lunedì 29 giugno 2009

I Santi Martiri di Celano e la Madonna della Vittoria di Aielli

Una motivazione comune, l’acqua, all’origine remota dei rispettivi culti


L’origine del culto dei martiri Simplicio, Costanzo e Vittoriano credo che, come tanti altri, andrebbe rintracciata nella stessa toponomastica radicata nel territorio , oltre che opportunamente interpretando quanto la tradizione orale e scritta di essi ci dice. Operazione, quest’ultima, che, è bene sottolinearlo, va ridotta all’osso e frenata in ogni modo, data la facilità con cui ogni dato può essere interpretato in un senso o in un altro : cosa che finisce con l’assecondare la naturale tendenza dell’uomo a lasciarsi prendere dal suo bisogno di affabulazione e di mito, in specie quando egli rivolge lo sguardo alle cose del passato più o meno antico e talora anche se è un ben armato e agguerrito studioso.

La saga dei martiri di Celano è evidente che ruota intorno alla fonte Ranë dove essi sarebbero stati decapitati, verso la metà del II sec. d.C.: un abbondante capo d’acqua che rimane anche costante nella portata nei vari periodi dell’anno, come costanti rimasero i tre Santi dinanzi alle minacce dei loro persecutori al tempo dell’imperatore Marco Aurelio, come racconta la tradizione. Ora, mi sembra indiscutibile il rapporto tra il nome di uno dei martiri, Costanzo, e la costanza del flusso che scaturisce dalla fonte il cui riverbero si riflette, appunto, nel comportamento dei Santi. Ma la cosa interessante, secondo me, si scopre nell’etimo del nome Simplicio che confermerebbe la fermezza dei Santi, riflesso della invariabile portata della fonte . Il latino sim-plex presenta una prima componente sim- che è quella di sem-el ‘una volta’, di sem-per ’sempre’, di sim-ilem ‘simile’, inglese same ’stesso’, i quali tutti ne sfruttano il significato di unità, identità. Questo fatto ci autorizza a sostenere che un possibile significato di sim-plex, magari sviluppatosi da quello attestato di ‘uno, solo’, oltre che di ‘semplice’, poteva essere proprio quello di ‘uniforme, costante, identico, fedele’ non multi-plex’ molteplice, vario, instabile’ né du-plex ‘doppio, di duplice natura, falso’, riconfermando così il concetto di cui sopra, che sottolinea la fermezza e la forza di resistenza dei personaggi, che riappare in trasparenza anche nell’episodio fantasioso del ritrovamento dei martiri “illesi da corruzione, come se nel giorno innanzi vi fossero stati rinchiusi”[1]. Ma forse, più semplicemente (e la verità ha spesso il volto della semplicità più naturale, una volta scoperta), è da scorgere nella parola Simplicio null’altro che una simplex aqua ‘acqua pura”, espressione usata da Ovidio come ogni buon vocabolario latino registra. D’altronde il concetto di purezza non si discosta molto da quello di sincerità e di fedeltà.

Una fonte così abbondante avrà dato origine, fin da epoche lontanissime, a qualche divinità, sia pure minore, legata alle acque così importanti per la sopravvivenza dell’uomo preistorico, quando certamente non esistevano acquedotti. Quasi ogni fonte, ancora ai tempi di Roma antica , aveva la sua bella ninfa. E allora se Simplicio e Costanzo sono solo delle ipostatizzazioni di una o più caratteristiche dell’acqua di fonte Ranë, divenute magari appellativi del genius loci, possiamo e dobbiamo rivolgerci all’altro nome Vittoriano se si vuole approdare alla scoperta di originari idronimi trasformatisi evidentemente in nomi di divinità. Si dà il caso, ma non è un caso, che nelle immediate vicinanze della fonte si trovi la chiesa di San Giovanni Capodacqua (oggi nota come S. Maria delle Grazie) costruita forse nel secolo XI, ma che andava probabilmente ad occupare un suolo “sacro” da tempi immemorabili come è, appunto, logico supporre anche se nessuno può confermarcelo. Ora questo nome Giovanni deve essere stato immediatamente preceduto nel tempo da quello di Ianni o Sant’Ianni, come diversi toponimi nella Marsica e altrove stanno ancora ad attestare: e non sarà anche qui un caso se abbastanza spesso il toponimo indica direttamente o è in rapporto con qualche fonte, anche piccola , nelle vicinanze, come ad Ortucchio, Scurcola, località San Giovanni tra Subiaco e Jenne, come nel gruppo montuoso del Gran Sasso con le due fonti Giovanni e Acqua San Giovanni, e in tanti altri luoghi . L’idronimo è così antico, secondo me, da essere presente in una leggenda romana che voleva che, in occasione di una irruzione di nemici attraverso non ricordo quale porta, dal vicino tempio di Ianus scaturisse un torrente così violento che essi furono costretti a retrocedere o vennero addirittura travolti.

