamente e quasi pavoneggiarsi del suo agio, come fa il gatto satollo, che se ne sta seduto, leccandosi ogni tanto i baffi».  Evidentemente dalla metà dell’Ottocento in poi non si ha una spiegazione migliore di questa se il Lapucci, alla metà del Novecento, ce l’ha riproposta senza cambiare una virgola.  Purtroppo gli studiosi in questi casi commettono spesso il grave errore, a mio avviso, di mettere su un piano di sincronicità quello che invece si è plasmato attraverso una dimensione diacronica spesso enorme. 

    In effetti esiste, del detto, anche la variante che suona stare in barba di gatto (o gatta) con l’identico significato.  Gli studiosi di una volta duravano fatica a conoscere più dati possibili intorno a parole ed espressioni, mentre noi a volte ce ne impossessiamo con un clic fortunato sul nostro computer.  Dico questo perché se il Rigutini o il Fanfani avessero avuto i dati che dirò, non avrebbero certamente tardato a rendersi conto del significato, in certo senso banale, banalissimo, del modo di dire.   Escludo che l’espressione faccia riferimento alla “barba di gatto”, nome volgare di una piantina originaria del sud-est asiatico e dell’Australia tropicale, che ha il nome scientifico di Orthosiphon, la quale sarebbe arrivata in Occidente intorno all’inizio del 20ᵒ secolo, pertanto molto dopo la presumibile data di origine dell’espressione in questione. Essa ha  un’infiorescenza con filamenti simili alle barbe di un gatto e il suo nome italiano potrebbe essere la traduzione dell’inglese cat’s whiskers. Insomma il nome, che non può essersi plasmato attraverso la trafila diacronica, deve essere stato applicato posticciamente alla pianta.  Resta allora la possibilità che, per quanto riguarda l’origine del modo di dire stare in barba di gatto, alla base ci sia stato un eventuale nome volgare di qualcuna delle molte specie di piante tomentose, filamentose e cotonose conosciute comunemente come bambagia selvatica[4], tra cui quella nota anche come piede di gatto.  Allora il significato di stare in barba di gatto diverrebbe chiaro, l’espressione vorrebbe dire cioè ‘stare nella bambagia’, in una condizione di agio e benessere. E tutto sarebbe più intellegibile e naturale.  Per “gatto” non bisogna pensare però al domestico felino ma al termine gatto (qui ripetuto tautologicamente rispetto a barba) riferito a tante infiorescenze filamentose o meno a cominciare dalla parola gatto o gatt-ice, designante oltre al pioppo bianco anche la sua infiorescenza, nota in emiliano col nome di gat, gat-ein ‘amento’.  Termini che richiamano quello lunigianese di gat-elo ‘tralcio della vite’, il marchigiano cat-ièllo ‘ogni seme protetto da aculei o filamenti’, abruzzese cat-éjjë ‘lappola’. I quali, però, trarrebbero in ballo il ‘cagnolino’ (dal lat. catellum ‘cagnolino’) piuttosto che il ‘gatto’ o ‘gattino’.  Tutte queste incongruenze vengono spiegate bene in un mio articolo, a cui rimando.[5]




[1] Cfr. in web: V.Mortillaro Nuovo Dizionario Siciliano-italiano, Palermo 1844.
[2] Cfr. C. Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Valmartina Editore, Firenze 1969, p. 231.
[3] Cfr. G. Rigutini-P. Fanfani, Vocabolario della lingua parlata, Firenze 1875.
[4] Cfr. in web bambagia selvatica
[5] Cfr. l’articolo “Etimo di emiliano gat, gatein” presente nel mio blog: pietromaccallini.blogspot.it, giugno 2009. 

martedì 1 agosto 2017

Le lingue europee hanno talmente mescolato il fiato in passato che ora, dinanzi a certe espressioni, si resta indecisi nello stabilire, ad esempio, se siamo noi a parlare inglese o gli inglesi a parlare italiano o qualche nostro dialetto. Leggere per credere!


