giovedì 4 giugno 2009

Etimologia di it. torrente

Ho letto nel sito internet http://www.pittau.it/italianistica/torrente.html l’articolo di Massimo Pittau sull’appellativo italiano torrente e debbo dire che condivido quasi in toto quello che l’illustre linguista afferma con dovizia di dotti riferimenti circa l’insostenibilità dell’etimo proposto dalla stragrande maggioranza degli studiosi, etimo che esibisce una serie di improbabili salti semantici a partire dall’idea di corso d’acqua che si dissecca e arrivando a quella opposta di corso d’acqua impetuoso. Potrà sembrare indelicato da parte mia, ma anch’io avevo individuato, nel mio piccolo, la soluzione del problema proposta con tanta forza dal Pittau. Dico questo non per rivendicare un eventuale diritto di primogenitura che non potrei d’altronde nemmeno dimostrare, ma per sottolineare che il mio metodo di lavoro, che si basa fondamentalmente sulla lettura e comparazione dei toponimi, raggiunge, senza molta fatica e dottrina, in questo come in altri casi caratterizzati soprattutto da un certo grado di paradossalità, gli stessi risultati ottenuti da famosi linguisti, con i quali mi trovo però spesso in disaccordo.

Ora, relativamente a questa etimologia, vorrei fare delle considerazioni, apparentemente marginali, ma che, secondo me, dovrebbero aprire panorami semantici nuovi, capaci di collegare ad ampio raggio concetti apparentemente distanti tra loro. In effetti io suppongo che nel fondo della radice torr- ci sia spazio per appellativi che indichino sia il ‘corso d’acqua’ sia il ‘calore’ come nel lat. torris ‘tizzone’, lat. torr-ere ’bruciare, disseccare’ da una parte, e nei relativi termini per ‘fonte, corso d’acqua’ di cui si discute, dall’altra. Non sarà un mero caso se si incontrano idronimi con radici che fanno riferimento al ‘caldo’ come i tre fiumi Calore (uno affluente del Volturno, uno del Sele e l’altro rappresentato dall’alto corso del Tanagro, nel Vallo di Diano) e i torrenti Càllora (Boiano) e Acqua Calda (affluente del Volturno,nonché fiume siciliano e nome di varie fonti, calde o no ). Ricorrente è l’idronimo Fonte Secca che evidentemente nel suo intimo non rispecchia quello che esso vorrebbe farci credere a parole se nelle carte dell’ IGMI è accompagnato dagli stessi simboli indicatori di acqua delle altre fonti. Bisogna quindi supporre per questo idronimo una radice simile a quella di ted. seihen, seigen ‘filtrare, colare’, ingl. dial. sike ‘rigagnolo, ruscello’, soprattutto quello che si dissecca d’estate (anche qui evidentemente si risente l’influsso di lat. siccum ‘secco’), sscr. secate ‘egli versa’. Il lat. sequi ‘seguire’ presenta anch’esso il significato di ‘sgorgare, fuoruscire’ in Aen. 3, 33 (sequitur de cortice sanguis ‘il sangue sgorga dalla coteccia’). L’idronimo Rio della Sega (prov. Lucca, Bolzano, ecc.) ci aiuta a scacciare dalla nostra mente l’ossessione della eventuale ‘siccità’ di queste fonti: si tratta chiaramente di ‘fantasmi’ spuntati come funghi da uno strato linguistico remoto, che crescono come meglio possono alimentandosi di più o meno moderni surrogati di appellativi originari. Accenno soltanto all’appellativo tedesco Brunnen ‘sorgente, fonte’ che è senz’altro in rapporto con ingl. bourn, burn ‘ruscello, rigagnolo’ e con ingl. to burn ‘bruciare, ardere’.