Procedendo nella nostra ricerca scopriamo che la fonte Ranë era nota in passato anche col nome di Fonte d’Oro o Fons Aurea , esatto doppione del nome di una fonte di Pescina: si tratterà evidentemente della stessa radice della seconda componente del Met-auro, fiume risultante dalle acque dei torrenti Meta e Auro. Un po’ dappertutto si trovano poi fonti che portano il nome di San Vito come a Cerchio, a Canistro, ecc. C’è anche da notare che una chiesa di San Vito è proprio di fronte alla notissima Fonte delle 99 cannelle all’Aquila. Ora se proviamo a mettere insieme le radici idronimiche di vito, oro (aureo),iani(ianni) otteniamo, quasi come dal cappello di un prestigiatore ma in realtà solo per naturale processo di sedimentazione linguistica attraverso i secoli, il nome di Vitt-or-iano, il terzo dei Santi, incrociatosi naturalmente col nome personale Victor, dell’ultima età repubblicana. Che sia avvenuta una operazione di tal genere mi pare confermato da una tradizione, riportata dal Di Pietro in quanto attestata in un non meglio precisato “manoscritto di Monsignor Febei” di epoca molto antica, secondo la quale altri tre santi Vittore, Giovanni, Stefano, martirizzati nella vicina Forme sempre al tempo di Marco Aurelio, furono rinvenuti, proprio come gli altri tre, dal Beato Giovanni da Foligno che scavava con un bid-ente ( si noti come bid-, la prima componente del termine, sia variante della suddetta radice vit- e si tenga presente il fiume Bidente in Romagna) e trasportati, come gli altri tre, nella chiesa di San Giovanni di Celano. Ognuno può vedere che i nomi dei due martiri Vittore e Giovanni ne formano in realtà uno solo, e cioè Vittor-iano, in quella che si può considerare la versione ufficiale di una medesima storia. Mi pare inoltre abbastanza sospetta la ricorsività del nome “Giovanni” in quelli di Giovanni da Foligno e di Giovanni da Parma, il presunto costruttore della cassa di marmo in cui furono posti i corpi rinvenuti intatti, per poterle accordare una qualche parvenza di verità. La cosa è invece una prova formidabile della vocazione mitopoietica di certi toponimi, radicati come rocce nel terreno, che pazientemente e imperturbabilmente assistono al lento ma continuo fluire dei secoli e dei millenni intorno a loro modellando i fatti, sia pur minimi, della storia locale. A suggello di questa considerazione si può aggiungere la notizia ( tratta dal sito internet: http://www.santiebeati.it/dettaglio/91925) secondo la quale la famiglia dei santi martiri, originaria della Borgogna, sarebbe stata battezzata da San Gennaro, non quello di Napoli, come si affretta a specificare l’autore del sito, ma nemmeno da qualche altro possibile santo perché esso è solo un nome immaginario scaturito, è evidente, dalla fonte inesauribile della radice Iani o Iano, da cui Ianu-arius e quindi Gennaro. Ma le meraviglie non finiscono qui. Ad Aielli celebriamo la festa della Madonna della Vittoria la quale, secondo la tradizione, dopo un periodo di sei mesi di siccità, avrebbe mandato, invocata da un frate dinanzi la chiesa di San Rocco dove era stata posta e ripulita la sua statua abbandonata, tanta acqua quanta non se n’era mai vista. Ricordo che i vecchi di Aielli precisavano che, prima della pioggia ristoratrice, era apparsa una nuvoletta sulla sommità del monte Sand’ Uttërìnë (San Vittorino, a nord-est di Celano). Mi pare quindi inoppugnabile la stretta colleganza tra il nome di uno dei Santi martiri, Vittore o Vittoriano, e quello della Madonna della Vittoria. A questo si aggiunga anche che il termine lat. unda ’acqua, onda’, il greco hýdor ‘acqua’, l’inglese water ‘acqua’ nonché l’umbro utur ‘acqua’ sembrano formazioni da una stessa radice wed/ud. Tenendo d’occhio la voce greca e quella inglese si ricava un preistorico *wydor che, secondo me, sta dietro il santo Vittore. Non è ancora una volta un caso se esistono le Terme di San Vittore (Ancona) e se San Vittorino è un altro santo che subì il martirio presso le Terme di Cotilia sulla via Salaria. Il suo corpo sarebbe stato traslato e sepolto a San Vittorino vicino L’Aquila, l’antica Amiternum. E’ inoltre appena il caso di accennare alle molte Fonti Vittoria, La Vittoria, Santa Vittoria, sparse in tutta Italia e alla Fonte Vittor-iana (Valli del Pasubio, Vicenza).

