domenica 28 giugno 2009

I Ciclopi e il concetto di rotondità

Ad integrazione dell’articolo Le categorie aristoteliche ostacolano la comprensione dei concetti generali all’origine del linguaggio risulta oltremodo utile riflettere su alcuni tratti del mito dei Ciclopi, esseri giganteschi e selvaggi di cui ci parla già lo stesso Omero (Od. IX).
In greco l’aggettivo kýklops significa ‘rotondeggiante’, senza alcun riferimento ai Ciclopi o al loro unico occhio (gr.óps ‘vista,occhio’) sulla fronte, cosa che dovrebbe già farci balenare nella mente la possibilità che il mito sia un derivato di qualche termine antichissimo che faceva riferimento a qualcosa di diverso dalle figure dei suddetti ‘bestioni’. E in effetti, se si tiene presente il racconto omerico nonché la considerazione, fatta già in occasione dell’articolo di cui sopra, che i macigni nascondono in genere il concetto di ‘rotondità’ dietro i nomi con cui vengono variamente indicati in una medesima lingua o in lingue diverse, non si può escludere, nel nostro caso, che dietro l’idea di ‘cerchio’ (kýkl-) si possa vedere quella di ‘macigno', appunto. Il termine kýklos comprende infatti, tra i suoi significati, quello di ‘globo, sfera, bulbo dell’occhio’ formando così una tautologia con l’altra componente –óps dell’aggettivo di cui si parla. Il fenomeno viene ulteriormente sottolineato dai significati di vari termini che, a mio parere, non sono che varianti di kýklos come kóklos ‘conchiglia, chiocciola’, chóchl-ax ‘ciottolo, pietra da macina’, kokkália ‘conchiglie o lumache marine’, kókkalos ‘pigna’. E qui bisogna introdurre l'abruzzese cìcele 'ciottolo, endice, cinguettio, bisbiglio' (cfr. vocabolario del Bielli) di cui ho parlato anche nel post Etimo di chicchirichì 'gheriglio'. Il vocabolo mi sembra rimandare proprio a greco kyklos 'cerchio' con l'inserimento di una vocale anaptittica tra la /k/ e la /l/, come avviene, ad esempio, per il termine dialettale aiellese becechellétta (le /e/ non accentate sono mute) dall'italiano bicicletta. Una curiosità. Sappiamo che in Teocrito il ciclope Polifemo diventa un tenero cantore dell'amata Galatea: molto probabilmente in questo caso la metamorfosi era un riflesso di altra interpretazione, magari presente in racconti mitici a noi non noti, delle componenti del nome kykl-ops. La prima componente, infatti, mi sembra vicina al suddetto abruzzese cìcele 'cinguettio' (cfr. aiellese arcaico chechelà 'cinguettare', greco kichlìzo' scoppio a ridere, cinguetto, nitrisco') e la seconda è la stessa del greco ops 'voce', diversa da ops 'occhio, vista': sicchè il nome proprio Poly-phemos col suo etimo trasparente 'pieno di sonorità, di voce' sembra configurarsi come una mera 'spiegazione', in chiave musicale, del precedente.
Il ciclope Polifemo è paragonato da Omero al cocuzzolo (gr. rhíon ‘vetta, promontorio’) isolato di alta montagna selvosa . Egli chiude l’ingresso della sua spelonca con un masso enorme. Il recinto antistante la sua grotta è formato da enormi sassi confitti nel terreno. Quando si accorge che Ulisse con i suoi compagni si sta allontanando con la nave dall’isola, svelle e lancia contro di loro la cima (gr. koryphé ‘cima’, nome che secondo me è all’origine dei molti monti Corvo in Italia, come meglio suggerisce la variante kórphos) di una grande montagna, ripetendo invano il lancio una seconda volta e imprimendo al sasso un moto rotatorio . Conosciamo inoltre tutti l’espressione mura ciclopiche con cui ci riferiamo a cinte murarie cittadine composte di enormi massi più o meno squadrati, come quelli delle mura di Tirinto e Micene che sarebbero stati sistemati proprio dai Ciclopi. L’idea di ‘rotondità’ si era realizzata anche in quella di ‘caverna, spelonca’ in cui questi mitici mostri vivevano, dando origine anche a toponimi come Kyklópeia, grotta nell’Argolide, ad altri nomi di grotte del mondo greco, oltre che alle Isole dei Ciclopi, faraglioni (quindi grossi massi) dinanzi ad Acitrezza, non lontano da Catania.
Un altro termine greco per ‘cerchio, ruota, disco’, e cioè tróchos, oltre a significare ‘pillola’ (corpo rotondeggiante), ne ingrandisce le dimensioni passando a significare ‘macigno’ nel nome composto oloí-trochos, la cui prima componente ritorna nell’altro composto tautologico cretese ouló-sphaira ‘sorta di pastiglia’. Sphaîra, anche da sola, può indicare la ‘pillola’. Le componenti oloí-, ouló-, a detta dei linguisti, rimandano al lat. volv-ere ‘girare’ e a diverse altre parole greche dello stesso campo semantico come olaí, oulaí ‘grani d’orzo’, ólyra ‘spelta’, élymos ‘panico, miglio, invoglio, astuccio’, oûlos ‘covone’, oulamós ‘torma, schiera, lat.globus’. Nel termine tróch-malos ‘pietra arrotondata, ciottolo’ compare nella seconda componente una variante di greco mýle ‘macina, mola’, greco mále ‘ascella, cavità ascellare’, lat. mola ‘macina’, ingl. mill ‘mulino’, got. mal-an ‘macinare’, ecc. L’aggettivo trócchjë ‘ tarchiato, tozzo, grassotto’, abbastanza diffuso nei dialetti della Marsica, credo si debba riportare a forme greche come troch(a)lós ‘ rotondo’.
Il greco rhómbos indica qualsiasi corpo sferico o circolare, come il ‘tamburo’ o la ‘trottola’, ma anche il ‘movimento rapido circolare, turbine’, oltre alla figura geometrica chiamata appunto ‘rombo’ o ‘losanga’, che rotonda non è, ma grosso modo rotondeggiante e, pertanto, figlia dello stesso identico concetto originario più generico di ‘involto, massa, pacco, ecc.’.
Ho incontrato proprio oggi 7 luglio 2009, in un vocabolario abruzzese presente in rete (una raccoltina di parole senza pretese ), il termine chichilùne 'pietre grandi, grandine', che conferma quanto dicevo sopra sull'altro termine abruzzese cicele 'ciottolo' e su greco kyklos 'cerchio': esso ha salvato anche la pronuncia gutturale!

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