   Specie nei dialetti si incontrano parole e locuzioni che fanno rimanere molto stupiti, perché esse corrispondono a voci e frasi di altre lingue, con significati uguali o quasi. Nel dialetto del paese lucano di Gallicchio-Pz, fruibile in rete, ho rilevato ed analizzato le seguenti espressioni:

1)      Staië nda véntrë da vacchë, che letteralmente significa ‘sta nel ventre della vacca’ ma normalmente vale ‘Si trova in una posizione molto vantaggiosa, sicura’, o ‘Non ha problemi economici’. Ora, in inglese esiste una espressione molto simile, e cioè: to be in the bag che letteralmente significa ‘essere nella borsa’ ma, comunemente, ‘avere il successo assicurato’ o, meglio, ‘averla già in tasca, come cosa fatta’, anche se riferita a cose non a persone.  A parte qualche sfumatura di significato diversa che è naturale che ci sia, a me pare che il significato di fondo delle due versioni, quella inglese e quella gallicchiese, corrisponda a quello di ‘trovarsi in una condizione di sicurezza’ sia essa genericamente economica riguardo a qualcuno sia se riferita a qualcosa che non potrà ormai sfuggirci perché al sicuro nella nostra tasca. L’alternanza b/v (ingl. bag /gallicchiese vacchë) è molto frequente nei nostri dialetti e, in più, essa qui viene sollecitata dalla necessità di  adattare il nome d’origine a quello dell’animale che provvidenzialmente ha permesso all’espressione, senza travisare il significato, di sopravvivere in un contesto diverso da quello originario, che in questo caso era germanico o anglo-sassone.  Pertanto qui sono i gallicchiesi a parlare inglese senza saperlo. C’è infine da notare che l’idea del ventre deve essere scaturita proprio da quella di ingl. bag ‘borsa’ che significa nei dialetti anche ‘ventre, pancia’ e che richiama il ted. Bauch ‘ventre, pancia’, prov. bucs ‘ventre’.[1]

2)      To be in the bag, che inglese significa stranamente anche ‘Essere ubriaco’, (letter. sempre ‘essere nella borsa’). Immagino che gli studiosi inglesi si trovino in molta difficoltà nello spiegare la locuzione.  Tutto si chiarisce però quando si legge, nel vocabolario abruzzese del Bielli[2], che ‘m-bacc-arsë vale ‘ubriacarsi’. La radice deve essere quella greco-latina del dio Bacco, che evidentemente alludeva al ‘vino’ o piuttosto all’ebrezza bacchica da esso indotta. Quindi dubito fortemente che nella radice del verbo abruzzese ci fosse un riferimento consapevole da parte del parlante al dio del vino; anzi, sono convinto che chi usava quel verbo non conoscesse il valore etimologico di esso, a meno che nel suo vocabolario non ci fosse un termine come *bacco e simili per ‘ebbro’ o ‘ebbrezza’.  E allora l’origine di questa radice è da situare in Grecia, in Italia o in Gran Bretagna? Ai posteri l’ardua sentenza, come disse il poeta. Io posso solo osservare che essa, come le altre, è antichissima e cerca di sopravvivere in tutti i modi, quando i tempi sono a lei ostili perché il sistema linguistico, col trascorrere dei millenni, l’ha messa all’angolo, e così si aggrappa con tutte le forze a qualche altra radice più fortunata.  Essa potrebbe ritrovarsi ancora in altre frasi idiomatiche o colloquiali se si andassero a spulciare tutte le lingue d’Europa e i loro dialetti. Ma non sono da ciò le mie povere e malandate penne!

3)      Penz’ i vacchë, che letteralmente significa ‘Pensa alle vacche’ per dire ‘E’ distratto’.  Qui la situazione è, secondo me, un po’ diversa. In ingl. vague vale esattamente anche ‘distratto’. Il termine deriva dal lat. vag-u(m) ‘errante, mobile, incostante’. E allora la locuzione dovette avere in origine una forma dialettale come Penza vaghë, nel senso di ‘Pensa distrattamente’. Ma le “vacche” come sono comparse? Evidentemente l’aggettivo vago sarà caduto dal vocabolario popolare di Gallicchio e l’espressione, per sopravvivere, si è aggrappata anche qui alle “vacche” che, come al solito, non c’entrano affatto con il significato preciso di ‘distratto’, ma proprio perché nel contesto esse sono un corpo estraneo si prestano ugualmente a dare l’idea di un pensiero senza senso che divaga appunto dal contesto.

