venerdì 17 maggio 2019

Cantilena per la chiocciola in uso a Gallicchio in Lucania





   La chiocciola nel dialetto di Gallicchio-Pz ha il nome di càccia-còrnē (letter. caccia-corna) accanto all’altra voce marùchē ‘chiocciola’ diffusa anche altrove, secondo quanto abbiamo visto nel post precedente. Come avviene spesso in questi casi, l’espressione sembra inventata l’altro ieri per indicare la funzione specifica dell’animaletto che solitamente caccia le sue antenne e magari subito le ritira se avverte un pericolo.  Ma così non è. 

   Qui ci deve essere stato l’incrocio di termini primordiali per ‘chiocciola’ con altri indicanti il guscio entro cui spesso si nasconde. La prima componente sfrutta la stessa radice di fr. cache ‘nascondiglio’, fr. cach-et ‘capsula’, ingl. keg <kag ‘barile’, abruzz. chëc-όnë ‘grossa chiocciola’[1].  Per la componente –cornē indicherei lo stesso it. corno ‘cavità rotondeggiante dell’encefalo’ (ce ne sono tre, una diversa dall’altra, ma non a forma di corno, mi pare). Il quale, nella fattispecie, deve avere la stessa radice del lat. coron-a(m) ’corona’, gr. korṓnē ‘curvatura, anello di porta’, con accento ritratto sulla prima sillaba, come avvenne in una fase preistorica del latino e dell’etrusco, con il conseguente oscuramento o caduta delle vocali atone. C’è anche il serbo-croato kornj-ača ‘tartaruca’. Il corno anatomico è altrimenti chiamato ventricolo. Ma c’è anche un latino cornu ‘corno’ usato, nella seconda satira di Orazio, col significato di vaso da olio’ Il concetto di “corno”, ora saldamente infisso nella nostra mente, ci impedisce di capire che esso poteva designare anche una cavità, come nel toponimo Buco del Corno, un antro famoso  in provincia di Bergamo.  Il corno, stilizzato, presenta una parte esterna a guisa di punta e convessità, ma anche una parte interna a guisa di concavità. L’italiano obsoleto corn-uta ‘recipiente di legno per portare acqua’ non deve la sua denominazione al fatto che aveva due manici, bensì al suo essere recipiente, appunto. Il secondo elemento –uta forse ha a che fare con lat. uter-u(m) ‘utero (in quanto cavità)’ e lat. utr-e(m) ‘otre’.

   La cantilena gallicchiese annunciata nel titolo, in genere recitata dai ragazzi per far uscire dal guscio la lumaca, è la seguente: Caccia, caccia-còrnë, mamma tùië të ngòrnë, të ngòrnë ndu përtùsë, mamma tùië è nna frëghëgliùsë! (lumaca, lumachina, tua madre ti incorna —ti attacca con le antenne—, ti incorna nel buco, tua madre è un barbagianni!)[2].  Ora, ad una prima lettura, fatta in base a quello che ho detto sopra, la caccia-cornë non dovrebbe essere altro che il guscio della lumaca, l’espressione të ngòrnë dovrebbe significare ‘ti avvolge, ti ricopre’. La voce mamma che, vedi caso, compare anche in una filastrocca per la lumaca in uso ad Aielli quando ero ragazzo, dovrebbe in questo contesto indicare ancora una copertura, quella del guscio, appunto: essa presenta la stessa radice del verbo am-mammà ‘coprire di terra una piantina a protezione delle radici’ [3]del dialetto di Mormanno-Cs e del primo componente della voce siciliana mamma-luccu ‘chiocciola’. Interessante è il gr. mamma-kýthos, usato dal commediografo  Aristofane, nel significato di semplicione. La componente kýth-os rimanda al verbo keýth-ein ’nascondere, celare’, e la componente mámma vale mammella e mamma (linguaggio infantile) come in latino. Ma la radice di quest’ultima poteva essersi incrociata con quella per ‘copertura, cavità’ di cui abbiamo parlato, sicchè il tutto poteva indicare ‘uno che se ne sta nascosto, rintanato’ e sviluppare il significato di ‘timidone, semplicione’. Non bisogna affatto seguire il suggerimento del vocabolario del Rocci, che ne dà il supposto valore letterale di «che si nasconde nella gonna della madre».  In Grecia persino un normale cittadino che non si interessava della cosa pubblica veniva considerato uno stupido, un semplicione, appunto. Il gr. idiṓtēs, da cui il latino e italiano idiota, indicava un uomo privato ma anche un ignorante, rozzo, semplicione.

    Nella cantilena si dice anche che la mamma compie l’azione di “incornare” nel buco, il quale torna ad indicare la cavità indicherà del guscio.  L’ultima dichiarazione della cantilena, il paragone della mamma ad un barbagianni, sembra la più cervellotica, ma in effetti non lo è. Perché nel pugliese, in un’area, quindi, non lontana da quella lucana, si incontra la voce cornicedda[4] ‘allocco, barbagianni’ ricondotta ad un latino parlato *cornic-ella, diminutivo di lat. cornic-ul-a(m) ‘cornacchia’ da lat. cornix ‘cornacchia’.  Ma io sono propenso a credere che la parola vada segmentata in corni-cedda, il cui primo elemento richiama il gr. korṓnē ‘cornacchia’, passata ad una forma dialettale *korne, a causa dello spostamento dell’accento sulla prima sillaba di cui abbiamo parlato.

    In francese cornacchia suona corn-eille. Questi nomi di uccelli espressi dalla radice in questione corn- mi riconferma nel convincimento che all’origine essa aveva anche il valore di animale. Per cui  anche il primo elemento di caccia-cornë doveva significare animale: cfr. abr. cacci-unë, cacci-un-ijjë ‘cagnolino’, sp. cach-orro ‘cucciolo’, lo stesso it. cucci-olo, ungh. kakas ‘gallo’. Il secondo elemento –cedda < -cella di corni-cedda ‘allocco, barbagianni’ più che diminutivo, mi sembra una forma dialettale per ‘uccello’. La voce gallicchiese frëghëgliùsë ‘barbagianni’ richiama un po’ quella arcaica aiellese prëngëllòtta ‘pipistrello’. Alcuni miei amici, nei bei tempi andati, mi appiopparono quel nomignolo, perché ero solito uscire sul tardi, quando essi avevano fatto già molti giri in piazza (ngimallaporta).

     Che la mia supposizione precedente, relativa all’equazione  corno=lumaca, cogliesse nel segno, lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, la voce veneta corgnòlo ‘chiocciola’ che ho letta oggi, diversi giorni dopo la stesura di questo articolo[5].   Corgnolo è dal lat, corn-eol-u(m) ‘a forma di corno’ ma in questo caso esso non richiama affatto le corna della lumaca, come vuole il Cortelazzo che ne spiega l’etimo ma, semmai, il guscio dell’animale o, più in fondo, l’animale stesso. 





[1]  Cfr. D. Bielli, Vocabolario abruzzese, A. Polla editore, Cerchio-Aq, 2004.

[4] Cfr. Cortelazzo-Marcato, I dialetti italiani, UTET Torino, 1998.

[5] Cfr. Cortelazzo-arcato, cit.

   




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