Tornando alla radice torr- , rappresentata, oltre che dagli idronimi citati dal Pittau, anche da vari altri del tipo Torrente Torre (Friuli), Rio Torre-puni (affluente del Volturno), Sorgente Torre dell’Acqua (nell’Argentario), Fiume Tora (Lorenzana, Pisa), Fiume Tur-ano (affluente del Velino), Rio di Torrecchia (Cappadocia Aq.), Fonte Torricella (Gran Sasso) per non parlare di idronimi dell’area germanica come Dörren-bach ‘Rio-secco’(Comune della Renania-Palatinato), Tur-bach (paese vicino Gstaad, Svizzera), fiume Thur (Svizzera), bisognerebbe riflettere che l’idea di fondo dei nomi di questi corsi d’acqua, impetuosi o no, dovrebbe essere quella di ‘forza, spinta, impeto’ che si ritrova tutta intera anche dietro i relativi termini che indicano ( la forza del) calore e (l’impeto del) fuoco, della fiamma o del sole. Sicchè io sono convinto che inizialmente questi idronimi erano riferiti al corso d’acqua in generale, senza specialistiche distinzioni. Solo che quando, ad esempio in latino, essi vengono ad incrociarsi con la radice di torr-ere, già specializzatasi nel senso del ‘calore’, non possono non risentirne, modificando alquanto il loro significato primitivo di ‘corso d’acqua’ in quello di ‘corso d’acqua ribollente, impetuoso’.

Che dietro il sostantivo latino torrentem vi fosse una simile idea e non quella supposta dai linguisti come punto d’avvio dell’it. torrente e cioè ‘ corso d’acqua che si dissecca’, ce lo conferma un brano di Macrobio, che ho trovato in un libro di versioni per i licei, intitolato Perché le porte del tempio di Giano restavano aperte in tempo di guerra. Durante la guerra tra Romani e Sabini, dalla porta del tempio di Giano che si trovava in prossimità di una porta delle mura della città ai piedi del Viminale (attraverso la quale, dopo che i Romani l’avevano abbandonata impauriti, stavano per irrompere i nemici) escono torrenti di acqua bollente che travolgono e “arrostiscono” letteralmente i soldati sabini. Ne riporto un breve tratto in modo che si possano derivarne le giuste conclusioni: Cumque Sabini per portam patentem inrupturi essent, fertur ex aede Iani per hanc portam magnam vim torrentium undis scatentibus erupisse, multasque perduellium catervas aut exustas ferventi aut devoratas rapida voragine deperisse. Per designare questi violenti e massicci getti d’acqua bollente Macrobio usa l’espressione vim torrentium; solo con quello che egli specifica successivamente si viene a capire che questa vim torrentium era costituita da vera e propria acqua ‘bollente’, che “arrostisce” e travolge le schiere nemiche. Risulta quindi chiaro che il ‘bollore’ era già incluso in quella espressione. Resta solo da notare che la suddetta radice torr- è molto simile a quella notissima preindoeuropea dura/duria molto diffusa nella idronimia europea: quasi sicuramente si tratta di una sua variante, a giudicare anche dalle svariate forme germaniche oscillanti tra la dentale sorda e sonora come Tor-bach,Toren-bach, Torren-bach / Dor-bach,Dorren-bach, Durst-bach in cui,secondo me, è molto difficile separare le forme idronimiche originarie da quelle ‘rotate’ in conseguenza della Lautverschiebung. Quello che però è molto interessante è constatare comunque che i significati dei diversi determinanti di questi idronimi sono riannodabili con quello di ‘calore’: il ted. Tor ‘pazzo’ è presumibile che nasconda l’idea di ‘(testa) calda, scalmanata, agitata’; l’omofono ted. Tor ‘portone’ nasconde probabilmente il concetto di ‘passaggio, movimento’ il quale è anche all’origine di quello di ‘eccitazione, calore’. In base a queste considerazioni non si può accettare nemmeno la spiegazione che, della voce friulana toràde ‘piena di torrente’, viene data nel dizionario etimologico di M. Cortellazzo e C. Marcato I dialetti italiani, UTET, 1998, p. 439. La denominazione a mio avviso non trae origine necessariamente da quella del fiume Torre, corso d’acqua del Friuli a regime torrentizio, per il semplice motivo che la radice stessa del nome Torre giustifica la presenza nel lessico di voci dal significato simile, e cioè ‘corso d’acqua, rio, rigagnolo, getto d’acqua, zampillo, piena’ . La voce in questione è d’altronde simile ad alcune di quelle citate dal Pittau, come il logudorese tzurrada ‘zampillo di latte che esce dalla mammella’, il nuorese turruttu, torruttu ‘rivolo di liquido che cola agli angoli della bocca’. Non è fuori posto notare che anche i diversi idronimi del tipo Rio Torto , in Italia ed oltre, si debbano spiegare come derivati dalla stessa radice di cui si parla e non dalle giravolte più o meno frequenti che caratterizzerebbero questi corsi d’acqua. Del resto non saprei come spiegare diversamente idronimi come rio Capo-ri-torto (Rocca di Mezzo, Aq.) in cui la componente –ri-, ben camuffata, ripete tautologicamente, secondo me, lo stesso significato delle altre due e come Rio del Ritorto, affluente del Letimbro (Savona), che nel nome pone già qualche distanza dalla troppo facile spiegazione basata tutta sulla eventuale sinuosità del suo percorso. Notevoli sono anche gli idronimi della Garfagnana come Torrente Tùrrite, Torrente Tùrrite Cava, Torrente Tùrrite Secca (caratterizzato quest’ultimo – incredibilmente! - da costante portata d’acqua), affluenti del Serchio.