4)      E’ fattë cum’a vacchë, che significa ‘ E’ diventata come una vacca, molto grassa’. Si noti il puro latino Est facta (E’ diventata), conservatosi nel gallicchiese E’ fattë, in cui anche la /a/ finale si chiude nella vocale evanescente /ë/. Qui sembrerebbe che non ci sia nulla da ridire sulla similitudine, chiara e semplice. Ma si dà il caso che il verbo abr. citato ‘m-bacc-arsë significhi anche ‘ingrassare’, e pertanto anche qui la “vacca” potrebbe non contarcela giusta, nascondendo magari l’idea di qualcosa di grosso e tondeggiante. Si pensi all’aggettivo inglese baggy ‘gonfio, rigonfio’.  Del resto quest’idea si attaglia bene anche ad esprimere l’altro concetto di “ubriacatura o ebbrezza” legato al verbo suddetto. Quasi tutti i significati inglesi di bag si ritrovano nella lingua o nei dialetti italiani come quello dispregiativo di ‘puttana, donnaccia trasandata’, che è pari pari l’it. vacca  appioppato ad una donna[3].  Inoltre l’espressione E’ fattë cum’a vacchë  poteva in tempi remoti suonare semplicemente E’ fattë vacchë (o bacchë) con vacchë in funzione di aggettivo e col significato di ‘grassa, molto grassa’.  Una volta scomparso l’aggettivo dal vocabolario del dialetto di Gallicchio, la locuzione per sopravvivere ha dovuto darsi un altro assetto, introducendo il paragone con la vacca.

5)      Vacannare  che significa ‘vacca che sta un anno senza ingravidarsi’ o, figurativamente, ‘persona sfaccendata, girandolona’.  Può sembrare strano ma, secondo me, il significato originario di questa voce era proprio quello considerato figurato, derivato dall it. vacante incrociato con it. vagante, e risalenti alle rispettive voci latine. A dire il vero, però, il termine *vacant-arë poteva già aver contemporaneamente assunto anche il valore di ‘non gravida’ dal lat. vacu-a(m) ‘vuota’ ma anche ‘non pregna’ riferito a cavalla. La cosa curiosa è che nel frattempo, quando la pronuncia locale del nesso –nt-, qui equiparato ad –nd-, ha dato come esito –nn- nella voce vac-ann-arë, offrendo così la possibilità di ricavarne la nozione di anno, come durata del periodo di non gravidanza, lo spirito della lingua, sempre vigile e attivo, ne ha subito approfittato.  I vocaboli, appena possono, tendono a specializzare il significato che racchiudono e che era partito da una nozione molto generica.  Per questo ribadisco, per l’ennesima volta e forte dell’appoggio di Ferdinand de Saussure, che è vano credere che essi siano nati apposta per indicare  gli oggetti e i concetti che ora designano, trascorse le molte migliaia di anni dalla loro nascita e gli svariati incroci con altri termini.  La funzione della Lingua è quella di dare nomi agli oggetti e di comunicarli agli altri. Siccome il valore dei termini era all’inizio molto generico, la comunicazione poteva avvenire con qualche difficoltà ed aveva un certo vago tono poetico.  Quello della specializzazione è un principio essenziale della Lingua connaturato con essa, ed è attivo anche oggi, per quanto a volte possa verificarsi anche il contrario.

   Chiudo quest’articolo con l’accenno alla parola it. vacchetta, pelle conciata usata per la costruzione di borse, di scarpe, ecc. Tutti i linguisti ne indicano la “evidente” derivazione dall’animale vacca, ma noi ormai sappiamo che in questi casi bisogna drizzare le orecchie e aguzzare la vista, per evitare di fare la fine dei polli. E la gente a volte ci gode sfiziosamente a metterci alla berlina, quando commettiamo errori, e d’altronde ha tutto il diritto di una rivalsa sul nostro tono professorale un po’ fastidioso. Io non so poi perché i linguisti si ostinino a sostenere che l’it. baccello ‘frutto di leguminose con due valve deiscenti’ sia da riportare ai lat. bacc-ell-u(m), bac-ill-u(m) ‘bastoncino’.  Il termine baccello, a mio avviso, indica la sua natura fondamentale di “guscio” ed “involucro”, riscontrabile nella variante lat. vag-in-a(m) ‘guaina, involucro’, nel gallo-romanzo bac-in-u(m) ‘vaso’, nel trentino vaca ‘curva, conca’, nel fr. bague ‘anello’, fr. bagu-ette ‘catinella’ (ma anche,  significativamente, ‘bacchetta’), nell’ingl. bag ‘scroto’, la pelle che avvolge i testicoli.  Pertanto non posso negare all’it. vacchetta, toscano bacchetta ‘vacchetta’, il suo naturale status di “generico involucro”, prima che il termine vacca lo costringesse subdolissimamente a stringere un’alleanza tra loro, in cui il primo piano diveniva via via appannaggio dell’animale mentre l’altro accettava di vivacchiare nell’ombra fino a quando, caduto nel frattempo definitivamente dall’uso, se ne persero completamente le tracce a tutto vantaggio dell’animale. 

