mercoledì 22 aprile 2020

Iuppiter Stator (Giove Statore). La linguistica, per certi versi, è rimasta ai tempi di Romolo e delle capanne sul Palatino.



     
    Tutti sappiamo che Giove, il sommo dio dei romani, aveva molti epiteti, tra cui Stator-e(m) che sembrava essere tra quelli più chiari, quando leggevamo, o qualche insegnante ci diceva, che il suo significato è ‘quello che aiuta a rimanere saldi’ di fronte all’incalzare dei nemici.  Dal verbo lat. st-are (partic. pass. stat-um) ‘rimanere fermo, saldo’.  Però ora, riflettendoci sopra un po’ pignolescamente, noto che il verbo è intransitivo e quindi dovrebbe significare ‘colui che si ferma restando saldo’, riferito a Giove stesso, ma si potrà sempre dire che in questo caso è la divinità stessa che impersona il combattente romano, e la piccola difficoltà sparisce.

   La tradizione leggendaria parla di Romolo che, in un difficile frangente per le milizie romane, quando avevano già ceduto all’irruenza dei Sabini nel foro, nella battaglia del lago Curzio, intorno al 750 a.C., e risalivano di corsa verso il Palatino, si rivolse a Giove Statore promettendogli la costruzione di un tempio se avesse rovesciata la situazione: la sua invocazione evidentemente fu ascoltata e i romani, raccolte le loro ultime forze, riuscirono a  respingere i Sabini.

   Ora, passando ad un’analisi razionale, è certo che i nomi relativi a divinità sono molto più antichi di quelli della lingua stessa di cui un popolo si trova a fare uso, anche nella fase più arcaica  della sua storia, e quindi metodologicamente potrebbe essere fuorviante cercare di spiegare, confidando sui valori delle parole di quella lingua in quello stadio evolutivo, il valore di un nome di divinità il quale poteva già esistere quando quel popolo usava magari una lingua di gran lunga diversa, e, soprattutto, molte parole potevano essere nel frattempo cadute  e altre  invece subentrate in vari modi.    E in effetti si dà il caso che, per la spiegazione, a mio parere giusta, di questo appellativo Statore, si debba tener conto di una parola che ho incontrato nel dialetto di Castellafiume-Aq. nella Marsica, paese non molto lontano da Roma.  Ma le parole, lo sappiamo, a volte hanno avuto tutto il tempo per viaggiare comodamente in lungo ed in largo e compiere migliaia di chilometri.   Oltre a Giove Statore si aveva anche la divinità del fuoco Stata Mater, alla quale, nei tempi più antichi, si accendevano fuochi  nel foro. 

    La parola è stat-aroio[1] < *stat-arolo, con la normale palatalizzazione della /l/, che indica un fungo particolare, il cui nome scientifico è fomes fomentarius, fungo da esca usato un tempo per accendere il fuoco.  Ora stat-aroio dovette significare, nel lontano passato, proprio ‘atto all’accensione del fuoco, infiammabile’: mi consente di supporlo il verbo gr. stathéu-ein ‘riscaldare, ardere, arrostire’.  Tutto qui. E allora Iuppiter Stator non era altro che Giove Luminoso, o Giove Brillante o Ardente se per caso all’inizio la divinità coinvolta era quella affine del Sole.  E forse nella lontana preistoria, dove senz’altro arrivano le radici di questo nome, l’uomo non aveva ancora inventato la guerra organizzata, creazione forse di epoche successive.  In greco si ha anche uno Zeús Stad-aî-os (cfr. Eschilo, Theb., v. 513) inteso come ‘Zeus che presiede a battaglia campale’, da gr. stádi-on ‘stadio’.  Ogni lingua, come si può ben vedere, interpreta la radice secondo le parole del suo vocabolario, nemmeno  sospettando che in questo caso l’epiteto poteva nascondere la stessa radice di gr. stathéu-ein ‘riscaldare, ardere, arrostire’, sopra citato. 