Se si vogliono poi vedere le teste cadere sotto i colpi del carnefice basta, secondo me, rivolgere l’attenzione al nome di San Giovanni Capo (dacqua), per immaginare una ‘testa’ di san Giovanni, o della divinità precristiana a lui precedente, ruzzolare orrendamente per terra. Ho usato le parentesi per –dacqua- perché Capo-, anche da solo, è una radice idronimica ben nota in tutta l’area del Mediterraneo, che è presente, secondo me, anche nel giapponese kawa, gawa ‘fiume’, e che si ritrova, infine, nel nome del rio Capo-ri-torto (Rocca di Mezzo-Aq) nonché in quello del paese Cappa-docia,alle sorgenti del Liri, dove esiste anche una fonte Cap-equa. La voce cavò (cavone) 'sorgente d'acqua' del dialetto di Marcellina-Roma è una formidabile conferma a tutto ciò come la voce acqua-duce' sorgente' del dialetto di Villapiana-Cs lo è nei riguardi della componente -docia del toponimo Cappa-docia. Il nome Capo-ri-torto presenta una seconda componente –ri- equivalente a 'rio', come attestano in Italia i diffusi idronimi Rio Torto, nome in cui, però, l’elemento Torto è solo ampliamento di una radice tor, dor, tur, presente anche nel fiume svizzero Turt-männa e forse nel germanico *trott-on ’correre’, ted. tret-en ’camminare’. Credo che non esista in natura un corso d’acqua che non sia più o meno “torto” nel suo tracciato. Dulcis in fundo anche il nome di Gaudenzia, la presunta madre dei Santi Martiri, può derivare, senza alcuna difficoltà linguistica, da una forma originaria *Caput-entia o *Cavud-entia (per influsso del corrispondente antroponimo), con una seconda componente notoriamente idronimica (cfr. fiume Liv-enza,fiume Pot-enza, fiume Dig-entia nella Sabina presso la villa di Orazio, ecc.) che richiama anche la seconda componente del bid-ente del beato Giovanni.

Il significato di ‘testa’ è riscontrabile anche nel nome di fonte Ranë,italianizzato in “Grande”. Probabilmente esso rimanda al greco krénē o krána ‘sorgente, fonte’, termine molto simile a greco kára, káran-on ’testa, cima’. D’altronde anche l’italiano capo si presta ad indicare sia la 'testa' sia la 'fonte'. La gutturale iniziale, assimilatasi a quella di 'grano' , in dialetto ranë, è caduta senza lasciare traccia. Il maggiore ostacolo che si oppone all’interpretazione di fonte Ranë come 'grande' è il fatto che nei nostri dialetti la voce più diffusa per ‘grande’ è l’aggettivo rossë o grossë e l’italiano ‘grande’ suona ai nostri orecchi alquanto estraneo.