    Oltre alla precedente vacchetta, non posso fare a meno di accennare anche all’it. invacchire ‘diventare grassi e gonfi‘ detto dei bachi da seta colpiti dalla malattia del giallume, significato che va riportato anch’esso alla radice di abr. ‘m-bacc-arsë ‘ingrassare’ sopra ricordata, e non all’animale vacca.  Il verbo ha anche il significato di ‘essere floscio e lento’ che, secondo il solito modo di procedere dei linguisti, sarebbe una derivazione figurata della condizione di malattia dei bachi, che però, guarda caso, in quello stato non sono “flosci” ma “lucidi e tesi”.  Anche qui, purtroppo, la nostra corta vista che scorge le cose vicine ma non quelle lontane, ci fa vedere lucciole per lanterne. Esiste il verbo abr. bac-ul-arsë[4] ‘indebolirsi’ che pare abbia una radice opposta, per significato, a quella di abr. ‘m-bacc-arsë ‘ingrassare’ sopra citato. L’it. in-vacch-ire significa anche ‘diminuire le facoltà fisiche e intellettive, non essere più molto lucido’.  Ora, mi sembra che non vi sia radice più acconcia, per spiegare questa “debolezza”, dell’ingl. weak ’debole’, a.ingl. wāc ‘pieghevole, soffice, debole’. Ugualmente la locuzione familiare Andare in vacca (che indica il deteriorarsi, l’andare a male, l’indebolirsi di qualcosa o qualcuno) contiene in sé la stessa radice che, come abbiamo osservato, non deriva direttamente dalla malattia dei bachi[5].  Noi italiani non solo parliamo l’inglese senza saperlo, ma ne siamo in qualche modo degli esperti! Credo che l’abr. bac-ul-arsë tagli le gambe, purtroppo,  a qualsiasi tentativo di contrastare legittimamente il mio punto di vista. La verità è che è sempre pericolosissimo segnare netti confini fra le lingue, quando si tratta di determinare l’origine delle radici e anche delle locuzioni, in specie idiomatiche. Così, il lat. im-bec-ill-e(m) ‘debole (fisicamente e mentalmente)’ deve a mio avviso abbandonare definitivamente il bastone (lat. bac-ul-u(m)’ da cui fin dall’antichità si fa derivare, come fosse un sine baculo ‘senza bastone’, col prefisso negativo in- che forse è qui intensivo.  Solo G. Devoto, nel suo Avviamento all’etimologia italiana, escludeva questa interpretazione.

   Lunga vita ai poeti che hanno cercato un senso più nuovo per le parole della tribù e che ben conoscono, d’istinto, la natura della lingua votata alla metamorfosi versicolore!





[1] Dopo aver già scritto quanto precede, ho notato nel vocabolario Treccani in rete s. v. vacca che l’espressione di Gallicchio è in realtà presente nel linguaggio familiare o popolare anche altrove, nella forma stare, o essere, o trovarsi in un ventre di vacca ‘essere tranquillo, senza preoccupazioni, in condizione di largo benessere’. Nulla cambia, però bisogna constatare che non sono solo i gallicchiesi a parlare senza saperlo l’inglese, ma gran parte degli italiani!

