venerdì 31 maggio 2019

La cantilena sulla lumaca a Pagliara dei Marsi.







Esci, esci, ciammaruca
màmmata s’è peruta,
pàtrete s’è ‘mpiccato
alla forca deglio pelato.

Pagliara dei Marsi è l’unica frazione di Castellafiume-Aq, composta di poche decine d’anime.  Riporto il testo per la sua forte somiglianza con quello di Aielli, il mio paese.  Ma il motivo dell’impiccagione del padre si ritrova anche in una filastrocca veneta, la n. 105 del catalogo di Giovanni Grosskopf di cui ho parlato.    Qui però si dice màmmata s’è perùta  (tua madre è morta) al posto di quella che dovrebbe essere formula normale màmmeta s’è morta (Aielli).  Ora, se nel dialetto di Pagliara che non conosco si dice normalmente s’è peruta (è perita) al posto di s’è morta, si tratterà di una probabile resa nel dialetto locale della formula s’è morta più generale. Altrimenti bisognerebbe cercare una radice attinente ai concetti di  chiocciola, corna o guscio.     Nel testo aiellese si nominano le forche di san Donato, che qui diventano la forca del pelato. Per forca abbiamo già individuato in latino e soprattutto nei dialetti il significato di ‘buco, tana’.  Resta il pelato che a mio parere non è altro che il gr. pýl(ai) Áid-ou ‘porte dell’Ade’. ‘Orco’, ‘mondo sotterraneo’. Il gr. Áid-ēs lo considero imparentato col lat. aed-e(m) ‘casa, tempio’.  Quindi il significato originario di questa espressione greca doveva essere quello di cavità, fossa, baratro e perciò adatto ad indicare anche il guscio della lumaca. Comunque non è impossibile che pelato sia ampliamento della base dell’it. pila ‘recipiente grande e profondo’ che nel lat. pil-a(m) valeva ‘mortaio’. I dialettali pil-όzzë, pël-όzzë indicano l’abbeveratoio. Numerose erano nell’antichità le grotte dell’Ade o di Plutone in Grecia e altrove come quella famosa di Eleusi, considerate ingresso per l’aldilà[1].

    Immagino uomini primitivi che con donne e ragazzi uscivano fuori dell’abitato in cerca di lumache dopo una pioggia in tutti i paesi in cui esse si trovano.  E li vedo recitare simili filastrocche, inserite forse in qualche cerimonia rituale o in qualche pratica magica, ma è un grande errore pensare che quelle che appaiono come incongruenze alla luce della logica siano il risultato di questa mentalità aperta alla magia e al fantastico. Le parole delle loro filastrocche erano il risultato anche per loro dell’incrociarsi di termini nel corso dei millenni, cosa che semmai favoriva ed alimentava la loro apertura al fantastico.   Nel numero prossimo di Quaderni di Semantica porterò un esempio inconfutabile che qui non posso rivelare.




[1] Cfr. nel blog  il mio articolo Epiteti di Ade (giugno 2009).



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