A questo punto mi si offre la possibilità di far notare che nemmeno i linguisti si sono resi conto della natura profonda delle radici, le quali si comportano come le cellule staminali di cui oggi tanto si parla. Esse, infatti, sono inizialmente indifferenziate nel significato e sono anche totipotenti perché capaci di assumere il significato specifico che di volta in volta è necessario alla comunicazione. Qualcuno osserverà che questo in teoria è possibile (partendo dall’idea di 'movimento', ad esempio, si può agevolmente passare a quella di 'espansione, protuberanza, capo, monte, estensione, distesa orizzontale, piano, diffusione, flusso, fiume, ecc') ma che in pratica nessuno può confermarcelo, dato che attualmente tutte le lingue posseggono un numero sovrabbondante di vocaboli specifici per indicare i concetti magari più sottili e più diversi tra loro. Ma io mi permetto di far notare che è proprio la toponomastica a darci un aiuto insostituibile per farci capire che le cose sono andate proprio come ci indica la teoria secondo la quale, ripeto, i concetti si diramano l’uno dall’altro anche perché, secondo me, ogni radice ne possedeva uno all’origine talmente generico da poterli contenere tutti, esattamente come si comportano le cellule staminali. Se prendiamo l’oronimo Gran Sasso, ad esempio, esso non è così trasparente come a tutti sembra, ingannati dall’apparente dato di fatto che esso avrebbe sostituito la denominazione antica di Fiscellus mons. A mettere una salutare pulce nell’orecchio bastano oronimi, dello stesso gruppo del Gran Sasso, come Piano Grande, relativo ad un costone ripidissimo come mostrano le ravvicinate curve di livello della carta, dove, tra l’altro, non si scorge nemmeno un accenno di un “piano” (questa è un’altra radice oronimica che conosco molto bene ma di cui risparmio la storia al paziente lettore); come Montagna Grande che certo ‘grande’ non è se paragonata al Gran Sasso vero e proprio; come Macchia Grande che nel sostantivo richiama il Monte Le Macchie del gruppo della Maiella dove si incontra anche un monte Macell-aro, tutti facenti capo evidentemente a forme originarie simili ruotanti intorno ad un archetipo *Magella, che i linguisti conoscono, e che ha dato nome alla stessa Maiella. Ciò premesso, è inevitabile dedurre che il falso aggettivo “gran, grande” fosse in realtà all’origine un termine per ‘monte’ con la stessa radice greca che ho citato per Ranë. Mi conforta in questo giudizio la presenza nel gruppo del Gran Sasso di altri oronimi di chiara ascendenza greca. Essi sono Pizzo Cefalone (cfr. greco kephalē ’capo, testa’ che fa il paio secondo me con Pietra Cavalli) e monte Corvo (cfr. greco koryphē o kόryphos ‘cima, cocuzzolo’). Va da sé, comunque, che sia il concetto di ‘grande’ sia quello di ‘monte’, per quello che ho detto sulla genericità dei significati radicali, attingono a quello più generico di 'espansione, estensione' e simili.

Chi tributa dal profondo del cuore il proprio omaggio ai tre Santi Martiri o alla Madonna della Vittoria non deve sentirsi sfiorare o offendere dalle mie considerazioni perché esse, pur razionalizzando i dati della tradizione alla luce delle mie competenze linguistiche e toponomastiche, del resto scarse, restano sempre e solo una mia opinione. E poi dovrebbe essere, a mio avviso, molto bello scoprire o riuscire ad intravedere che il culto dei santi del proprio paese va a perdersi nella notte della preistoria e dell’umanità.




[1] Cfr. Andrea Di Pietro, Agglomerazioni delle popolazioni attuali della diocesi dei Marsi, Avezzano,1869, p.132.

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