[2] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[3] Credo torni utile la seguente osservazione: se il ted. Hure (ingl. whore) ‘puttana’ è messo in relazione anche con lat. car-u(m) ‘caro, amato’; se l’it. letterario drudo (anche femm. druda) vale ‘amante, amato’ in senso spesso dispregiativo (partito dal concetto positivo di “fedele”) come in gaelico drũth ‘meretrice, amica’, allora non è azzardato avvicinare l’ingl. bag ‘puttana’ al concetto inizialmente positivo di ‘amorosa, amante, ecc.’. Li unisce sempre la forza dell’amore, sia esso regolare che irregolare, molto simile del resto alla ‘ebrezza, euforia’, anche se causata dal vino, dell’espressione ingl. to be in the bag sopra analizzata. La voce bag ‘puttana’ può essere considerata accorciativo di it. ‘bagascia’ di origine provenzale, pare, e anch’essa combattuta tra valori positivi e negativi. Ma ciò sarebbe un errore, perché resterebbe poi da spiegare la forma it. vacca ‘puttana’. Semmai sono proprio queste forme più brevi alla base di bagascia. Da notare ancora che esiste un italiano obsoleto vago ‘col significato proprio di ‘innamorato, amante’ e un it. in-vagh-irsi. C'è del resto anche il siciliano bbac-ana 'prostituta', toscano baàna ' donna di non buona fama': cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET, 1998. 

[4] Cfr. D. Bielli, cit.

[5] Cfr. C. Lapucci, Modi di dire della lingua italiana, Valmartina Editore, Firenze, 1969, p. 351. Con l’immancabile riferimento alla malattia dei bachi, si dà anche il significato di ‘diventare pigro, svogliato’, un altro aspetto della “debolezza”, in questo caso di natura morale.  Il Lapucci riporta anche la locuzione Stare in un ventre di vacca che abbiamo analizzato sopra ma con un significato un po’ diverso, cioè ‘essere sazio, con ogni comodo e agio’: il senso di benessere e tranquillità si è ristretto a quello di un’abbondante mangiata, favorito anche questo dal significato di qualche termine come ingl. baggy ‘gonfio, rigonfio’.  

domenica 2 luglio 2017

Il "covone" ed altro tra linguistica ed antropologia

    



Continuando le mie ricerche ho fermato l’attenzione sull’uso, registrato ad Avezzano, di volgere verso oriente le spighe dell’ultimo covone chiamato cavàje che copriva il cavallìtte o mundìne, mucchio di 13, 17 o 21 covoni[1].  Questo pur breve accenno all’orientamento dell’ultimo covone, a mio avviso deve essere l’estrema reliquia di qualche rito preistorico che probabilmente accompagnava tutta la mietitura, operazione importantissima e vitale per la sopravvivenza degli uomini. L’addomesticamento del frumento cominciò 8-10mila anni orsono nel Medio Oriente per poi propagarsi anche in Europa. So che in Siria soprattutto si venerava un dio del Sole chiamato El Gabal ‘dio Gabal’ il cui culto arrivò anche a Roma tramite l’imperatore Ela-gabalo o Elio-gabalo (218-222), il quale era stato educato come suo sacerdote ad Emesa in Siria[2]. 

   Ora, non è assolutamente da scartare l’ipotesi che quest’usanza dell’orientamento ad est del covone chiamato cavaje risalga al tempo in cui i coltivatori mediorientali cominciarono ad addomesticare il frumento e magari si rivolgevano a questa divinità solare per ringraziarla dei suoi doni. La somiglianza dei due nomi cavajë/Gabal mi sembra perfetta, richiamando ambedue la voce cavallo < lat. caball-u(m).  Non credo che l’usanza si sia potuta originare nel breve periodo in cui rimase al potere a Roma l’imperatore Eliogabalo (finito trucidato, per intrighi di corte, dai pretoriani), anche perché l’esatto significato dei termini di raffronto non poteva essere noto ai contadini marsi di quell’epoca. In effetti il termine cav-aje alle origini doveva significare ‘cov-one’ di cui è a mio avviso una variante, come dimostra l’abr. cav-all-éttë ’covone’[3], voce che normalmente nella Marsica indicava il ‘gruppo di covoni’, come ho già detto all’inizio, insieme all’altro termine mundine, il quale però ad Aielli ed altrove veniva riferito ad un ‘mucchio’ di fieno, non di covoni.  Mi sto soffermando su questi concetti perché una parola semitica che gli studiosi pongono alla base del nome del dio Gabal significa proprio ‘monte’, concetto che andrebbe bene sia per esprimere l’altro di “mucchio” di covoni, sia quello del “covone” stesso, essendo quest’ultimo un insieme di steli o di mannelli. In toponomastica i molti Monti Cavallo non traggono il nome dall’animale, secondo me, ma proprio da questa parola semitica[4].