    In effetti se dovessimo usare lo scientifico rasoio di Occam, ci accorgeremmo che la mia interpretazione potrebbe essere quella giusta.  Infatti per Statore si afferma che il significato dovrebbe essere quello di ‘che tiene saldi i soldati’ o anche ‘che ferma i nemici’ e, tenendo presente il significato del verbo greco che presenta la stessa radice di lat. st-are, cioè hi-stá-nai ‘porre, erigere, innalzare,ecc.’, si potrebbe ugualmente sostenere  che Stator, nei primordi della sua storia, poteva significare ‘colui che innalza (il trofeo della vittoria). Idem per Stata Mater che comunemente si interpreta come ‘colei che ferma gli incendi’ ma con altrettanto diritto si potrebbe interpretare come ‘colei che provoca incendi’.  La realtà, secondo me, è che queste sono interpretazioni tardive rispetto alla presumibile antichità preistorica di queste divinità. La mia interpretazione di Giove Luce o brillante e di Madre Fuoco, è semplice, diretta, non bisognosa di altre parole e concetti per essere intesa. E’ quindi rispondente in pieno  alla ratio del rasoio di Occam, anche se per caso non dovesse essere vera.  La sola radice sta-  potrebbe essere riferita a buon diritto a tante circostante: è solo la posizione tradizionale che parte dai tempi di Romolo ad autorizzarci, in certo senso, ad intendere il significato di questi epiteti nel modo che sappiamo. E in verità, a volere essere pignoli, la detta interpretazione non partirebbe nemmeno da Romolo, ma da quelli che secoli dopo ne parlarono. 

    C’è un altro interessante epiteto per Giove, Iuppiter Lapis ‘Giove Pietra’. Nel tempio di Giove Capitolino si conservava, evidentemente da tempi immemorabili, una vera e propria pietra (un meteorite?), per la quale si giurava, considerata la materializzazione della divinità stessa e del suo fulmine, divinità che  finiva in un certo senso col coincidere con l’oggetto stesso, in una visione quindi aniconica del dio, propria di alcun religioni.   A mio parere anche qui dobbiamo pensare che Lapis corrisponda alla radice del verbo  gr. lámp-ein ‘lampeggiare, brillare’ se in lettone lapa vale ‘fiaccola di pino’.  E forse ne sa qualcosa lo stesso latino limp-id-u(m) ‘limpido, chiaro’. 

    Un altro epiteto di Iuppiter è Flagius adorato a Cuma-Na, nella zona dei Campi Flegrei.  Sia per Flegrei che per Flagi-us viene spontaneo citare il verbo gr. phlég-ein ‘bruciare, fiammeggiare, splendere’, lat. flagr-are ‘ardere, risplendere’, lat. flamm-a(m) ‘fiamma’ < *flag-s-ma, variante metatetica della radice di lat. fulg-ēre ‘brillare, risplendere’, lat. fulg-ur ‘lampo’, lat. ful-men ‘fulmine’<*fulg-s-men. 

    Ora, voglio dire che qui non si tratta tanto di precisare  l’origine di questo o quell’epiteto: è tutto un atteggiamento da rivedere nei confronti soprattutto di termini riguardanti la religione, la protostoria o le leggende di una civiltà. Ma la cosa stenta a prendere piede, quando non è recisamente rifiutata, e così si continua ad insegnare falsamente nei licei che Giove Statore nacque come ‘colui che fa restare saldi i soldati’!  E’ quello che anche i romani credevano, in base al verbo lat. st-are ‘restar fermo’, ma la ricerca linguistica odierna, dopo secoli e secoli, dovrebbe e potrebbe avere altre armi per rivelarne la falsità!



[1] Cfr. D. Di Nicola, Storia di Castellafiume, Grafiche Di Censo, Avezzano-Aq, 2007

    


1 commento:

  1. L'etimologia deve tenere conto di un equato perfetto, il sanscrito sthAtar- (A lungo): 'che sta fermo' = saldo, immobile, 'che sta fermo sul carro' = conduttore.

    RispondiElimina