Pittau, infine, sostiene che il suffisso –ente di it. torr-ente sia da considerare di origine mediterranea, mentre io penso che esso sia nome tautologico per ‘corso d’acqua’ come mi confortano a sostenere numerosi fiumi quali Liv-enza, Pot-enza, Bid-ente. Un bell’esempio del ricorrere di queste radici, che, come le altre, doveva racchiudere dentro di sé la ‘forza’ o la ‘vita’ di ogni sorgente o corso d’acqua (forza che riapparirà anche nel lat. tardo entem ‘essere vivente’), è dato dal torrente Vivo, in prov. di Siena, che va a perdere, per così dire, la sua vitalità nel torrente Ente, il quale però, col suo nome, generosamente la rinnova. L’appellativo vivo forma il nome di tante fonti e ruscelli non perché essi sgorghino o fluiscano in modo piuttosto vivace rispetto ad altri ma semplicemente perché il solo loro fluire o sgorgare, vivace o normale che fosse, era stato sentito, all’origine, come uno dei tanti segni di ‘vitalità’. In area germanica infatti esso riappare, naturalmente sotto mentite spoglie, in idronimi come Weiben-bach ‘Rio della Donna’ o come Weibers-brunnen ’Fonte delle Donne’ e così ci aiuta anche a individuare quello che per me è il vero etimo di ted. Weib ‘donna, moglie’: un ‘essere vivente’, dunque, specializzatosi ad indicare l’uomo nella sua versione femminile. Mi conforta in questo la presenza in tedesco del verbo web-en ’muoversi, agire, vivere, alitare’, di struttura quasi uguale a Weib. Del resto anche man ‘uomo’ nell’antico inglese veniva normalmente usato per ‘essere umano, persona’ senza alcuna distinzione di sesso. Proseguendo, si può facilmente notare che la prima componente del nome Bid-ente non è che una forma camuffata del termine vita, altro nome di fonti (cfr.Fonte della Vita, nei monti Sibillini) accanto all’altro molto diffuso di Fonte San Vito. La prima componente di Liv-enza è da accostare all’ingl. to live ‘vivere’, ted. leben ’vivere’ giacchè il suo nome latino Liqu-entia ha tutta l’apparenza di una reinterpretazione ipercorretta di un precedente nome locale, basata su lat. liquēre. La prima componente di Pot-enza è quella di greco pot-amós ‘fiume’, concetto che ne coinvolge anche altri come quello di lat. pet-ere ‘dirigersi, chiedere, assalire’(lo stesso concetto dell’ im-peto di cui ho parlato sopra), oltre naturalmente a quello di lat. potis ‘potente, capace’ e, quindi, di lat. pot-entia ‘potenza’. Interessantissimo supporre infine, in base a questi esempi, che i cosiddetti suffissi, nelle varie lingue, siano null’altro che il derivato di componenti tautologiche di fine parola, che si sono prestate a perdere il loro significato d’origine a tutto vantaggio di una loro utile funzione grammaticale.

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