   Ne Il ramo d’oro di James Frazer (1854-1941)[5], cap. 48, si osserva che in tutta la Svevia, regione della Germania, l’ultimo covone sul campo veniva chiamato la vacca.  Ora, se in lingua tedesca il termine per vacca è Kuh (ingl. cow) forte è la tentazione di vedere sotto di esso la radice di it. cov-one, emiliano co, cov ‘covone’, lomb. coeva, coeuf ‘covone’. Cosa sarà successo? una magia? A mio avviso più semplicemente e realisticamente , ad un certo punto dello sviluppo della lingua, il termine *cov ‘covone’ divenne nell’a.a.ted. kufo e poi houf, hufo  (oggi ted. Haufen ‘mucchio’) con la normale spirantizzazione della occlusiva  /k/, e al suo posto subentrò il termine in questione ted. Kuh ‘vacca’ o qualche allotropo più simile all’ingl. cow ‘vacca’, tutti provenienti da forme con velare sonora iniziale come nel sscr. gou ‘vacca’: insomma, un giochetto a rimpiattino che gli stanchi mietitori rallegrati dalla birra o da altra bevanda alcolica accettarono di buon grado e poi tramandarono di generazione in generazione facendo nascere l’idea, in un contesto incline alla interpretazione mitologica, che era lo spirito del grano ad assumere la forma della vacca.  Del resto non è da credere che queste trasformazioni nella pronuncia di alcune consonanti siano avvenute improvvisamente e contemporaneamente in tutte le parlate, ma ci saranno stati periodi più o meno lunghi in alcune di esse in cui le due forme avranno magari convissuto e combattuto tra loro prestandosi al gioco suddetto. Tuttavia lo scozzese cow ‘erica, spazzola, ramazza’, apparentemente non raggiunto dalla spirantizzazione della occlusiva iniziale o salvatosi anch’esso proprio per l’intervento provvidenziale di cow ’mucca’ che però ha ceduto il suo significato a favore dell’altro, richiama direttamente l’idea di ‘mazzo, insieme di rametti, covone’. Ma esiste nche l'ingl. cob 'mucchietto di fieno o cereali', che poteva intervenire in questo gioco. 

   E’ sempre Frazer nel suo Il ramo d’oro, cap. 48, ad informarci che a Lille in Francia il primo covone veniva chiamato “croce del cavallo” ( in fr. croix du cheval) e veniva posto su una croce di legno di bosso nel granaio e fatto calpestare dal puledro più giovane.  Di chi trebbiava l’ultimo covone si diceva che “batteva il cavallo”.  Si ripresenta qui, a mio parere, il termine cavallo ad indicare, come ad Avezzano, il “covone”.  Si tenga presente anche il termine fr. javelle ‘covone, mannello, fastello‘ simile a fr. cheval: quest’ultimo proviene, come è noto, dal lat. caball-u(m) mentre il primo deriva dal gallico gabali ‘bracciata’[6]. Aguzzando bene la vista ci si accorge che anche il “legno di bosso” (fr. bois de buis), di cui si parla, sta lì non per caso ma perché i due termini assonanti (bois ‘legno’ e buis ‘bosso’), ad un certo stadio della lingua e delle sue varie parlate, avevano indicato evidentemente il ‘covone’.  Infatti bois, che significa anche ‘bosco’, presenta la stessa base di fr. bouqu-et ‘mazzo’(la traduzione etimologica in italiano corrisponderebbe a ‘boschetto’) e di ingl. bush ‘cespuglio, boscaglia’. La radice di lat. bux-u(m) ‘bosso’ poteva facilmente alternare, per metatesi, con quella di lat. medv. busc-u(m) 'bosco' risalente forse al germanico, e dare appunto il fr. buis ’bosso’ .

    E’ un vero peccato che né i linguisti né gli antropologi si siano mai accorti almeno della possibilità di spiegare in questo modo i racconti del mito, indipendentemente dal fatto di considerarlo valido o meno. A dire il vero ci fu nell’Ottocento un grande studioso, filologo e storico delle religioni, il tedesco Max Müller (1823-1900)[7], che aveva capito qualcosa (o molto) sulla pletora di significati che può avere una parola e la possibilità della nascita dei miti attraverso l’incrocio di termini assonanti, ma evidentemente la sua idea non ebbe abbastanza seguito, visto che già il Frazer, più giovane di lui di oltre un quarto di secolo, non si pone affatto il problema degli incroci di termini nella spiegazione delle parole costituenti storielle e racconti tradizionali che, se non sono miti, hanno comunque alcunché di magico e irrazionale. Egli si accontenta di notare che, in una mentalità magica e animistica, è lo spirito del grano a produrre simili metamorfosi ed incarnazioni animalesche. Ma questo a mio parere non basta (perchè mai infatti il covone si trasforma in vacca e non in asino o pecora, ecc.?).  Mi sembra invece impeccabile la spiegazione data dal Müller del mito di Deucalione e Pirra (i ripopolatori della terra dopo il diluvio universale mandato da Zeus, che gettavano alle loro spalle pietre trasformantisi in uomini), tramite l’assonanza delle parole greche lãas ‘pietra’ e láos ‘gente, popolo, esercito’.  Inoltre mi sembra assurdo che l'uomo che ha già inventato la parola e il linguaggio, fenomeni altamente razionali, sia ancora alla totale mercè di credenze magiche, grazie alle quali tutto è possibile perchè tra le cose non esisterebbero rapporti razionali causa-effetto. Una mentalità sostanzialmente magica e irrazionale dovrebbe impedire la nascita della stessa  Lingua.

   Interessante è il riferimento alla croce nell’espressione francese precedente croix du cheval: anch’essa a mio avviso ruota nell’ambito del concetto di fondo di “covone”, che è quello di “unione, raggruppamento, connessione”, degli steli del grano da un lato, e dei bracci di una croce dall’altro. Per fare un esempio chiarificatore circa il numero faccio notare che il lat. convent-u(m) poteva indicare contemporaneamente l’incontro di due soli uomini oppure di molti (assemblea, folla, ecc.).  Quindi il lat. cruc-e(m) ‘croce’, come del resto le altre parole, sfruttava solo uno dei molti significati che esso poteva avere, come ‘covone, forcella, crocchio, cavallo dei pantaloni (come vedremo subito), ecc.’. In effetti l’espressione italiana “cavallo dei pantaloni” ci riporta nell’ambito del concetto di “collegamento, connessione”, perché essa designa la linea di sutura delle due gambe che forma una sorta di biforcazione. Non per nulla la parte del corpo corrispondente è chiamata in italiano inforcatura, in ingl. crotch, termine che significa anche ‘forcella’ e che richiama formalmente la parola croce (lat. cruc-em) dell’espressione francese croix du cheval. Rientra nell’ambito del significato di questo termine anche l’it. gruccia, ingl. crutch ’gruccia’[8] essendo lo strumento di deambulazione per malati formato da un’asta verticale più due traversine orizzontali per l’appoggio dell’ascella e della mano. Meraviglioso è l’abr. cròcchë ‘specie di forchetta che si mette sul collo della pecora per tenerla ferma mentre viene munta’[9]. Il termine è a mio avviso anche alla base di it. crocchia e it. crocchio (voci dall’etimo piuttosto incerto), raggruppamento di trecce e capelli l’una e raggruppamento di persone l’altro[10]. E’ straordinario che anche in tedesco compaia un Gabel (simile formalmente  a cavallo) che significa appunto ‘forchetta’[11].  Questa fitta rete di corrispondenze fra parole italiane, dialettali, francesi, tedesche non si può spiegare come prodotto del caso, ma ci fa capire semmai quanto le parole che usiamo siano antiche, tanto da travalicare abbondantemente i limiti delle rispettive lingue attuali. Io direi che le radici delle parole sono certamente più vecchie delle piramidi d’Egitto.

   A mio avviso tutte le espressioni ricollegabili a concezioni animistiche o mitiche della realtà non si sono sviluppate solo grazie a questa tendenza o situazione spirituale in cui si è trovato l’uomo primitivo del passato, ma hanno ricevuto lo spunto proprio da questi numerosi giochi linguistici intervenuti nel corso dei millenni.

   L’espressione it. essere a cavallo ‘trovarsi in una buona condizione, in vista magari di un felice completamento di quello che si sta facendo’ non si spiega tanto facilmente.  E’ curioso che l’espressione si riferisca all’animale cavallo e non ad altri animali e che, per l’asino o il mulo, ad esempio, si usi l’espressione essere a cavallo dell’asino o del mulo.  Queste incongruenze si possono spiegare pensando che l’espressione all’origine indicasse il modo di stare seduto sulla schiena di questi animali, con una gamba da un lato e l’altra dall’altro, quasi inforcando l’animale come si inforca una bici.  Quindi l’animale cavallo non c’entra affatto nella sua formazione .  Tuttavia ciò non spiega l’espressione essere a cavallo ’essere a buon punto’.  Secondo me qui bisogna far appello al termine ingl. gable ’timpano’[12] , struttura triangolare sulla sommità di una parete.  Il termine è messo in rapporto col gr. kephalē ’testa’, sicchè l‘espressione essere a cavallo verrebbe a significare ‘essere in cima, sopra’ dopo che si sono superate le maggiori difficoltà.  Il significato verrebbe a corrispondere a quello dell’espressione ingl. to be on top of a situation ‘avere il controllo di una situazione, averla in pugno’, ma letteralmente ‘essere in cima ad una situazione’.  Il valore di ‘testa, cima’ potrebbe spiegare, però, anche l’essere a cavallo precedente nel senso di ‘essere in cima, sopra, in groppa’, senza riferimento alle gambe aperte a cavalcioni sulla schiena di questi quadrupedi.

    L’espressione a cavallo dei due secoli o tra i due secoli si spiega dando a cavallo il significato di ‘incrocio, incontro, punto di contatto’ riscontrato più sopra.







[1] Cfr. U. Buzzelli – G. Pitoni, Vocabolario del dialetto avezzanese, Avezzano-Aq, 2002.

[2]  L’imperatore Eliogabalo fece costruire un tempio a questa divinità sul pendio orientale del Palatino. Mi dicono che l’uso di rivolgere le spighe dell’ultimo covone verso oriente era diffuso anche ad Aielli, il mio paese.

[3] Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A.Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. arabo jebel, jabal ‘monte’. Ma molto probabilmente il significato d’origine di gabal doveva corrispondere a quello di aramaico e accadico gibil ‘fuoco’, più adatto per un dio del sole. Cfr. anche le voci sarde cadd-ada ‘cavalcata’ < *cavall-ata ma anche ‘fiammata’, caaddi-gghina ‘scintilla’, ecc.

[5] Cfr. J. Frazer, Il ramo d’oro. Uno studio di magia e religione, Newton Compton, 2009.
[7] Cfr. Max Müller, Essais sur la mytologie comparée , traduz. in francese di G. Perrot, Parigi 1873.  Di Müller ebbi notizia dopo aver scoperto la gran parte dei principi che a mio avviso regolano i rapporti e gli incroci  tra le parole.

[8] Cfr. m. ingl. crucche, a.a. ted. krucka, norv. dial. krykkia, tutti col significato di ‘gruccia’.

[9] Cfr. D. Bielli, cit. Questa voce abr. cròcchë ’forca’ esclude, a mio avviso, la possibilità di far derivare l’it. gruccia da un germanico *krukkia come suppongono alcuni. Il termine circolava su suolo italico da tempo immemorabile.

[10] Cfr. anche l’it. centromeridionale accrocco ‘macchina, dispositivo assemblato alla meglio con pezzi instabili’.  A mio avviso la parola è composta dalla prepos. prostetica ad- premessa al termine –crocco, variante di croce, di cui si parla, col valore di ‘unione, assemblaggio, connessione’.  Entrano in gioco anche i termini corradicali fr. croc ‘gancio’, ingl. crook ‘gancio’, che ribadiscono l’dea di “connessione”.  Un covone potrebbe benissimo essere indicato da una simile parola come del resto è avvenuto, a mio parere, nella espressione francese croix du cheval sopra analizzata.

[11] Cfr. anche lat. gabal-u(m) ‘forca, patibolo’ forse di origine celtica.

[12] Cfr. a.a.ted. gibil ‘sommità della casa, timpano’.